L'intervista
|Domenico Petrolo: “Salari e welfare non bastano, la politica riconosca l’importanza dell’identità”
Venerdì 24 aprile alle 21 allo Spazio Incontri A2A della Fiera dei Librai di Bergamo, nel cortile della Biblioteca “Caversazzi”, si terrà la presentazione del libro “La stagione dell’identità – Dalla Brexit a Trump, perché orgoglio e valori contano più di salari e welfare”
“I salari e il welfare non bastano: la politica e in modo particolare la sinistra riconoscano l’importanza dell’identità”. Così Domenico Petrolo, fondatore di Cuntura e già coordinatore per diversi anni della campagna 2×1000 del Partito Democratico nazionale, illustra i contenuti del suo libro “La stagione dell’identità – Dalla Brexit a Trump, perché orgoglio e valori contano più di salari e welfare” (FrancoAngeli).
Il volume, fresco di pubblicazione, verrà presentato alla Fiera dei Librai di Bergamo venerdì 24 aprile: l’appuntamento è alle 21 allo Spazio Incontri A2A, nel cortile della Biblioteca “Caversazzi”, in via Torquato Tasso, 4, con ingresso libero. L’autore dialogherà con Ferruccio de Bortoli, giornalista e presidente della Fondazione Corriere della Sera, e Giorgio Gori, europarlamentare bergamasco.
L’incontro, moderato da Diletta Giuffrida, giornalista di SkyTG24, è organizzato in collaborazione con il Circolo Matteotti di Bergamo.
Abbiamo intervistato Domenico Petrolo per saperne di più.
Com’è nato questo libro?
L’idea è nata da un duplice desiderio. Il primo è quello di superare il conformismo e l’autocensura in cui ci siamo rinchiusi negli ultimi anni, perché affrontare questi temi soltanto in reazione e in contrapposizione a ciò che sostengono i nazionalisti non ci permette di coglierne la reale complessità. Bisogna rompere questo conformismo, entrare nel merito delle questioni e interpretare la realtà, non lasciarla a nazionalisti e populisti. Il secondo è quello di tornare a parlare delle “rose” di fronte a una politica, specialmente a sinistra, che parla soprattutto di “pane”, citando la celebre affermazione della sindacalista statunitense Rose Schneiderman.
Che cosa intende?
Negli ultimi anni il dibattito politico, soprattutto a sinistra, è stato molto incentrato sui temi economici, dal salario minimo al welfare, al caro vita. Temi fondamentali, senza dubbio. Ma ci si è però completamente dimenticati di tutto ciò che non rientra nella sfera strettamente economica. In primis dell’identità, della richiesta di riconoscimento, delle paure e delle inquietudini che vivono milioni di persone. Oggi molti elettori temono che il proprio mondo possa venir meno. Sentono la propria identità minacciata da un’immigrazione non gestita, dall’Islam radicale e dagli eccessi della cultura woke. In molti territori la de-industrializzazione causata dalla globalizzazione ha lasciato molte persone senza quel posto di lavoro di cui andavano orgogliose e che dava loro anche un ruolo all’interno della comunità d’appartenenza. A tutto ciò si aggiunge l’andamento demografico della nostra società, che fa registrare un crescente invecchiamento della popolazione e una consolidata denatalità.
Ma secondo lei cos’è l’identità?
L’insieme di tutti gli aspetti che ci definiscono: la nostra storia, la tradizione, i vincoli familiari, i modi di fare, la religione e la laicità, la cultura e le sue espressioni, i diritti e le consuetudini del nostro gruppo di appartenenza. Tutto ciò dà alle persone un posto nel mondo: li fa sentire parte di una comunità e quando hanno la sensazione che tutto ciò sia minacciato votano quelle forze politiche, nazionalisti e sovranisti, che promettono di difendere il loro mondo. Nel libro approfondisco questi argomenti, anche attraverso dei dialoghi con l’ex premier Romano Prodi, lo storico tedesco Philipp Blom, il filosofo americano Antony Appiah e tante altre personalità.
Lei parla molto di “riconoscimento”. Oggi riconoscere è fondamentale?
