Abbandonò a Taleggio il corpo dell’amico caduto dal tetto: “Sicurezza assente”, chiesto il processo
Il 4 gennaio a Verdellino l’incidente costato la vita ad Hassan Matried durante alcuni lavori. Il proprietario di casa, Nouri Hedhili, 53 anni, è accusato di omicidio colposo, omissione di soccorso e occultamento di cadavere
Verdellino. Ha fatto di tutto per sembrare ciò che non è: un killer. A suggerirlo, le versioni discordanti fornite ai carabinieri. E, soprattutto, quel corpo abbandonato lungo una strada isolata, lontano da tutto. Un quadro che, più che a una caduta accidentale, faceva pensare al maldestro tentativo di occultare un omicidio.
Solo con il tempo e il peso degli accertamenti tecnici la narrazione ha iniziato a cambiare direzione, riportando i fatti all’interno dei confini – comunque gravi e drammatici – di una morte sul lavoro. Di un omicidio, sì, ma colposo. Non volontario.
Con questa accusa il pubblico ministero Maria Esposito ha chiesto il rinvio a giudizio di Nouri Hedhili, 53 anni, artigiano edile incensurato di origini tunisine. Un’accusa da cui l’uomo ha tentato di sottrarsi, finendo con l’addensare su di sé ombre che, inizialmente, ne hanno persino aggravato la posizione. Un’accusa che ora, assistito dagli avvocati Simone Inno e Gianluca Paris, rischia di affrontare in tribunale.
In un primo momento, Hedhili aveva dichiarato di non sapere nulla dell’accaduto. Successivamente aveva parlato di un malore in un parcheggio, poi di una caduta dal tetto. Anche la presenza del suo furgone in Val Taleggio, all’inizio, era stata giustificata con il trasporto di cibo a una famiglia bisognosa, prima di ammettere che era stato lui a trasportare il corpo e ad abbandonarlo in una piazzola a circa 60 chilometri dall’abitazione. Il perché delle menzogne? “Paura”. Forse, un goffo tentativo di tutelare anche moglie e figlie.
Era la mattina del 4 gennaio. Il freddo aveva lasciato una patina sottile di brina sui tetti di Verdellino. Su una casa di via Galliano erano in corso alcuni lavori: bisognava aprire un lucernario, un intervento apparentemente semplice, ma che richiedeva attenzione, esperienza e, soprattutto, sicurezza. Secondo la ricostruzione della Procura, su quel tetto si trovavano due uomini. Uno era Hedhili, proprietario dell’abitazione, l’altro un lavoratore impegnato nei lavori, Hassan Matried, 43 anni, egiziano, privo però di un’assunzione formale. Era lì per aiutare, per eseguire materialmente l’intervento. Nessuna impalcatura, nessuna protezione visibile. Solo tegole, freddo e una superficie resa insidiosa dalla brina.
A un certo punto, il lavoratore si sarebbe arrampicato sulla falda del tetto per rimuovere alcune tegole, proprio nel punto in cui si sarebbe dovuto aprire il lucernario. Lo avrebbe fatto – sempre secondo l’accusa – su indicazione del proprietario di casa. È bastato un attimo. Un passo incerto, una perdita di equilibrio, poi la caduta. Oltre sette metri nel vuoto.
Il corpo riportò fratture gravissime: al cranio, al torace, alla scapola. Le lesioni interne, in particolare le emorragie cerebrali, non lasciarono scampo a Matried. Secondo i consulenti, morto in tempi rapidissimi. A definire ancor di più questa vicenda, però, è ciò che è successo dopo l’incidente. Di fatto, non è stato chiamato alcun soccorso. Nessuna ambulanza, nessuna richiesta di aiuto immediata. Il lavoratore, gravemente ferito o già privo di vita, non ha ricevuto alcuna assistenza. Al contrario, il corpo è stato caricato su un furgone, un Renault Master, e lasciato lì, nel cassone, per diverse ore in attesa di una soluzione, di un modo per gestire l’accaduto.
Nella notte o alle prime luci dell’alba, poco importa, il furgone si è diretto verso una zona isolata della Val Taleggio, in località Ponte del Becco. Lì, il corpo è stato scaricato. E abbandonato sul ciglio della provinciale, avvolto in due coperte. Un gesto che per la Procura non tradisce disperazione, ma la volontà di nascondere l’accaduto.
Le indagini sono partite da quel corpo, ritrovato così lontano dal luogo dell’incidente. I carabinieri hanno analizzato la scena, raccolto prove, ricostruito i movimenti del furgone attraverso le telecamere. Rilievi fotografici, accertamenti tecnici, tracce individuate nell’abitazione di Hedhili, anche con il luminol, intercettazioni, testimonianze. A tutto questo si è aggiunta la consulenza medico-legale, che ha confermato la compatibilità delle lesioni con una caduta dall’alto. L’ultima delle ipotesi ventilate dall’indagato, l’unica aderente alle ricostruzioni degli inquirenti.
Con la chiusura delle indagini ha preso forma il quadro delle presunte responsabilità. Secondo l’accusa, su quel tetto mancava tutto ciò che avrebbe potuto prevenire la tragedia: nessun piano di sicurezza, nessuna protezione anticaduta, nessun dispositivo individuale come casco o scarpe adeguate. E nessuna formazione specifica per il lavoratore.
Elementi che, messi insieme, hanno portato la Procura a formulare accuse pesanti: in primis l’omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro. Poi l’omissione di soccorso. E, infine, l’occultamento del cadavere. Caricato nel retro di un furgone e abbandonato ai margini di una fredda, desolata strada di montagna.


