“Adulti nella stanza”
Accettare l’evoluzione degli eventi, ciascuno perso nei propri opportunismi o nella propria dimensione strettamente personale, significa di fatto essere in balìa di decisioni altrui. Magari per qualcuno già impegnato in politica pagherà a livello personale, in attesa di ottenere qualche presunta benevola concessione altrui
“Era il tempo migliore e il tempo peggiore, la stagione della saggezza e la stagione della follia, l’epoca della fede e l’epoca dell’incredulità; il periodo della luce e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l’inverno della disperazione. Avevamo tutto dinanzi a noi, non avevamo nulla dinanzi a noi”.
(Charles Dickens, “Racconto di due città”, 1859).
Non trovo frase migliore per descrivere questo nostro tempo. Tutto quello su cui avevamo costruito le nostre certezze progressivamente sembra svanire, una crisi dopo l’altra. Tutto quello che un tempo sembrava inaccettabile pare divenire ordinario superando limiti che apparivano invalicabili, una linea rossa dopo l’altra. Ciò che appare mancare più di ogni altro è un senso di responsabilità. Quella che porta a considerare gli effetti che determinate azioni provocano verso gli altri. Quella di non rassegnarsi ad attendere un inevitabile destino dettato da altri, ma di assumersi la piena consapevolezza che il cambiamento come sempre non può che partire e dipendere da ciascuno di noi.
Così allargando l’orizzonte sul piano politico, a livello nazionale si sente crescere l’imbarazzo di chi assiste ad uno spettacolo votato più all’apparire che al proporre, con colpi ad effetto in ricerca di visibilità piuttosto che nel definire quale idea di futuro si voglia realizzare. Confrontandosi al di fuori di bolle politiche autoreferenziali che mirano spesso a soddisfare pure ambizioni personali, dai confronti con chi vive la quotidianità di ogni giorno si coglie un senso di disillusione profonda, consolidata e crescente. Questo verso chi, governando con una continuità senza precedenti nella storia recente, non è stato in grado di realizzare alcuna riforma e di cambiare l’inerzia di un Paese che appare fermo nelle sue debolezze strutturali, perdendo ogni giorno attrattività e con essa anche la propria generazione più giovane, quella che dovrebbe rappresentare il suo potenziale in chiave prospettica.
Ma questo anche nei confronti di un’opposizione che non appare ancora adeguatamente costruitasi come alternativa credibile nell’offrire una prospettiva d’insieme per affrontare le complesse sfide del nostro tempo, vittima delle sue contraddizioni interne e del percorso dei suoi singoli esponenti, effettivi e potenziali, ancora non in grado di proiettare una visione del Paese che sia veramente all’altezza della missione che si intende perseguire, sia sul piano interno che sul fronte internazionale.
Così fuori da quelle bolle, ma anche per una buona parte al loro interno, cresce sempre più il timore di ritrovarsi alle prossime elezioni politiche del 2027 con tra le mani nell’urna una scheda elettorale in cui da una parte o dall’altra non ci si senta adeguatamente rappresentati né tantomeno rassicurati sull’efficacia delle proposte che ciascuna di loro incarna.
Quello che sembra mancare sono i classici adulti nella stanza, quelli che, con coraggio, passione, visione e perseveranza, prendano iniziativa anche assumendosi il rischio di non considerare solo lo stretto opportunistico consenso prodotto da una dichiarazione più o meno riuscita, ma che perseguano quello che è necessario, non per una parte da assecondare o compiacere, ma per il vero bene del Paese. “La Politica è l’arte di rendere possibile ciò che è necessario.” (Cardinale Richelieu)
“Prima o poi arriva l’ora in cui bisogna prendere una posizione che non è né sicura, né conveniente, né popolare. Ma bisogna prenderla perché è quella giusta”.
(Martin Luther King)
Allargando l’orizzonte sul piano internazionale, ci sono due libri appena pubblicati che, pur partendo da analisi e prospettive diverse, giungono ad una medesima conclusione che mira anche qui a far maturare una maggiore consapevolezza su come l’Europa possa davvero in questa epoca storica fare la differenza, non restando in balia degli eventi ma prendendo l’iniziativa per rilanciare un nuovo necessario ordine democratico che riaffermi i valori e gli ideali con i quali siamo cresciuti e sui quali ci siamo ispirati. Mi riferisco a ‘Contro gli imperi. Il futuro delle nostre democrazie nel nuovo ordine mondiale’, di Vittorio Emanuele Parsi (Bompiani, aprile 2026) e a ‘Lo specchio americano. Lo sguardo della Cina sugli Stati Uniti’, di Simone Pieranni (Mondadori, aprile 2026).
Per entrambi riporto qui un estratto delle rispettive seconde di copertina, così chiare nel definire quella che deve essere la nostra prospettiva e quello che dovrà essere il nostro impegno. “Parsi ci indica cosa possiamo fare per difendere la libertà che abbiamo ereditato dai nostri genitori e dai nostri nonni. La strada esiste. Ma richiede coraggio, onestà e la capacità di perseguire una via difficile: quella di essere pacifici, ma non imbelli. Quella di rinunciare alla nostalgia e perseguire una strategia nuova, fatta di forza e di fierezza ma anche di capacità di cooperare per difendere lo spazio felice della nostra libertà.” (dalla seconda di copertina de ‘Contro gli imperi. Il futuro delle nostre democrazie nel nuovo ordine mondiale’, di Vittorio Emanuele Parsi, Bompiani, aprile 2026)
“Citando curiosità, fraintendimenti e occasioni d’incontro fra due civiltà che da sempre si osservano a distanza, Pieranni racconta le storie di intellettuali, scrittori e pensatori cinesi che hanno rielaborato l’immaginario americano, prima adorato (e copiato) e poi rigettato, restituendo il riflesso di una Cina che non si sente più inferiore. Un riflesso, soprattutto, che riguarda noi europei, stretti fra questi due giganti nella posizione più scomoda: in mezzo.” (dalla seconda di copertina de ‘Lo specchio americano. Lo sguardo della Cina sugli Stati Uniti’, di Simone Pieranni, Mondadori, aprile 2026) Cerchiamo di essere, insieme, quegli adulti nella stanza capaci di ridare un senso al nostro impegno e soprattutto alla nostra speranza.
“Alcuni ritengono che dovremmo aspettare. […] Ma la speranza non è un piano e la nostalgia non è una strategia.”
(Mark Carney, Primo Ministro Canada, Congresso Nazionale Liberale, Montréal, 11 aprile 2026)
Tornando all’Italia, il 2027 si avvicina, e fra poco non ci sarà più tempo per fare nulla. Accettare l’evoluzione degli eventi, ciascuno perso nei propri opportunismi o nella propria dimensione strettamente personale, significa di fatto essere in balìa di decisioni altrui. Magari per qualcuno già impegnato in politica pagherà a livello personale, in attesa di ottenere qualche presunta benevola concessione altrui, ma sembra una filosofia (non una strategia) troppo attendista, e poco lusinghiera a livello collettivo.
Sta a noi decidere.
Se essere di nuovo artefici del nostro futuro.
Alberto Colombelli
Presidenza nazionale di Libertà Eguale
Diplomato ISPI in Affari europei


