Conflitto in Iran: perché adesso e cosa significa per la Cina
La Cina si sta presentando come forza di mediazione orientata al perseguimento della pace nonché sostenitrice dell’ordine multilaterale, utilizzando questa vicenda per migliorare la percezione del proprio paese tra alleati e avversari, con l’obiettivo di allargare il proprio bacino di consenso globale
Gli eventi delle ultime settimane in Iran hanno tenuto il mondo con il fiato sospeso, in un susseguirsi di negoziazioni, trattative e ultimatum regolarmente disattesi. Un vortice di eventi che ha messo a dura prova il sangue freddo di famiglie, imprese e mercati finanziari, alle prese con le quotidiane scelte di spesa ed investimento in un contesto completamente privo di visibilità. Dove regna l’incertezza si fa largo la prudenza, e da un punto di vista economico cresce il rischio di trovarci nell’anticamera di una recessione, in quella che potremmo potenzialmente considerare una self-fulfilling prophecy: accanto alle conseguenze dirette del conflitto (reali e di grande impatto) che si possono concretizzare in una crisi energetica duratura, ciò che preoccupa è il circolo vizioso alimentato dall’incertezza. In un contesto tanto impervio si rinviano i consumi, si pospongono gli investimenti, tanto tra le famiglie quanto tra gli operatori economici.
Si rimanda l’acquisto dell’auto nuova, si taglia sulla spesa quotidiana, si posticipa l’investimento in macchinari per capire meglio quale mondo avremo davanti nei prossimi mesi. Ma l’effetto aggregato di tutto questo può essere un rallentamento dell’attività economica che si manifesta sin da ora, causando un calo della domanda (esacerbato dal minor reddito dovuto all’aumento dei costi energetici) che può avere ripercussioni immediate sugli ordini, sui livelli produttivi, sulla redditività delle imprese
e quindi sui livelli occupazionali. La paura della recessione può diventare essa stessa recessione.
L’auspicio è che i progressi registrati nel percorso di chiusura del conflitto proseguano con la stessa intensità degli ultimi giorni, interrompendo il vortice dei timori che rischia di trasformarsi in una profezia autoavverantesi. Ma come siamo arrivati a questo punto, e perché l’intervento americano in Iran ha preso corpo proprio adesso? Tra le tante motivazioni una in particolare risulta particolarmente convincente, sebbene abbia avuto un risalto mediatico abbastanza contenuto: la ritrovata indipendenza energetica americana, come efficacemente espresso da Jason Bordoff sulle pagine del Financial Times, potrebbe essere la ragione principale per la quale gli Stati Uniti hanno deciso di intervenire in maniera molto più decisa rispetto al passato.
La questione del nucleare iraniano non è infatti particolarmente recente: già nel 2012 il Primo Ministro israeliano Netanyahu si recò a Washington per convincere l’allora Presidente Obama a mobilitare la macchina militare americana per porre un freno alle ambizioni nucleari iraniane. La minaccia iraniana si configurava già allora come esistenziale per Israele, e l’alleato americano veniva considerato come l’unico strumento efficace per assicurare la pace in Medio Oriente. La reazione americana fu però molto diversa, sia nella forma che nella sostanza, perché gli Stati Uniti, se da un lato volevano porre un argine alle ambizioni nucleari di Teheran, dall’altro tenevano in
gran conto la necessità di evitare l’innesco di una crisi energetica, ben consci dello shock economico che ne sarebbe derivato. Circa 14 anni dopo, si è ripresentata una situazione analoga: Netanyahu ritorna a Washington con richieste simili, ma questa volta le cose vanno in maniera differente.
È cambiato l’inquilino alla Casa Bianca, ma soprattutto, e qui arriviamo al punto, è cambiato il posizionamento energetico degli Stati Uniti: se nel 2012 sarebbe stato particolarmente difficoltoso assorbire un aumento del prezzo del petrolio arrivato a 120 dollari al barile, l’America del 2026 ha una capacità di gestire lo shock ben diversa, avendo triplicato la produzione annuale di barili tra il 2009 ed il 2026. L’emancipazione energetica degli Stati Uniti modifica quindi la propensione al rischio americana in politica estera: lo shock energetico può essere assorbito più facilmente perché il petrolio si produce anche in casa e quindi le decisioni dell’esecutivo americano possono mettere in conto degli incrementi di prezzo rilevanti (anche se temporanei).
Non solo: un aumento del prezzo del petrolio genera oggi un trasferimento di ricchezza molto più rilevante rispetto al passato verso quel comparto dell’economia americana che opera nel settore petrolifero, oggi ben più sviluppato rispetto al 2012, limitando fortemente l’impatto negativo sull’economia a stelle e strisce: Bordoff stima che la contrazione sul PIL americano per ogni aumento di 10 dollari del prezzo al barile sia pari ad appena lo 0,1%.
