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Manuel Bonfanti: un’esplosione di senso in quadro di incertezza geopolitica ed epistemica

Verde Miccia, la personale di Manuel Bonfanti. Un’esplosione di senso in quadro di incertezza geopolitica ed epistemica

A pochi passi dal Teatro La Fenice e Campo Santo Stefano, nel contesto storico del Sestiere di San Marco, in una delle zone più centrali della città, la sede Confcommercio Venezia (Sestiere di San Marco, 4039), ospita per l’intera durata della Biennale d’Arte 2026 la personale “Verde miccia” dell’artista Manuel Bonfanti.

La nuova mostra, con inaugurazione venerdì 8 maggio, alle 11, si presenta con un tema quanto mai attuale, indagando il ruolo dell’arte di innescare e accendere significato e senso,  di fronte alla complessità contemporanea, in un quadro di preoccupante instabilità internazionale. La 61ª Biennale d’Arte si apre su un panorama internazionale segnato da un’incertezza  che non è solo geopolitica ma epistemica: non sappiamo più da dove guardare, né con quali occhi. In un’edizione che non contempla artisti italiani tra quelli selezionati dalla compianta curatrice Koyo Kouoh, questa personale si pone come contributo autonomo al dibattito contemporaneo. Una voce italiana, autorevole e indipendente, per riflettere sulla complessità dell’attualità con un tema forte e un’esposizione innovativa. Manuel Bonfanti lavora infatti sul concetto, aperto, sospeso e circolare del significato e dell’esplosione di senso, attraverso l’arte, partendo dalla forma perfetta del cerchio. Come nel Big-Bang alle origini del tutto, anche nell’arte l’esplosione non è la fine di qualcosa ma il suo inizio.  È il paradosso della forma che nasce dal caos: un ordine che non è stato progettato emerge dal gesto artistico e dall’estetica. Ogni gesto artistico è una miccia che squarta come un taglio, come un punteruolo che apre nuovi concetti spaziali e attraversa la superficie per aprire qualcosa di invisibile dietro di essa, in cerca di una nuova dimensione, di un nuovo ambiente.

Le “sfere di luce” di Manuel Bonfanti sono opere uniche, che interpretano con una nuova lettura artistica un materiale hi-tech contemporaneo come l’alluminio, tipico per definizione del linguaggio estetico minimal. Una pennellata fluida, un esercizio dell’anima, come quello che guida l’arte della calligrafia giapponese Shodo, dialoga con dischi di alluminio anodizzato, materiale utilizzato nell’industria aerospaziale- in particolare dalla NASA- per le sue eccezionali proprietà di resistenza alla corrosione, stabilità termica e leggerezza in ambienti estremi come lo spazio. Qui, su questo materiale indistruttibile, che sfida lo spazio, il tempo, la gravità e le condizioni più estreme, il gesto pittorico si imprime con forza e delicatezza al tempo stesso, tra prove e riprove, con un utilizzo complesso del colore, messo alla prova della reazione chimica con l’uso della soda caustica. E, da tondo e disco, conquista, catturando, rifrangendo e riflettendo la luce, una terza dimensione, fino a diventare sfera.  Il risultato, dall’equilibrio estetico e semantico vibrante, è quello di uno spazio multiverso e cangiante, con riflessi eterei e luce vivida.

Lo spazio si dilata, l’invito è quello di leggere un luogo nel gesto pittorico, nelle tracce e segni grafici che spaziano dal colore verde al blu, in un’esplosione di senso.
Un paesaggio gestuale che apre a nuovi dialoghi. A nuove dimensioni spaziali, a pochi giorni dalla nuova spedizione sulla luna, con la relatività sferica del nostro pianeta, del nostro asse e della nostra orbita.
Un dialogo tra simbologie estetiche e materiali, già al centro del ciclo Metamorfosi, in mostra a Roma, a Palazzo Firenze- sede della Società Dante Alighieri- in concomitanza con la Rome Future Week 2025.

