Francesco Dolci e il ‘buco nero’ di metà marzo: “Farò giustizia, l’ho promesso sulla tomba di Pamela”
Non indagato, ma al centro dell’attenzione: la sua versione sui tempi della profanazione, sulla chiusura del cimitero e quella notte senza ricordi
Sant’Omobono Terme. “Certo che sono sereno, perché non dovrei esserlo?”. Francesco Dolci non si scompone mai. Nemmeno quando, giorno dopo giorno, emergono notizie che addensano ombre e sospetti sulla sua figura. Nemmeno quando, in caserma, vengono chiamate persone a lui collegate, le stesse che davanti alle telecamere raccontano come i dubbi degli investigatori vertano soprattutto su di lui, anche se formalmente non indagato. “Ho chiesto ai carabinieri di perquisirmi casa, vado da loro un giorno sì e uno no — ripete — non ho nulla da nascondere”. E lo dimostra, spalancando le porte della sua vasta proprietà agli occhi indiscreti delle televisioni; agli inviati a caccia di botole, grotte e chissà quali altri anfratti dove — ormai nemmeno troppo velatamente — lasciano presagire possa nascondersi la testa di Pamela Genini, 29 anni, uccisa dall’ex compagno violento Gianluca Soncin e la cui bara è stata profanata.
Secondo i primi accertamenti medico-legali, chi ha commesso lo scempio avrebbe agito tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, subito dopo i funerali della giovane. Un’ipotesi che non convince del tutto Dolci, che tende a collocare i fatti almeno due mesi più avanti, “tra gennaio e febbraio”. A indicarlo sarebbe la posizione delle viti del loculo, da lui fotografate. Ricorda giorni e date come un computer: “La prima foto utile è del 7 novembre e fino al 13 gennaio la posizione delle viti resta invariata”. Passa un mese: il 14 febbraio racconta di avere scattato un’altra foto e di avere notato il cambiamento. “Me ne sono accorto tra il Sabato Santo e la domenica di Pasqua, rianalizzando le immagini sul telefono su consiglio di una persona. Mi davano del pazzo e dell’ossessionato – aggiunge -. Mi hanno cucito questa etichetta addosso, ma adesso i carabinieri cercano proprio foto e video del loculo”. In totale, Dolci avrebbe scattato 8 fotografie. “Avevo capito l’importanza di questa cosa sin dal primo giorno — sottolinea —. Mi sono messo immediatamente al servizio della legge e della giustizia, quella che ho sempre promesso a Pamela”.
Ricorda giorni e date come un computer, Francesco Dolci. Un vuoto di memoria, però, può capitare. Lo accusa verso metà marzo, tra lunedì 16 e mercoledì 18, quando il cimitero di Strozza è interdetto al pubblico per lavori di esumazione ed estumulazione. Secondo fonti investigative, una di quelle notti — pare quella del 18 — un uomo sarebbe stato ripreso all’esterno del camposanto. Chi indaga non può escludere che sia collegato alla profanazione. Il giorno è sospetto (piena settimana lavorativa), l’orario è sospetto (circa le 2), il contesto è sospetto e non c’è bisogno di spiegare perché. Cosa stava facendo quell’uomo? Era forse al corrente dei lavori e stava controllando se avessero interessato il loculo di Pamela? Oppure era semplicemente lì per starle vicino qualche minuto, senza alcun secondo fine? Quell’uomo, è trapelato, sarebbe “all’80-90%” Francesco Dolci. “Dov’ero quella notte? Non ricordo”, risponde ermetico. “Se sapevo della chiusura del cimitero? Certo, me lo aveva detto uno stradino (un operaio del comune, ndr). Venerdì 20 marzo, quando ha riaperto, sono andato subito a trovare Pamela”. Questo lo rammenta. “Se sapevo che la lapide sarebbe stata spostata? Me l’avevano detto, ma non ci credevo. Ad ogni modo — puntualizza — anche se fossi io l’uomo fuori dal cimitero, non avrei commesso alcun reato”. La profanazione verrà scoperta tre giorni dopo, lunedì 23 marzo. Quel giorno, Dolci fa presente di essere stato al cimitero: “Pensavo che un marmista poco esperto avesse preso le misure della lapide. Quando ho saputo la verità, ero disperato”.
Altro piccolo giallo nel giallo. Secondo Dolci, il cimitero non sarebbe rimasto chiuso solo a marzo: “Anche tra gennaio e febbraio, l’ho appurato io stesso e ci sono persone che me l’hanno confermato”. Gennaio-febbraio è un periodo che nella narrazione dell’impresario valdimagnino torna per la seconda volta. E che, coincidenza o meno, combacia con quello delle viti “sospette” da lui immortalate. In pratica quando, secondo lui, ignoti avrebbero trafugato la bara di Pamela. Al momento, va detto, al sindaco di Strozza Riccardo Cornali non risultano altre chiusure. “Siamo un Paese libero e la gente è libera di non credermi — commenta Dolci —, ma io resto tranquillo. La gente che è contro di me si arrampica continuamente sugli specchi e ne risponderà. Vedremo chi andrà prima a processo e per che cosa”.
A proposito di processi: Dolci, difeso dall’avvocato Eleonora Prandi, vorrebbe costituirsi parte civile nel procedimento che vedrà imputato Gianluca Soncin, l’uomo accusato di avere ucciso Pamela con 77 coltellate. Quella notte, prima di morire, la giovane ha chiamato proprio Francesco. Un fatto incontrovertibile, prova di un legame tra i due. “Sono corso da lei, come tutte le volte che aveva bisogno. Sapevo che era una persona sola, circondata da persone che non volevano il suo bene”. Le stesse che, secondo Dolci, la sfruttavano per fini criminali e che avrebbero profanato la sua bara? “Non sono riuscito a salvarla – continua – ma ho fatto di tutto per lei”. Cosa direbbe Pamela a Francesco se fosse ancora viva? “Mi difenderebbe — risponde — come sempre. Lei sapeva chi ero”. A questo punto, Dolci tradisce un pizzico di emozione. Gli chiediamo se preferisce interrompere la telefonata. Ringrazia, ma poi ribadisce: “Ne sono certo, porterò giustizia a Pamela. Glielo dicevo ogni volta che andavo sulla tomba a trovarla. Una promessa è una promessa – conclude -, ma ci vuole tempo. Gli inquirenti stanno lavorando seriamente. E io confido in loro”. Come tutti.


