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La vita da gregario di Alessandro Vanotti: “Da solo non vince nessuno”

L’ex corridore 45enne, originario di Almenno San Salvatore, a pochi giorni dal Giro d’Italia s’immerge nei ricordi di una carriera dedita al sacrificio per l’altro: “Cercavo sempre di anticipare la corsa, di farmi trovare già nel posto giusto. Tre anni fa ho creato un team giovanile”

Alessandro Vanotti non ha mai avuto bisogno della luce piena per lasciare un segno. La sua è una storia che si muove nelle pieghe del ciclismo, là dove il rumore si attenua e resta solo il senso profondo della corsa. Quando La Gazzetta dello Sport lo ha inserito tra i cinque migliori gregari più influenti della storia ha voluto riconoscere un modo di interpretare lo sport. “È stato un orgoglio – racconta Vanotti – perché vuol dire che quel lavoro silenzioso è arrivato alle persone”. Nel ciclismo, il gregario non è una figura accessoria, ma è colui che rinuncia a sé stesso, al proprio successo, per costruire qualcosa di più grande per gli altri. Per la squadra. “Non è solo aiutare – spiega – ma capire cosa serve al tuo capitano in ogni momento, come poter fare per proteggerlo: da solo non vince nessuno”. In questa frase si concentra tutta la sua identità: attenzione, lettura, responsabilità.

Nato nel 1980 e cresciuto ad Almenno San Salvatore, durante gli anni da professionista, dal 2004 al 2016, Vanotti ha incarnato questo ruolo con naturalezza: “Cercavo sempre di anticipare la corsa, di farmi trovare già nel posto giusto prima ancora che succedesse qualcosa”. Una sicurezza e un punto di riferimento per i compagni che nutrivano grandi ambizioni. Ne sa qualcosa Vincenzo Nibali, per cui Vanotti ha svolto il ruolo di fido scudiero (erano anche compagni di stanza) negli anni della Liquigas prima e dell’Astana poi: “Per lui sono stato come un fratello maggiore, che l’ha accompagnato in un lungo viaggio pieno di soddisfazioni”. Alessandro con il fuoriclasse siciliano ha vissuto l’emozione vivida e difficilmente spiegabile che solamente la vittoria di un Tour de France può regalare: nel 2014, il successo alla Grande Boucle dello Squalo è tutt’ora l’ultimo trionfo di un italiano in terra di Francia. “In Vincenzo ho sempre visto un mix  impressionante di classe, costanza e talento. Oltre alla capacità di saper sempre reagire alle difficoltà”.

L’apice di una storia ciclistica che tra i professionisti ebbe inizio 10 anni prima, quando al primo anno il corridore bergamasco prese il via del Giro d’Italia, a cui Alessandro negli anni successivi vi partecipò per altre otto volte. Nell’anno del debutto, il 2004,  con la maglia della De Nardi, fu un altro bergamasco, Gianluigi Stanga, direttore sportivo della squadra, a porre fiducia in lui: “In quell’inizio stagione avevo corso già tanto: al Giro ero stato inizialmente schierato come riserva. Poi poco prima della partenza Stanga mi disse che aveva scelto di portarmi, con tanto di ‘Sei sicuro di finirlo?’ Ma io sapevo di potercela fare e dentro di me ero convinto di portarla a casa”. In quel Giro finì 44º, fu protagonista in diverse fughe, vestì la maglia dell’Intergiro e aiutò il capitano Serhij Hončar a salire sul podio finale.

 “Mi piaceva attaccare, ma non perdevo mai di vista la squadra. – continua Alessandro -. Al Giro d’Italia del 2005 nella tappa con arrivo a Varazze-Colle di Tenda attaccai e giunsi terzo. Lì mi accorsi che avevo le qualità anche per crescere durante un Grande Giro, aiutando la squadra. In una tappa Stanga mi disse: ‘Da oggi sei il regista’. Il regista non si vede sempre, ma tiene insieme tutto”. Un messaggio che apre a una carriera nuova e quasi imprevista, ma piena di soddisfazioni . Tre maglie rose vinte: nel 2007 con Danilo Di Luca, Ivan Basso nel 2010 e Vincenzo Nibali nel 2013. Successi che portano altri nomi, ma in cui raffiorano il sudore e l’altruismo di Alessandro.

Quanti chilometri passati là, davanti, in testa al gruppo, in preparazione a un attacco, in mezzo a un ventaglio, o a tutta su una salita. Tanti ricordi, che la fatica non ha di certo sbiadito: come quello legato alla tappa con arrivo sul Passo del Tonale durante il Giro del 2010, ai tempi della Liquigas. “C’era Basso in maglia rosa e Nibali in lotta per il podio: dovevamo controllare ogni metro, non potevamo lasciare nulla al caso”. Sul passo Gavia, Cima Coppi, Vanotti si mette davanti e impone il ritmo, chilometro dopo chilometro. “Ho tirato a lungo senza pensare a quanto mancasse. A spronarmi ulteriormente fu Basso, che posizionato dietro di me, mi disse: ‘Dai che andiamo a vincere il Giro”. E quando un capitano ti dice così, l’adrenalina si trasforma in una sorta di anestetizzante per le gambe, svuotate di energie: “ Dopo essermi staccato, sul  Tonale andavo a zig zag da quanto ero stanco”.

Dopo il ritiro, Alessandro Vanotti ha trasformato il senso più autentico della sua carriera in un progetto concreto: il Vanotti Cycle Team, nato nel 2023 dall’evoluzione di una realtà amatoriale sviluppatasi alla fine della carriera, nel 2017. Un passaggio che non riguarda solo lo sport, ma una visione più ampia, costruita attorno alla fatica come strumento educativo. In perfetto stile Vanotti: “Ho voluto creare qualcosa per i giovani, affiancandoli a persone di esperienza”. Stavolta puntando principalmente su biciclette dalle ruote più spesse: “Con il team ho deciso fin da subito di insistere sull’utilizzo della mountain bike. Non solo per una questione di sicurezza ma per il valore formativo che porta con sé: ti insegna a guidare davvero la bici e ti dà abilità che poi ti fanno fare la differenza anche con la bici da strada”.

Con la mountain bike il Vanotti Cycle Team forma ragazzi di tutte le categorie giovanili, fino agli Juniores, mentre su strada, la cerchia si stringe ai soli esordienti: “Qui la questione è più complicata per via della sicurezza. Occorre più personale qualificato e maggior tutela sulle strade”. Un progetto che guarda anche al di fuori dell’aspetto competitivo, tra formazione, responsabilità e senso di appartenenza. “Con i ragazzi, collaborando con alcune aziende e usufruendo anche dell’intelligenza artificiale, lavoriamo molto sul concetto di team building: devono sapere cosa rappresentano quando indossano la maglia. È una questione di identità, prima ancora che di risultati”. In fondo, nulla cambia davvero: Vanotti continua a fare quello che ha sempre fatto. Solo che oggi non lavora più per un capitano, ma per il futuro di chi pedala dietro di lui.