Le sfere di luce in mostra

In uno spazio estremamente caratteristico e caratterizzante veneziano, con pareti in pietra e terracotta con fioriture di sale, antiche travi di legno e la prospettiva unica della splendida città lagunare, la mostra invita a scoprire l’ultima ricerca artistica dell’artista.

Sono esposte 22 sfere di luce in tre diversi formati da 40 centimetri di diametro a 100 cm, passando per 50 centimetri di diametro. Punti di luce che si alternano alle pareti nei colori della pittura tonale veneta, dal verde al blu, con velature e accenni di giallo. Pennellate calligrafiche mettono in dialogo gesto e materia, in una tensione tra punti di incontro e scontro, dalla forza vitale ambivalente, che crea e distrugge simultaneamente. Un tema tra natura e ordine cosmico, come nella geometria perfetta dei crop circles, che ha già ispirato Manuel Bonfanti in passato con la serie dei Crop Disk, come nella scultura pop “Inno ad Athena”, emblematica presenza sotto le mura venete di Bergamo, nei pressi di Porta Sant’Agostino.

Le sfere di luce (2026) declinano in diverse sfumature e tonalità, dal verde miccia al blu petrolio, l’energia esplosiva che guida tra sospensioni e vuoti, luci e ombre, velature e segni, il significato, all’origine del senso e dei sensi. “Sono sfere di luce, anzi forme di colore che ruotano, schizzano, rifuggono la statica dei corpi – sottolinea, nel catalogo “Verde miccia-Green Fuse” che accompagna la mostra, Alessandro Masi, storico dell’arte, docente di Storia dell’arte contemporanea e di Arte contemporanea, critica e modelli espositivi- Sono schegge, frammenti, spazi obliqui su cui declina la forma prendendo mirabolanti traiettorie di dinamica discendenza futurista alla Vedova, quello più maturo degli anni ’70, dei Plurimi per intenderci. Sono soggetti a metà via tra la materia e il concetto, tra l’opera e l’installazione, tra la storia e la cronaca come un Kounellis redivivo”.
Oltre alle 22 sfere di luce in sala, la sede Confcommercio Venezia ospita il trittico “Spazio Verde Miccia” (tecnica mista su tela, cm 140×40, 140×40, 175×45 ) e quattro opere astratte dal titolo “Verde miccia” su lastre di alluminio anodizzato: 2 quadrate ( tecnica mista su alluminio 70x 70) e 2 rettangolari (tecnica mista su alluminio 100×70).

Il ritorno al primato del colore e del pensiero, all’arte come impegno civile, tra Oriente e Occidente

Il colore torna ad essere protagonista, in tutte le sue tonalità e sfumature e accezioni simboliche. Verde come il paesaggio, come la pittura tonale veneta, come le ombre che Masaccio stendeva sugli incarnati, verde come la simbologia dei Sufi,  come il manto dell’Islam che avvolge il mondo prima che il mondo sapesse di essere rotondo. Oggi quel verde è diventato industriale, leva simbolica nel design e nel marketing. L’hanno messo sulle pareti dei capannoni, sui cartelli stradali, sulle etichette di sicurezza. Ma il colore ricorda anche quando chi lo guarda sembra averlo dimenticato.

Il gesto pittorico, in questo senso, non è decorazione, maè lettura. Leggere un luogo, un paesaggio, attraverso la materia, come si legge una stratificazione geologica- spiega Manuel Bonfanti– . Il nero che si accumula (nero afro, nero di carbone, nero di inchiostro sufi) non copre ma rivela. Ogni strato è una civiltà che ha lasciato il suo segno, tra orme e ombre. L’opera come traccia spirituale che attraversa civiltà: il verde non è un colore, è una memoria. Il gesto pittorico legge un luogo, il luogo dove Oriente e Occidente si sono toccati, affacciati l’uno all’altro, dove la matematica che guida la danza circolare dei sufi è diventata prospettiva, dove il sublime non era ancora pathos. Perseo che sferza Medusa senza guardarla: un’arte che taglia l’autobiografismo senza distruggerlo, usando la storia come scudo riflettente”. Giasone non danza da solo. L’impresa è collettiva, il vello d’oro non appartiene a nessuno. L’eroe che va non è quello che piange su se stesso: è quello che carica la nave e parte.

