Luciano Muttoni ucciso per 50 euro e uno sguardo di troppo: 23 anni e mezzo per De Simone, 16 per il complice
Omicidio di Valbrembo: la decisione della Corte d’Assise in tribunale a Bergamo. I parenti della vittima: “Bastava una chiamata al 112 e si sarebbe salvato. Ci aspettavamo pene più severe, questa non è giustizia”
Bergamo. Ventitre anni e 6 mesi a Carmine De Simone Dicecca, 16 anni a Mario Vetere per la rapina sfociata nell’omicidio di Luciano Muttoni, 58 anni, ucciso il 7 marzo 2025 nella sua abitazione di Valbrembo.
Questa la sentenza della Corte d’Assise di Bergamo, presieduta dal giudice DonatellaNava (a latere Sara de Magistris) dopo un’ora circa in Camera di Consiglio. La Corte ha riconosciuto a entrambi gli imputati le circostanze attenuanti generiche, annullando le aggravanti. Le motivazioni sono attese entro novanta giorni.
Secondo l’accusa, De Simone si accanì particolarmente sulla vittima con pugni e colpi inferti con il calcio di una pistola scacciacani, anche quando Muttoni non era più in grado di difendersi. I due lasciarono poi l’uomo agonizzante senza chiamare i soccorsi. Un delitto segnato da una violenza sproporzionata rispetto al bottino: circa 50 euro, un vecchio cellulare, alcune carte di credito mai utilizzate e l’auto della vittima usata per la fuga. Per entrambi il pubblico ministero Letizia Ruggeri aveva chiesto l’ergastolo.
Il verdetto solleva gli imputati e i loro amici presenti in aula. A loro strizzano l’occhiolino, mentre abbracciano e ringraziano i rispettivi avvocati. Delusi, invece, i familiari della vittima, all’uscita dal tribunale: “Luciano si poteva salvare, bastava chiamare il 112 – dicono affranti -. Aveva già problemi di salute, non era necessario infierire. Ci aspettavamo pene più severe, questa non è giustizia”.
Nel corso del processo, le difese hanno puntato a escludere l’aggravante del nesso tra rapina e omicidio. L’avvocato Luca Bosisio, legale di De Simone, ha sostenuto che l’aggressione sarebbe nata da una spinta emotiva, legata a una presunta offesa (uno sguardo percepito come di troppo) alla fidanzata dell’imputato, e non da un intento predatorio. È la tesi dello stesso imputato, che ha parlato di una “ripicca” degenerata nel peggiore dei modi.
La difesa ha anche ricostruito la biografia del giovane – segnata da abbandono, comunità e tossicodipendenza – chiedendo il riconoscimento delle attenuanti e una pena diversa dal carcere a vita (la Corte aveva già respinto anche la richiesta di perizia psichiatrica, ritenendo non emergessero elementi tali da mettere in dubbio la capacità di intendere e di volere al momento dei fatti).
Diversa la posizione di Mario Vetere, 24 anni, difeso dall’avvocato Daniele Tropea, che ha chiesto l’assoluzione dall’accusa di omicidio o, in subordine, la riqualificazione in omicidio preterintenzionale. Secondo la difesa, Vetere – anche lui segnato da un passato difficile – avrebbe avuto un ruolo marginale rispetto a De Simone: non armato, non avrebbe inferto colpi decisivi e sarebbe rimasto “immobilizzato” davanti alla violenza del complice. Entrambi gli avvocati difensori avevano sostanzialmente chiesto alla Corte di evitare l’ergastolo, per concedere ai loro assistiti un’ultima possibilità di redenzione.
Nell’indagine compare anche Alessandro Alfì, già giudicato con rito abbreviato e condannato a 5 anni e 8 mesi per il suo coinvolgimento nella rapina. Secondo gli investigatori, avrebbe fatto da intermediario tra i due aggressori. Alfì è stato riconosciuto colpevole anche di un’altra rapina, compiuta con De Simone il 17 febbraio a Ponte San Pietro. In quell’occasione un automobilista fu derubato dell’auto, del cellulare e del bancomat, con cui furono poi prelevati 250 euro.


