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Silvio Garattini: “Alcuni ragazzi iniziano a usare droghe già a 11 anni. Ai giovani dico: datevi da fare”
Silvio Garattini in dialogo con Guido Bertolini alla Fiera dei Librai

Sabato 18 aprile, nel cortile della Biblioteca Caversazzi, il fondatore del Mario Negri ha presentato la sua ultima pubblicazione

Bergamo. “È stato visto che chi inizia a drogarsi da giovane, e purtroppo oggi si comincia anche già a 11 anni, quando arriva intorno ai quarant’anni ha più schizofrenia e depressione. Sigarette e alcool rappresentano il 40% dei tumori evitabili”. Autore di queste affermazioni è Silvio Garattini oncologo, ricercatore e farmacologo, nonché fondatore e presidente dell’Istituto Mario Negri, che nel pomeriggio di sabato 18 aprile, nello spazio incontri A2A, in occasione della 67esima Fiera dei Librai della nostra città, ha presentato il suo ultimo saggio, dal titolo, edito da Piemme.

Il ricercatore cerca di ribaltare una delle convinzioni più diffuse e scoraggianti: che la prevenzione sia un privilegio dei giovani e che, superata una certa età, modificare le proprie abitudini sia non solo difficile, ma persino inutile. “L’educazione alla salute – afferma Garattini -, deve iniziare il prima possibile e poi crescere con il tempo. Dovrebbe esserci innanzitutto nelle scuole. Ma bisogna ricordare che, anche se qualcuno non ha condotto uno stile di vita sano, non è mai troppo tardi per cominciare”. Pagina dopo pagina, l’autore ci invita alla consapevolezza e alla responsabilità individuale, nella convinzione che il benessere non sia solo un fatto personale, ma un atto di solidarietà collettiva. Oggi il concetto di salute è molto più vasto che in passato. Dipende da una serie di fattori che non hanno diretta connessione con la medicina. La nostra salute dipende dal clima, dall’inquinamento, dall’ambiente in cui si vive, se in città o campagna, dalla regione, dalla classe sociale, dall’effettiva o mancata scolarizzazione.

“Il libro si sarebbe potuto intitolare 4 contro 4” – sorride Guido Bertolini – epidemiologo Istituto Mario Negri –. Nel saggio, di fatto, Garattini mostra quattro cattive abitudini che bisogna combattere e quattro buone abitudini da promuovere. Tra le prime l’uso di alcool, del tabacco e delle droghe. “Abbiamo il diritto alla salute ma abbiamo il dovere di mantenere la nostra salute”, ribadisce l’autore.

L’alcool

La posizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità è cambiata: fino a un anno e mezzo fa catalogava l’alcool come possibile cancerogeno. Ora come cancerogeno. “La soglia di sicurezza rispetto all’alcool è zero – dichiara fermamente Garattini, che da anni porta avanti questa battaglia – La soglia dipende come si stabilisce la cancerogenicità dell’alcol: si vanno a comparare dei grandi gruppi di popolazione; quindi, si va a osservare la popolazione che beve poco e che tumori ha sviluppato, poi lo stesso per chi beve moderatamente, tanto e così via. All’aumentare della quantità di alcool che si beve aumenta lo sviluppo del primo tipo di tumore legato al consumo di alcool, che è quello dell’esofago, e compaiono anche altri tumori. Quando diciamo che la probabilità è bassa per chi beve poco, dobbiamo tenere presente che comunque, una piccola percentuale di persone che ha sviluppato tumori a causa del consumo c’è. Rispetto a una persona che beve poco, come possiamo sapere se apparterrà al grande gruppo che non sviluppa un tumore o al piccolo che lo farà? Non possiamo. È per questo che diciamo che la soglia è zero. Noi trattiamo l’alcool in modo diverso dalle sigarette pur essendo la stessa cosa. Se si acquista un pacchetto di sigarette, sulla confezione si legge questo prodotto nuoce gravemente alla salute. L’Europa voleva mettere la stessa etichetta sui prodotti alcolici ma l’Italia ha rifiutato perché per il nostro Paese il fatturato è importante. Pensate che abbiamo ancora il 30% delle donne in gravidanza che bevono alcool, con importanti danni al feto”.

Il tabacco

Sono circa 12 milioni le persone che ancora fumano in Italia. “Ci sarebbe tanto da fare. Innanzitutto, bisognerebbe aumentare la disponibilità di centri che aiutino smettere – afferma Garattini – aumentare il prezzo delle sigarette e soprattutto fare più informazione. Bisogna far capire che chi fuma non danneggia solo sé stesso, ma anche chi gli sta vicino e l’intera collettività. Chi fuma espone le persone vicine al fumo passivo, con effetti concreti sulla loro salute. Allo stesso tempo, l’impatto riguarda tutta la popolazione: in Italia, per esempio, circa diciotto mila ettari di terreno vengono destinati alla coltivazione del tabacco, sottraendo spazio alla forestazione e all’equilibrio ambientale. Ogni anno, inoltre, vengono fumate circa 50 miliardi di sigarette: questo significa 50 miliardi di mozziconi dispersi nell’ambiente, che inquinano il suolo, le acque e anche il nostro cibo. A questo si aggiunge l’enorme quantità di sostanze cancerogene rilasciate nell’aria, che finiscono per essere respirate da tutti”.