Il verde è ancora lì. Ha cambiato nome, ha cambiato industria, ma la miccia è ancora accesa. La domanda che questo lavoro porta non è cosa rappresenta, ma dove conduce la traccia, in quale direzione punta il gesto, quale muro attraversa, quale memoria tocca nel buio. La risposta, se c’è, non è nel titolo.  È nell’occhio di chi si ferma abbastanza a lungo da sentire il colore respirare.

Misticismo e la geometria della meditazione

Lo spazio non è mai neutro, ogni linea di fuga porta a qualcosa. La prospettiva che l’Umanesimo codificò come conquista della ragione era già nell’occhio di chi aveva attraversato il Bosforo, di chi aveva contato le stelle secondo la matematica araba, di chi aveva visto i dervisci girare (rotazione, asse, orbita) e aveva capito che la matematica non è astrazione: è il nome che diamo al movimento del divino.

Marco Polo non ha scoperto la Cina. Ha scoperto che c’era già un mondo mentre l’Europa dormiva nella sua certezza. E Venezia era il punto dove le due stanchezze si incontravano: quella di chi veniva da Est e quella di chi andava verso Ovest, verso un Eldorado che non era ancora America, ma era già il desiderio dell’America.

L’arte orientale che arriva a Roma, che arriva a Ravenna nei mosaici d’oro, porta con sé l’astrazione: il rifiuto del corpo, il primato del ritmo, la geometria come meditazione. Non è lontana dall’arte contemporanea, è la sua memoria rimossa.

Orari apertura uffici Confcommercio: Lunedì- Venerdì 9-12.30; Aperta anche dalle 14-17 Lunedì e Mercoledì

Sede: Sestiere di San Marco, 4039- Venezia

Inaugurazione8 maggio, alle 11

L’artista

MANUEL BONFANTI è nato nel 1974 a Bergamo, dove vive e lavora. Si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, dove ha studiato con Luciano Fabro e ha completato la sua tesi in storia dell’arte contemporanea con Marco Meneguzzo.  La sua carriera è iniziata come assistente di galleria, collaborando alla creazione di opere con diversi artisti, tra cui Gabriel Orozco e Julian Opie.

Esplorando il rapporto estetico tra sublime, spazio e luce, Bonfanti crea opere atmosferiche in cui il colore evoca ambienti di risonanza mistica e paesaggi zen. Le sue tele di grandi dimensioni spesso indagano i luoghi invisibili e spirituali e gli spazi liminali tra figurazione e astrazione, permeati da una sensibilità animistica. La sua pratica si confronta con le dimensioni metafisiche della percezione, dove la pittura diventa un veicolo di contemplazione e trascendenza. L’opera di Bonfanti riflette un interesse costante per le qualità immateriali dell’aria, della luce e del suono, coltivando atmosfere che sfumano i confini tra esperienza interiore e ambiente esterno.

Ha esposto presso prestigiose istituzioni culturali, tra cui il Centro Culturale Nazionale di Kazan,  l’Istituto Italiano di Cultura a Praga, la Biennale d’arte 2024 a Venezia dell’European Cultural CentreL’Art Pur Foundation di Riyadh (Arabia Saudita), Palazzo Firenze– sede della Società Dante Alighieri a Roma (in concomitanza con la Future Week) nel 2025. Bonfanti è anche curatore di The Tube One, un progetto artistico permanente presso l’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo.