Guerra ed economia, l’appello di Pax Christi Bergamo: “La pace non si costruisce con la forza”

Un invito diretto al territorio a interrogarsi sul legame tra scelte produttive e conflitti globali. Imprese e istituzioni chiamate a orientare sviluppo e responsabilità verso un’economia che non alimenti la guerra
Un’inquietudine che attraversa il nostro tempo
C’è un’inquietudine che attraversa il nostro tempo. Non è un’emozione passeggera, ma la percezione che qualcosa di profondo stia cambiando nel modo in cui guardiamo alla guerra e alla pace.
La violenza, che dovrebbe restare l’ultima e più dolorosa delle risorse, viene sempre più presentata come strumento ordinario di governo. Si parla di “sicurezza”, di “deterrenza”, di “stabilità”, come se bastasse cambiare le parole per cambiare la natura delle cose.
Eppure, lo afferma il diritto internazionale e, prima ancora, la coscienza: la pace non si costruisce con la forza. La forza non diventa pace solo perché qualcuno decide di chiamarla così.
Intanto, mentre un conflitto occupa i titoli, altri dolori vengono spinti ai margini. L’Ucraina resta un campo di devastazione. La tregua in Medio Oriente resta estremamente precaria. Il Sahel vive una spirale di violenze dimenticate. Il Sudan è travolto da una guerra civile che ha già costretto milioni di persone alla fuga. Nel Corno d’Africa, crisi politiche e climatiche si intrecciano in un’unica ferita aperta.
Secondo diversi rapporti internazionali, oltre un terzo dei conflitti più gravi del pianeta si concentra oggi in Africa, ma il valore del dolore sembra cambiare a seconda della latitudine.
In questo scenario globale, anche i nostri territori non sono estranei. L’aggressione di USA e Israele all’Iran apre uno scenario di crisi economica mondiale. La crescente pressione verso una riconversione dell’industria civile in direzione militare, spesso presentata come opportunità economica, rischia di diventare un’altra forma di assuefazione alla logica della guerra. Alcune analisi e ricerche confermano come, in Italia, la traiettoria industriale stia favorendo la crescita del settore bellico, mentre la normativa che regola l’export militare è oggetto di tentativi di revisione.
È un segnale che interroga: quando la guerra diventa un affare, la pace diventa un costo.
Un appello agli imprenditori e alle istituzioni
La nostra terra, con la sua storia di lavoro, cooperazione e solidarietà, non può considerarsi neutrale. Le scelte economiche e istituzionali che maturano qui – nelle aziende, nelle associazioni di categoria, nei Consigli comunali, nelle sedi amministrative – hanno un impatto reale sulle filiere globali.
Per questo, con rispetto ma con franchezza evangelica, sentiamo il dovere di rivolgere un appello.
Agli imprenditori bergamaschi
Vi chiediamo di esercitare una creatività orientata al civile, capace di generare valore non attraverso la produzione di strumenti di guerra, ma attraverso la tutela dell’ambiente, l’innovazione sostenibile, i servizi sociali, la cura delle fragilità.
La transizione dal militare al civile non può essere scaricata sulle spalle dei lavoratori: richiede investimenti, visione, responsabilità. Allo stesso tempo, i posti di lavoro non possono diventare un ricatto per giustificare il passaggio dal civile al militare.
Tutto ciò richiede un nuovo modo di intendere la responsabilità sociale d’impresa e di territorio: non come marketing, ma come scelta etica concreta, che riconosce il ripudio della guerra proclamato dalla Costituzione repubblicana non come un richiamo retorico, ma come criterio operativo.
In questo senso risuona l’intuizione di Papa Leone XIV, che parla della necessità di una pace disarmata, fondata sulla giustizia e non sulla minaccia. Una pace che non si regge sugli arsenali, ma sulla dignità del lavoro, sulla cura del creato, sulla solidarietà tra i popoli.
Costruire strumenti militari significa imboccare la strada della guerra e della violenza: come cristiani non possiamo assecondare questa via. Siamo chiamati a un’altra logica, a un’altra responsabilità, a un’altra speranza.
Il caso Fassi e il caso Battagion
Un segnale che interpella la coscienza del territorio
Non possiamo ignorare ciò che sta emergendo in bergamasca: i carrelli elevatori di Fassi Gru, documentati in uso in contesti di demolizioni e operazioni militari; i macchinari della Battagion, destinati a produzioni che possono essere impiegate anche in ambiti bellici; la produzione di sottomarini della M23.
Non si tratta di puntare il dito, ma di riconoscere che ogni filiera produttiva ha un impatto sul mondo. La nostra terra non può diventare, nemmeno indirettamente, parte di un’economia di guerra.
A Fassi Gru S.p.A., a Battagion S.p.A., a M23 S.r.l. e a tutte le realtà economiche e industriali del territorio chiediamo passi di responsabilità e coraggio:
- scegliere la via della trasparenza, della responsabilità e della creatività civile;
- non contribuire, neppure indirettamente, a processi che alimentano violenza e distruzione;
- orientare la propria attività verso la costruzione della pace.
Alle istituzioni locali
Chiediamo di vigilare, di promuovere percorsi di economia civile, di sostenere le imprese che scelgono la via della nonviolenza, della cooperazione e della transizione ecologica.
Le politiche pubbliche non sono mai neutre: possono favorire la cultura della pace o quella della forza. La responsabilità di un territorio passa anche da qui.
La responsabilità della pace
Pax Christi, fin dalla sua nascita, ha scelto la via della riconciliazione e della nonviolenza. Non una pace astratta, ma una pace che interroga le scelte politiche, economiche e culturali.
Oggi questa responsabilità ci chiama ancora. Ci chiede di non lasciarci trascinare dalla retorica della sicurezza armata. Ci chiede di difendere la dignità di ogni popolo, senza eccezioni. Ci chiede di custodire il nostro territorio perché non diventi, anche inconsapevolmente, parte di un’economia di guerra.
Ogni euro destinato alle armi e al materiale bellico viene sottratto ai beni comuni: alla scuola, alla sanità, allo Stato sociale. Aumentano le disuguaglianze, si allungano le distanze.
La pace non è un sentimento. È una scelta.
E come ogni scelta, richiede coraggio:
- il coraggio di dire no alla violenza travestita da necessità;
- il coraggio di costruire alternative;
- il coraggio di credere che la nonviolenza non è ingenuità, ma l’unica via che non tradisce l’umano.
Pax Christi lo ricorda da sempre:
la pace si testimonia, si costruisce, si custodisce.
E si difende sempre, senza armi.

