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Città mercato o città di tutti? Elena Granata: “Ciò che ha valore non ha prezzo”

Dalla critica alla mercificazione della vita urbana alla tutela di diritti fondamentali: natura, acqua, sicurezza stradale, tempo condiviso. L’urbanista indica nelle Zone 30, nella regolazione degli affitti brevi, nei piani clima leve concrete di cambiamento. Allarme su turismo e centri storici: senza residenti la città perde anima e servizi

“Se non consumi, non esisti”. Elena Granata parte da qui per quello che definisce il suo libro più politico: una critica alla città trasformata in spazio a pagamento e una proposta alternativa fondata su gratuità, relazioni, tempo condiviso. “La città è di tutti. Ciò che ha valore non ha prezzo” (Einaudi, 2026) è insieme diagnosi e programma: contro la privatizzazione diffusa della vita urbana e per una città più lenta, aperta, inclusiva. Una riflessione che incrocia questioni molto concrete anche per Bergamo: le politiche sulla mobilità, il boom turistico e degli affitti brevi, la pressione sui centri storici, la sfida climatica, la qualità dello spazio pubblico. Elena Granata, urbanista e docente al Politecnico di Milano, presenterà ‘La città è di tutti’ alla Fiera dei Librai domenica 26 aprile (ore 18) nella Sala Ferruccio Galmozzi (primo piano della Biblioteca Caversazzi) in via Torquato Tasso 4 in città; Cesare Zapperi, giornalista del Corriere della Sera, dialogherà con l’autrice.

Quando e perché ci siamo abituati all’idea che tutto, tempo libero, mobilità, perfino stare nello spazio pubblico, abbia un prezzo?

“Ci siamo abituati nel momento in cui la città ha smesso di essere luogo accessibile a tutti ed è diventata una piattaforma che deve produrre merce. Questa trasformazione della città pubblica in città mercato è progressiva, il modo in cui avviene la mercificazione della nostra vita è capillare. Solo un paio di esempi: si è arrivati a pensare di poter far pagare il servizio di piedibus per accompagnare i bambini a scuola o il tempo di permanenza in un bar. Questa pervasività del mercato entra ovunque, ci convince che possiamo vendere tutto e satura gli spazi urbani, impedendo che ne restino ispirati alla gratuità. Bambini e ragazzi crescono con l’idea che tutto quello che c’è di bello nella vita abbia un prezzo”.

È proprio l’opposto: “Ciò che ha valore non ha prezzo”. Quali sono i beni che devono restare gratuiti, o tornare a esserlo, perché una città sia davvero di tutti?

“Il libro guarda ai bisogni urbani fondamentali, condivisi da tutti i cittadini, non a quelli separati dei bambini, degli anziani, delle donne. Il diritto inalienabile alla natura, ad avere la possibilità di fruirne vicino a casa. Il diritto al buio, ad avere zone dove non ci sia inquinamento visivo e luminoso, perché la mancanza di alternanza giorno-notte incide sulla salute. Il diritto alla sicurezza per strada, all’incolumità nello spazio pubblico, a poter camminare senza rischiare di essere investiti dalle auto. Il diritto all’acqua oppure all’accesso ai boschi, alle montagne. Il diritto bellissimo a spazi per giocare in libertà, come i cortili erano un tempo, ad andare in bicicletta. Nel libro ne racconto moltissimi: sono i diritti urbani da reinventare”.

Riguardo alla sicurezza per strada, lei ricorda come in Italia gli incidenti siano la prima causa di morte tra i giovani. Eppure, il dibattito pubblico resta molto più concentrato sulla sicurezza di fronte alla microcriminalità che su quella stradale.

“Perché individuare il capro espiatorio nell’episodio di cronaca è più facile: merita attenzione, non è da sottovalutare, soprattutto la diffusione di microcriminalità e violenza tra i giovanissimi. Ma i dati allarmanti sono quelli dei ragazzi morti per strada e degli incidenti sulle strisce pedonali. Per una società civile dovrebbe essere intollerabile che i nostri figli possano uscire di casa e non tornarvi la sera a causa di un attraversamento stradale. Poter stare in strada non è solo un diritto delle auto ma anche dei pedoni, un diritto di salute pubblica, di socialità. Non significa necessariamente togliere le auto, ma regolare la viabilità perché i diritti di tutti gli utilizzatori della strada siano almeno in parità. Ora siamo ben lontani dall’offrire la precedenza allo spazio per i bambini e le persone più fragili come gli anziani. È una questione culturale, perché costruire città sicure per i pedoni e quindi per tutti non sarebbe complicato”.

Nel libro cita buone pratiche già in atto.

“Le città europee che hanno optato per il limite a 30 all’ora sono infinite, da Bologna a Bruxelles; dal Nord Europa alla Spagna, perché la moderazione della velocità, secondo tutti i dati, è il presupposto minimo per evitare che un incidente sia mortale. Non è solo un divieto di correre per le auto: da lì parte tutto il lavoro sulla qualità dello spazio pubblico, su come trasformare le strade quando si liberano dallo strapotere delle auto”.

Anche a Bergamo l’estensione delle Zone 30 raggiungerà l’88% della rete stradale.

“Un regalo che una città può offrire alla sua comunità, anche quando non tutti sono d’accordo: salvare le vite umane è un dovere della politica”.

Intanto i centri storici delle città stanno cambiando a causa degli affitti brevi e della turistificazione. Quali strumenti hanno i Comuni per regolare questo fenomeno?

“Innanzitutto, abbiamo ancora poca consapevolezza di che cosa ci perdiamo quando spostiamo l’asse dall’abitare al turismo. È una parte importante dell’economia ma, quando sostituisce completamente i residenti e tutto diventa ‘mordi e fuggi’, la città rischia un collasso. Il turismo, tra l’altro, è un settore molto fragile: basta una guerra, un evento geopolitico imprevisto, una crisi come quella legata al costo del carburante per ridurre rapidamente i flussi. È prudente che le politiche locali affrontino il fenomeno, introducendo tutti gli strumenti di correzione e riequilibrio di cui dispongono: stabilire limiti, incentivare l’affitto alle famiglie, promuovere una cultura dell’affitto a lungo termine. Le leve ci sono, ma devono nascere da una consapevolezza: se superiamo il punto di equilibrio, è molto difficile trattenere i servizi fondamentali per risiedere nei centri storici. La città è tale in quanto ha un tasso di biodiversità, di pluralismo, di esigenze di gruppi sociali diversi. Una città solo turistica perde molti pezzi: non ci sono più i bambini, gli anziani, le famiglie, le scuole: perde la sua anima”.

Lei osserva come oggi non possiamo più pensare all’urbanistica senza partire dalla crisi climatica. Un piano per il clima come si concilia con la giustizia sociale per evitare che i costi ricadano sui più fragili?

“Il piano clima dovrebbe essere una grande occasione di giustizia sociale, di ridistribuzione di valori della natura nel territorio. Un piano ben fatto è proprio quello che lavora soprattutto sui contesti più esposti alle isole di calore, alle alluvioni, alla povertà energetica. Sappiamo che la crisi climatica colpisce tutti ma non tutti allo stesso modo: in un’estate calda, come quella che si annuncia, gli anziani senza il condizionatore saranno i più esposti alla mortalità. Un piano clima interviene con soluzioni basate sulla natura proprio là dove ci sono le persone più fragili, nelle periferie, nei contesti ad alta urbanizzazione. Confido molto in questo strumento, se ben utilizzato, perché lavorare sulla mitigazione degli impatti climatici significa proteggere i più poveri. Le comunità energetiche, poi, dovrebbero essere l’occasione per sganciarsi dalle logiche del petrolio e delle guerre e produrre energia ridistribuita in primis ai poveri, ai più bisognosi”.

Lei invita a ripensare le città a partire dall’acqua.

“Per un secolo abbiamo avversato l’acqua, chiuso, tombato, deviato fiumi, navigli, torrenti. In Italia non abbiamo una cultura dello stoccaggio dell’acqua piovana: lasciamo che si disperda e poi soffriamo i periodi di siccità. Tratto il tema importante dell’acqua almeno in due capitoli del libro. Non riguarda solo una dimensione estetica ma di sopravvivenza, è uno strumento di controllo del clima e di salute. L’acqua è il primo bene pubblico: le città devono riscoprirla per la loro sopravvivenza. Servono città spugna, con porosità e permeabilità dei suoli per consentire l’assorbimento. Il buon uso dell’acqua è il principale strumento di adattamento climatico”.

Scrive che nelle nuove generazioni prende forma il desiderio di una vita diversa.

“Lo sto osservando anche nel consenso intorno al libro. Non è un indicatore statistico significativo: constato, però, che chi si interessa ai miei argomenti sono giovani donne, spesso amministratrici. Vedo un grande risveglio di sensibilità in loro e nelle nuove generazioni, perché c’è un’esigenza di vivere bene in città e con gli altri, repressa in tutti i modi possibili, dal Covid al consumismo, ai costi dell’accessibilità ai servizi. Perché Genova ha fatto centro con il concerto in piazza e la sindaca è stata molto acuta nell’individuare una richiesta? Perché oggi mancano queste occasioni per stare bene con gli altri. In un mondo che fa la guerra c’è un grandissimo desiderio di pace, che non è solo assenza di armi, ma è anche risonanza, incontro positivo, pacifico con l’altro, fondamentale per le nuove generazioni. Ho scritto questo libro soprattutto per loro. Uscito il 31 marzo, è già alla seconda ristampa, perché forse coglie un momento in cui, dopo tutto quello che ci succede intorno, cerchiamo una proposta, un manifesto per pensare a un altro mondo possibile. Da troppo tempo non ce lo ricordavamo vicendevolmente”.

Elena Granata