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Duplice omicidio di Covo, l’appello dell’avvocato delle famiglie al killer: “Costituisciti”

Il legale di parte civile invita il responsabile a consegnarsi e avverte chi lo aiuta: rischio favoreggiamento

Covo. Un appello diretto, senza giri di parole, rivolto al presunto autore del duplice omicidio avvenuto la sera del 17 aprile al tempio Sikh di via Campo Rampino. A lanciarlo è l’avvocato di parte civile delle famiglie delle vittime, Angelo Lino Murtas, ex vice questore di Treviglio.

“Sono l’Avvocato Angelo Lino Murtas e assisto le mogli, i figli minorenni e le famiglie di Rajinder Singh e Gurmit Singh, i due padri di famiglia di Covo, in provincia di Bergamo, tragicamente strappati ai loro cari da un gesto di violenza tanto grave quanto incomprensibile. Erano uomini dediti al lavoro, alla famiglia, ai propri valori e alla propria fede. Due vite spezzate da una vendetta assurda e ingiustificabile, che avrebbe potuto causare ancora più dolore, coinvolgendo anche altri due padri di famiglia, fortunatamente sopravvissuti. A te, che oggi sei in fuga, rivolgo un appello sincero e profondo: fermati. Aiuta prima di tutto te stesso a uscire da questa spirale drammatica in cui sei precipitato”.

”Ogni giorno di latitanza – scrive Murtas – aggrava la tua posizione e mette in pericolo anche chi, forse per paura o per affetto, ti sta offrendo aiuto, esponendosi a conseguenze gravissime pur non avendo colpe”.

Secondo il legale, in questa fase l’unica via possibile resta la consegna spontanea all’autorità giudiziaria.

“Hai ancora la possibilità di compiere l’unica scelta giusta: costituirti. Prendi contatto con me, il mio numero è facilmente reperibile su internet. Sono pronto a facilitare il tuo percorso verso la giustizia, affinché tu possa presentarti davanti all’autorità giudiziaria e assumerti la responsabilità di quanto accaduto. Continuare a nasconderti significa soltanto aumentare il dolore: il tuo, quello di chi ti sta vicino e soprattutto quello delle famiglie delle vittime, sprofondate in una sofferenza immensa. Ricorda che in Italia la giustizia non è vendetta: non esiste la pena di morte, non esiste la tortura. La pena è orientata anche alla rieducazione della persona, ma il primo passo deve venire da te. Per questo faccio appello a ciò che di umano e di buono ancora vive nel tuo cuore, al rispetto dei valori religiosi in cui hai creduto, al rispetto della comunità bergamasca che ti ha accolto, al rispetto dovuto alle vittime e alle loro famiglie. Assumiti la responsabilità delle tue azioni, presentati, chiarisci quanto è accaduto. Solo questa – conclude – può essere la strada del coraggio, della dignità e della verità”.