Se il secolo precedente era il secolo dell’uguaglianza, questo è il secolo del riconoscimento. Le persone votano per la dignità, per orgoglio, votano per chi le riconosce, votano per essere viste. Non per i bonus, non per qualche euro in più di stipendio, ma per i propri valori, la propria identità. Ed è per questo che oggi la difesa del proprio mondo e della propria identità contano più di molte promesse economiche.
Nel suo libro racconta il fallimento del multiculturalismo
Per quanto l’immigrazione sia fondamentale per il nostro continente, non possiamo non ammettere che in buona parte dei Paesi europei il multiculturalismo è fallito. L’idea che le criticità connesse all’immigrazione potessero risolversi da sole si è rivelata profondamente sbagliata. Quando si parla di immigrazione occorre tenere conto delle diverse identità e dei conflitti culturali che ne possono derivare. Il disastro svedese, un paese oramai travolto dalla criminalità, o i giovani musulmani francesi che a maggioranza chiedono l’applicazione della sharia, di cui parlo nel libro, sono purtroppo emblematici.
È innegabile e inevitabile, però, che ci troviamo in una società plurale
Certo, ma non possiamo non gestire determinati processi. L’integrazione richiede ingegneria economica e sociale: è necessario che vi sia reciprocità; invece, spesso ha prevalso il relativismo culturale e la mancata condivisione dei principi fondamentali del paese che accoglie. Aspetto essenziale non in virtù di una supremazia culturale, ma per far sì che la convivenza fra diverse culture porti all’emancipazione delle persone e non a una regressione della collettività.
Un capitolo del suo libro si intitola “Woke for Trump”. Pensa che il woke aiuti i sovranisti?
La cultura woke, nata con l’intento di promuovere l’emancipazione, ha finito talvolta per generare dinamiche di censura ed esclusione. Le politiche identitarie statunitensi hanno spinto una parte della sinistra ad accantonare principi universali per concentrarsi sulla tutela di gruppi e identità specifiche — immigrati, comunità LGBTQ+, minoranze etniche e religiose — arrivando in alcuni casi a descrivere l’identità tradizionale come un retaggio del passato. Si pensi alla proposta, avanzata da una parte della sinistra italiana, di sostituire ‘mamma’ e ‘papà’ con ‘genitore 1’ e ‘genitore 2’, oppure all’introduzione della schwa nelle parole al posto del maschile e del femminile. Per molti uomini e donne, queste scelte — così come altre formule “neutre” — non rappresentano un progresso, ma vengono percepite come un indebolimento o un annullamento della propria identità.

La fine dell’era Orban in Ungheria può essere un segnale di debolezza del nazionalismo?
Sicuramente è una gran buona notizia per le istituzioni europee. Ma scomparso Orban non sono scomparse le radici per cui è stato votato. Ciclicamente si festeggia la fine dei nazionalisti: nel 2017 con la vittoria di Macron su Le Pen, nel 2020 con la vittoria di Biden su Trump, nel 2023 con la vittoria di Tusk in Polonia. In Ungheria le piattaforme programmatiche dei tre partiti di destra presenti in parlamento hanno una base comune che poggia sulla difesa dell’identità ungherese. Festeggiata la cacciata di Orban, non possiamo non notare come la sinistra non abbia giocato alcuna partita e lo stesso potrebbe accadere alle prossime elezioni in Francia, dove a contendersi la vittoria probabilmente saranno ancora il partito di Le Pen e un ex macroniano, o in Germania, dove la sfida sarà tra CDU e AfD.
A quale conclusione è giunto? È possibile correggere il tiro?
Quella che stiamo vivendo è una crisi strutturale che non si risolverà in pochi anni o con qualche misura tampone. La politica tradizionale, e la sinistra in particolare, deve riconoscere questi sentimenti, occuparsi di queste paure. Non basta più denunciarle o denunciarne la strumentalizzazione. Deve attribuire un valore agli individui, alle loro tradizioni, alle loro radici. Riconoscere il valore positivo del loro vissuto, il valore delle loro identità, anche se non sono cosmopolite e multiculturali. Dovrà imparare a parlare il linguaggio dell’appartenenza senza scivolare nella retorica del sangue e suolo. Coniugare riconoscimento e universalismo, radici e apertura.


