“Sara un ostacolo tra Badhan e la droga, per questo l’ha uccisa”: il pm chiede l’ergastolo
Le scuse in aula dell’assassino, rigettate dalla madre. La difesa chiede il minimo della pena: “Da escludere l’aggravante della crudeltà, come nel caso Cecchettin”. Sentenza il 13 maggio
Bergamo. Ergastolo. È la richiesta formulata dal pubblico ministero Raffaella Latorraca mercoledì 22 aprile davanti alla Corte d’Assise, nel processo per la morte di Sara Centelleghe, 19 anni, uccisa nella notte tra il 25 e il 26 ottobre 2024 a Costa Volpino. Una richiesta, dichiara la pm in aula, volta a “riaffermare l’esigenza di tutelare la vita umana. In questo, calpestata e disprezzata”.
“Per prima cosa vorrei chiedere scusa – dice con tono di voce basso, quasi impercettibile l’imputato, Jashan Deep Badhan, 20 anni, accusato di omicidio aggravato e rapina pluriaggravata -. Mi sono reso conto di aver rovinato la vita di una famiglia. Sono pentito di ciò che ho fatto”. Scuse respinte dalla madre di Sara, che in aula non riesce a trattenere la rabbia.
La ricostruzione dell’accusa
Il pubblico ministero inizia la sua requisitoria esaminando la dinamica dei fatti, segnata da un unico denominatore: la droga.
Alle 1.18 arriva la chiamata al 112 da parte dell’amica della vittima: urla, concitazione, una richiesta d’aiuto disperata. Il corpo della giovane è nel corridoio. Tracce di sangue ovunque – sulle scale, sulle maniglie, sugli arredi – e segni evidenti di colluttazione. La camera da letto è completamente a soqquadro: letto ribaltato, oggetti sparsi, materassi a terra. Su un mobile viene rinvenuta una forbice, i capelli della vittima sulla punta. A terra, uno zaino aperto. Per l’accusa, non è disordine casuale: l’amica di Sara era nel giro dello spaccio, Badhan cercava droga.
Le tracce ematiche e le impronte conducono dall’appartamento al piazzale che collega il condominio della vittima a quello dell’imputato. Il corpo presenta 77 ferite, oltre a traumi compatibili con percosse violente e compressione al collo. Un insieme di lesioni che, secondo la pm, raccontano “violenza, accanimento e crudeltà”. Quest’ultima, una delle tre aggravanti contestate insieme alla minorata difesa (“Sara era una ragazza di 45 chili e alta 1 metro e 55”) e nesso teleologico tra omicidio e rapina del telefono.
Il movente, per l’accusa, è uno solo: la ricerca di stupefacenti. L’imputato, che aveva avuto contatti con l’amica della vittima per uno scambio di droga, avrebbe raggiunto l’abitazione passando dai garage, evitando l’incontro concordato. Una volta dentro, avrebbe iniziato a cercare sostanze. Il risveglio improvviso di Sara avrebbe innescato l’aggressione.
Dopo il delitto, la fuga lungo lo stesso percorso dei locali comuni e il rientro nel proprio appartamento. I carabinieri risalgono rapidamente a lui, anche grazie ai messaggi intercettati. Il giovane viene trovato la mattina successiva: una mano ferita che cerca di nascondere, tracce compatibili con la scena del crimine. In seguito ammetterà le proprie responsabilità. Dagli atti emerge anche un consumo abituale e significativo di droga, elemento che per l’accusa completa il quadro del movente. Mezz’ora dopo l’omicidio, Badhan avrebbe mandato un messaggio a un amico: “Hai la zia?”. La ‘zia’ è la cocaina.
Le conclusioni delle perizie
Sul piano psichiatrico, i periti Filippo Tancredi e Sergio Monchieri hanno escluso qualsiasi vizio di mente. L’imputato è stato ritenuto pienamente capace di intendere e di volere al momento dei fatti. Eventuali tratti di personalità problematici, sottolinea la pm, non risultano tali da incidere sulla responsabilità penale, né compatibili con un’azione psicotica estemporanea. Un passaggio che, per l’accusa, chiude ogni spazio a letture alternative sul piano della capacità mentale.
Le posizioni in aula
Per il pubblico ministero, la chiave del delitto è la droga: una dipendenza descritta come “spasmodica”, capace di trasformare Sara “in un ostacolo da eliminare” con “accanimento e crudeltà”, tanto che i traumi sul volto della giovane sarebbero più riconducibili a un evento da precipitazione o, addirittura, a un incidente stradale.
Di segno opposto la lettura della difesa, affidata all’avvocato Roberto Grittini. Per il legale, non vi sarebbe spazio per l’aggravante della crudeltà, che richiederebbe una volontà specifica di infliggere sofferenze ulteriori rispetto alla morte. Elemento che, a suo dire, non emergerebbe dagli accertamenti medico-legali. Cita il caso Cecchettin, dove l’aggravante della crudeltà non è stata riconosciuta all’assassino Filippo Turetta. La difesa insiste inoltre sul contesto: un giovane incensurato, alterato dall’assunzione di sostanze, entrato nell’appartamento con l’intento di procurarsi hashish per attenuare gli effetti della cocaina. L’avvocato Grittini ha chiesto il riconoscimento delle attenuanti generiche e la concessione della pena minima. Il 13 maggio la Corte d’Assise tornerà in aula per la sentenza.


