“Sentivamo il dovere di dare un segnale”, Giorgio Gori ripensa al legame tra Bergamo e Bucha. Poi sprona l’Europa: “Frenata da troppe divisioni”
A quasi quattro anni dal gemellaggio siglato con la città ucraina, dal Parlamento belga l’ex sindaco e attuale europarlamentare ripercorre quel percorso di solidarietà. Sulla situazione internazionale: “A Gaza e in Iran l’Unione Europea non ha avuto un ruolo significativo. Italia? Silvia Salis una novità interessante. Una fetta di popolazione rischia di non sentirsi più rappresentata dal centrosinistra”
Dal quindicesimo piano del Parlamento europeo di Bruxelles, dove da quasi due anni si è aperta la sua nuova stagione politica, Giorgio Gori continua a guardare verso Bergamo. Tra industria, scenari internazionali e nuovi equilibri comunitari, resta forte il richiamo che porta a Bucha, la città ucraina legata alla Città dei Mille da un gemellaggio nato nel pieno dell’invasione russa nella primavera del 2022. A Bruxelles l’ex sindaco di Bergamo ha accolto gli studenti della quinta Informatica (sezione IA) dell’Istituto Paleocapa, young ambassador dell’Unione Europea, al termine di un percorso dedicato alle istituzioni comunitarie e alla sostenibilità.

Durante la visita, all’interno del Parlamento è stato proiettato “Così matti da restare”, docufilm di 30 minuti, realizzato dal regista Olmo Parentinel quarto anno dall’aggressione russa all’Ucraina: un viaggio per raccogliere le voci di chi ha vissuto e continua a vivere sotto il rimbombo di bombe e droni. E il pensiero di Gori è tornato proprio a lì: “Quando nel febbraio 2022 la Russia invase l’Ucraina, Bucha fu occupata quasi subito. – spiega l’europarlamentare -. L’occupazione durò oltre un mese: in quella città si consumarono eccidi di civili che l’hanno resa il simbolo della brutalità russa”. Per il politico bergamasco quel legame nasce anche dalla memoria di quanto accaduto a Bergamo durante la pandemia, quando il mondo guardava la città con sgomento. “Sentivamo il dovere di dare un segnale. Nei mesi del Covid avevamo ricevuto solidarietà da tutto il mondo. Restituire il sostegno ricevuto in precedenza fu naturale”.
A rafforzare quella scelta contribuì anche l’intervento immediato del Cesvi sul fronte dell’assistenza. Gori a Bucha è stato personalmente, visitando una comunità ancora segnata dalle ferite del conflitto. “Ho trovato una realtà desolata, persone che avevano perso tutto. Sento il sindaco e penso spesso a quella città”. Quando gli si chiede che cosa Bergamo abbia trasmesso alla città ucraina ribalta la prospettiva. “Non so se noi abbiamo qualcosa da insegnare a loro. Abbiamo cercato di fare il possibile. Io sono rimasto colpito da come i cittadini di Bucha abbiano reagito, con dignità e forza, a ciò che hanno subito”.
Un legame che prosegue anche oggi dalla sua nuova posizione istituzionale. “Nel ruolo che ricopro adesso cerco di favorire ogni forma possibile di aiuto”. Il discorso si allarga poi all’Europa e al suo peso nello scenario globale. La priorità, per l’eurodeputato, è recuperare competitività. “L’Europa ha accumulato un ritardo che oggi significa minore autonomia e minore sovranità. Avrebbe tutte le risorse per essere forte, ma resta frenata da troppe divisioni”. Il nodo, emerge soprattutto in politica estera. “Ci si aspetterebbe un’Europa più protagonista. Invece gli Stati membri parlano ancora troppo spesso con voci diverse e questo la indebolisce”. Sull’Ucraina, però, il giudizio cambia: “L’Europa c’è stata. Con ritardi, certo, ma la linea non è mai stata in discussione. Anche la rinuncia al gas russo è stata una scelta giusta e coraggiosa”. Diverso, invece, il quadro su altri fronti: “Penso a Gaza, penso al quello che sta succedendo l’Iran: lì l’Europa non ha avuto un ruolo significativo”.
Lo sguardo si sposta anche sulla politica italiana e in modo particolare sul centrosinistra. Per Gori le primarie restano uno strumento valido, ma il quadro dipenderà dalle regole del voto. “Se resterà questa legge elettorale, la leadership potrà emergere dopo il voto. Se invece cambierà il sistema e andrà indicato prima il candidato premier, allora sarà difficile evitarle”. Nel dibattito entra anche il nome di Silvia Salis. “Mi sembra una novità interessante, non solo per la sua presenza mediatica, ma per quello che dice e per come si è posta rispetto ai problemi della sua città”.
L’ex sindaco di Bergamo distingue però tra una disponibilità generale e una sfida interna: “Silvia Salis ha detto di essere pronta a rappresentare tutta la coalizione se glielo chiedessero. È diverso dalle primarie, che sono un processo competitivo. Fino ad ora è stata chiara nel dire che non è interessata e che le considera divisive”. Nel campo progressista indica poi la necessità di rafforzare l’area riformista, chiamando in causa Matteo Renzi, che “ rappresenta – chiosa Gori – una parte di quel mondo riformista che si muove fuori dal Partito Democratico e che considero importante il fatto che abbia una rappresentanza consistente”. Ma anche in questo caso le perplessità non mancano: “La coalizione rischia di essere troppo spostata a sinistra. Ci sono fasce della società che storicamente si sono riconosciute nel centrosinistra e che oggi rischiano di non sentirsi rappresentate. Per questo serve una forte quarta gamba del tavolo, e Renzi può contribuire a costruirla”.





