“Io, senza parole davanti al Partigiano che mio padre Manzù ha donato a Bergamo”
Giulia Manzù, figlia del celebre scultore Giacomo e di Inge Schabel, condivide un’accorata riflessione sull’opera realizzata da suo padre
Partigiano!
Ti ho visto appeso
immobile
solo i capelli si muovevano
leggermente sulla tua fronte.
Era l’aria della sera
che sottilmente strisciava
nel silenzio
e ti accarezzava,
come avrei voluto fare io
Manzù
Questo delicato componimento si può leggere sul retro del Monumento al Partigiano che si trova nel Giardino di Porta Nuova nel centro di Bergamo. Realizzato e donato alla città dallo scultore bergamasco Giacomo Manzù nel 1977, costituisce un monito capace di parlare alle presenti e alle future generazioni.
L’artista, che venne invitato nella sua città natale nel 1974 per ricevere un’onorificenza, ricambiò regalando questo monumento in memoria dei suoi genitori e di tutti gli eroi della Resistenza. L’opera è costituita da una grande lastra di bronzo: sul lato frontale sono rappresentati un giovane appeso a testa in giù con accanto una donna, moglie o madre sopravvissuta, che protende il braccio in un atto di pietà; sul lato opposto è invece inciso il testo poetico dello scultore che abbiamo citato in apertura dell’articolo (“Partigiano ti ho visto appeso immobile. Solo i capelli si muovevano leggermente sulla tua fronte. Era l’aria della sera che sottilmente strisciava nel silenzio e ti accarezzava, come avrei voluto fare io – Giacomo Manzù, 25 aprile 1977”, ndr).
Ecco qui di seguito un ricordo di Giulia Manzù, figlia del celebre scultore e dell’austriaca Inge Schabel. Dal 2008 è presidente della Fondazione Giacomo Manzù, impegnata nella valorizzazione e tutela del patrimonio artistico del padre.
“Ero molto giovane e sentire parlare di un’opera così importante era troppo complesso. Oggi posso dire con certezza quanta sofferenza c’era in lui. Con la morte mio padre ha avuto una dolorosa familiarità sin dall’adolescenza: mi raccontava spesso di quei corpi di donne , bambini e uomini che doveva mettere nelle casse. La presenza della morte era un aspetto inscindibile della sua vita, un monito a vivere ogni giorno con passione quello che era la sua vocazione, ossia la scultura.
Manzù ha sempre amato la sua città , era bergamasco nella sua schiettezza , nella generosità, nella semplicità.
Ogni volta che vengo a Bergamo e mi trovo davanti a quel monumento rimango senza parole, quelle frasi poetiche scritte sul retro mi trasmettono una tristezza e allo stesso modo tanta forza. Questo vuole essere per i giovani di oggi una grande testimonianza di Pace. Le opere di Manzù sono la più grande testimonianza di pace, passione e amore”.





