La sinistra di Allah
Il diritto a pregare il proprio Dio è una delle conquiste fondamentali della lunga storia dell’Occidente. Dunque: sì alla Moschea, ovviamente nel rispetto delle leggi urbanistiche valide per tutti! Tuttavia, non può sfuggire a nessuno che l’Islam, sunnita o sciita che sia, è anche la fonte primaria del Diritto civile e penale nei Paesi islamici
Un volantino elettorale dei due candidati bengalesi Ardul Islam maschio e Sumya Begum, femmina regolarmente dotata di hijab, alle elezioni comunali di Venezia nella Lista del PD di Marghera scritto in bengali – perciò non è comprensibile dall’elettorato italiano – apre con un’invocazione religiosa: “Nel nome di Allah, il misericordioso, il compassionevole…”.
Il pensiero è subito corso a Matteo Salvini, allorchè esibì e baciò una corona del rosario durante il comizio del 18 maggio 2019 in piazza Duomo a Milano, alla vigilia delle elezioni europee, nel corso del quale proclamò di affidare l’Italia al “Cuore immacolato di Maria”, manco fosse il Presidente della CEI. Fu subito inseguito dai frizzi e lazzi nazionali di ogni benpensante, sinistra compresa. Ora, arrivano due islamici – ma i candidati sono sei – che, convinti di trovarsi a Dacca o dintorni, si affidano ad Allah in
campagna elettorale.
Come reagisce “il campo extra-large” di Venezia? Approva e promuove. Perché? Si tratta di un voto di scambio: i Bengalesi e gli Islamici, che nell’area sono quasi trentamila, danno il voto al PD e questo, qualora conquisti l’Amministrazione, autorizza la costruzione di una grande Moschea nell’area. Vediamo i termini di questo scambio! I credenti in Allah, residenti nel nostro territorio, hanno il diritto di avere un luogo dove pregare.
È il diritto ad essere cristiani o mussulmani sunniti o sciiti o ebrei o buddisti o agnostici… La nostra Costituzione lo garantisce all’Art. 19. Il diritto a pregare il proprio Dio è una delle conquiste fondamentali della lunga storia dell’Occidente. Dunque: sì alla Moschea, ovviamente nel rispetto delle leggi urbanistiche valide per tutti! Tuttavia, non può sfuggire a nessuno che l’Islam, sunnita o sciita che sia, è anche la fonte primaria del Diritto civile e penale nei Paesi islamici. Il Corano produce la Shari’a, la legge che regola la fede, l’etica privata e pubblica, i rapporti tra i sessi, la famiglia, l’abbigliamento, il cibo…
Il compito del potere politico e perciò dello Stato è quello di promuovere la Shari’a. Se, a partire dalla Pace di Westfalia del 1648, in Europa e nell’intero Occidente Stato e Chiesa sono regolati ciascuno da un proprio Diritto, nei Paesi islamici invece Stato e “Chiesa” coincidono, in modo più o meno accentuato, a seconda dei Paesi, “fondamentalisti” o cosiddetti “moderati”. I nostri bengalesi hanno diritto di promuovere la Shari’a? Sì. Hanno diritto di predicarla, di cercare di convincere i cittadini bengalesi e italiani che la Shari’a è “il cammino che conduce alla fonte a cui abbeverarsi” – questo è il significato letterale della parola – ma non hanno il diritto di costruire
delle isole di Shari’a nelle nostre città. Tanto per ricordare: la Shari’a prevede il ripudio unilaterale della moglie e la poligamia.
Per chi abbandona la fede c’è la morte civile e a volte quella fisica, linciaggio compreso, come è accaduto appunto in Bangladesh. L’omosessualità è punita con la pena
di morte in Iran, Arabia saudita, Afghanistan e altri… No, gli immigrati islamici non ha diritto alla Shari’a. Debbono sottostare al nostro ordinamento istituzionale e giuridico. Liberi di andarsene, se non lo condividono. Nel saggio storico “Il Grande Gioco” del 1990 di Peter Hopkirk si racconta di un colloquio tra i notabili di un villaggio indù e il colonnello che comandava la guarnigione inglese. I notabili rivendicavano il rispetto della loro tradizione, in particolare del “Sati”, che prevedeva che la vedova venisse bruciata viva sulla pira funeraria del marito appena defunto. Il colonnello rispose: “Certo, noi rispettiamo le vostre tradizioni, ma voi dovete rispettare le nostre!”. I notabili chiesero: “Quali sono le vostre?”.
La risposta: “È nostra tradizione impiccare chi brucia le vedove sulla pira del marito defunto”. Sorge un dubbio: il PD sta dalla parte dei notabili o dalla parte delle vedove? La doppiezza opportunistica di sfilare nei Gay pride, di difendere il femminismo più radicale, di opporsi ad ogni discriminazione e, contemporaneamente, di accettare nelle proprie file gli esponenti della Shari’a chelottano per obbiettivi opposti apre la strada alla via francese di Mélenchon: quella dell’islamo-sinistra. È la tomba della sinistra storica.

*Giovanni Cominelli si laurea in Filosofia nel 1968, dopo studi all’Università cattolica di Milano, alla Freie Universität di Berlino e all’Università statale di Milano.
Esperto di politiche dell’istruzione. Eletto in Consiglio comunale a Milano e nel Consiglio regionale della Lombardia dal 1980 al 1990.