Le sigarette elettroniche

Le sigarette elettroniche sono ancora un mondo che la scienza di oggi sta ancora studiando, anche perché ne esistono di diverse tipologie. “Quello che sappiamo – dichiara il presidente del Mario Negri – è che non è vero che aiutano a smettere di fumare: solo il 20% dei fumatori passa dal tabacco alle sigarette elettroniche, mentre il 24% compie il percorso opposto, tornando dalle elettroniche al tabacco. Tutti gli altri, invece, finiscono per utilizzare entrambe. Sappiamo inoltre che, anche se in minore quantità, anche dalle sigarette elettroniche escono sostanze cancerogene, come il benzene, e poi micro e nano plastiche. Negli Stati uniti è stato osservato inoltre che chi usa la sigaretta elettronica sviluppa delle forme di polmonite che non sono infettive ma dipendono dalle sostanze ivi contenute che finiscono negli alveoli dei polmoni e impediscono il riassorbimento dell’ossigeno, generando così delle forme di polmonite non infettiva”.

Le droghe

Da una decina di anni è stato sviluppato un metodo che, analizzando le acque dei depuratori delle reti fognarie e sapendo quante persone usano quei condotti, permette di misurare quanta droga si usa, dove si usa e, anche, quali sono le nuove droghe. Inoltre, per non avere una misurazione falsata ed evitare di misurare, ad esempio, le sostanze che vengono lanciate nelle acque dagli spacciatori quando scappano dalla polizia, a essere misurato è principale metabolita: “Questo significa – spiega Garattini – che misuriamo la droga che è passata attraverso un organismo”.

Grazie a questo metodo, oggi si ha una buona conoscenza vasta di quello che succede in Italia. “Ogni anno – dichiara – mandiamo il resoconto al consiglio dei ministri e abbiamo esteso gli studi anche a livello europeo. Questo permetterebbe un lavoro mirato, ma purtroppo l’attenzione al tema della droga nel nostro Paese è ancora molto scarsa, sebbene sia uno degli stati in cui si consuma più cannabis (in molte città andiamo vicini a quasi il 10% della popolazione e quasi il 5% della cocaina)”.

L’attività motoria fa bene alla memoria

Nel libro vengono presentate anche delle buone abitudini per restare in salute. Studi dimostrano, ad esempio, che l’attività motoria fa bene alla memoria perché preserva i neuroni che hanno a che fare con memoria e apprendimento. “Bisognerebbe fare almeno 40 minuti di attività motoria al giorno – dichiara Garattini -, ma solo il 30% degli italiani lo fa”.

Un uomo libero

“Abbiamo ascoltato un uomo libero” – ha affermato Daniele Rocchetti, Direttore artistico e editoriale della rassegna. Parole simili si sentono tra i commenti degli uditori nella confusione finale. La libertà forse è l’emblema di questa personalità così imponente, contenuta in un uomo anziano e snello.

Nato a Bergamo nel 1928, Garattini ha vissuto gli anni del ventennio fascista, “Mio padre aveva idee molto distanti dal regime, ed era consapevole che a scuola eravamo educati secondo l’ideologia del totalitarismo che stavamo vivendo. Allora quando tornavo a casa, e raccontavo quello che avevo imparato, lui mi spiegava come stavano davvero le cose. Ricordo che la sera mi faceva ascoltare le trasmissioni di Radio Londra”. L’esperienza del controllo della libertà individuale, evidentemente, è qualcosa che l’ha toccato nel profondo e che, in qualche modo, l’ha determinato nell’etica e nel lavoro. “Come ricercatore – dice-, ho tre doveri: fare una ricerca il più indipendente possibile, aiutare i giovani ricercatori a sviluppare la stessa sensibilità e comunicare i risultati della mia ricerca al pubblico, indipendentemente dal fatto che quando scoperto faccia piacere a qualcuno o meno. Siamo in un Paese libero, ognuno della propria vita fa ciò che preferisce, ma è importante sapere come stanno le cose”.

“Indipendente”. Durante il dialogo con Bertolini questa parola riecheggia nell’aria della sala, e il ricercatore, si impegna spesso per riacchiapparla e renderla continuamente protagonista della discussione.  “Molta ricerca ha dei conflitti di interesse, con la finanza, i partiti, le industrie”.  Garattini, però, questa libertà ce l’ha e cerca in tutti i modi di usarne ogni briciola. Di dire tutto ciò che la scienza fino ad ora ha scoperto. Lui che una voce ce l’ha e sa che ha il potere, e, diciamolo, il privilegio, di tentare di farla sentire.

Daniele Rocchetti introduce l'evento