Tutto questo vuol dire che gli Stati Uniti possono permettersi un conflitto di lunga durata in Medio Oriente? La risposta è comunque negativa, perché quanto detto poc’anzi si applica al breve termine: la produzione petrolifera domestica consente agli Stati Uniti di avere un cuscinetto di sicurezza per assorbire shock nel breve periodo, ma nel medio-lungo termine la sete di petrolio generata nel resto del mondo (in particolare Europa ed Asia) innescherebbe un rialzo dei prezzi insostenibile, causando scarsità di materia prima ed una spirale inflazionistica difficile da disinnescare.
L’indipendenza energetica degli USA (permessa dall’estrazione del petrolio dalle rocce di scisto del Nord America) consente quindi agli americani una postura più decisa rispetto al passato negli hub energetici del mondo (Medio Oriente in primis), sebbene questo rinnovato interventismo non più limitato dal vincolo energetico si collochi comunque all’interno di finestre strategiche di breve durata.
Auspicando quindi di trovarci al termine di una di queste finestre, e dunque vicini ad una risoluzione del conflitto non foss’altro per mancanza di alternative sostenibili, che cosa rimane di questo intervento, in modo particolare con riferimento al posizionamento del principale rivale strategico degli Stati Uniti, ovvero la Cina?
Gli analisti divergono sulle conclusioni, ma alcuni elementi chiave sembrano godere di ampio consenso.
Anzitutto appare ulteriormente indebolito lo status del dollaro: i repentini cambi di direzione dell’esecutivo americano spaventano gli investitori, e lo status di porto sicuro del biglietto verde viene messo in discussione in maniera sempre più diffusa. Il costo del debito emesso dalla European Investment Bank si colloca in questo periodo sostanzialmente sullo stesso livello dei Treasury americani. Gli investitori, in un periodo di turbolenza globale, stanno rispondendo in maniera diversa rispetto al passato, mantenendo ma diversificando (anziché aumentando come da tradizione) la loro esposizione in dollari. Pechino ed il blocco dei BRICS non possono che accogliere
favorevolmente la notizia, avendo in passato dichiarato apertamente di voler emancipare le infrastrutture finanziarie globali dal dominio del biglietto verde, e coltivando l’ambizione di sostituire un giorno il dollaro con una valuta di riserva differente.
In secondo luogo, sebbene le tensioni sui mercati energetici possano essere un problema serio per Pechino (ricordiamo che il Dragone è il maggior importatore mondiale di petrolio), non mancano le ragioni per ritenere che la Cina possa uscire da questa incursione con un posizionamento economico equivalente se non migliore rispetto alla situazione pre-conflitto: la rinnovata percezione dei rischi legati all’approvvigionamento petrolifero può fungere da propulsore per l’adozione globale di energie alternative, nelle quali la Cina detiene dei comprovati vantaggi competitivi rispetto al resto del mondo. Tecnologie rinnovabili ed auto elettriche parlano oggi cinese, e facilmente ritroveranno un nuovo appeal al termine di questa vicenda.
Il rinnovato interesse americano per il Medio Oriente costituisce inoltre una perdita di focus strategico rilevante per il maggiore rivale della Cina: scostandosi dalla strategia “Pivot to Asia” inaugurata già sotto la Presidenza Obama, gli Stati Uniti stanno impiegando ingenti risorse economiche e militari per presidiare una zona del mondo lontana da Taiwan e dal Mar Cinese Meridionale, indebolendo il proprio potere di deterrenza nel Pacifico, e rinforzando le ambizioni cinesi in merito ad una potenziale invasione di Taiwan. Le mire cinesi sull’isola vengono rinverdite non solo da un loss of focus statunitense nel Pacifico, ma anche dalle modalità unilaterali con le
quali è stata condotta questa campagna militare: come si potrà invocare il diritto internazionale e mobilitare una coalizione di paesi alleati per la difesa di Taiwan nel momento in cui la campagna mediorientale è stata condotta in antitesi ad ogni intesa multilaterale?
In ultimo, considerando la sfera del soft-power (ambito in cui gli Stati Uniti sono stati maestri dal dopoguerra sino ad oggi), la Cina si sta presentando come forza di mediazione orientata al perseguimento della pace nonché sostenitrice dell’ordine multilaterale, utilizzando questa vicenda per migliorare la percezione del proprio paese tra alleati e avversari, con l’obiettivo di allargare il proprio bacino di consenso globale: un risultato molto diverso da quanto auspicato dagli Stati Uniti.
La fine del conflitto, per quanto incerta, si intravede all’orizzonte, e non è semplice delineare le conseguenze di questa incursione, ma una cosa appare chiara: per le modalità con cui è stata condotta, quest’operazione sancisce ancora una volta la crisi profonda del modello globale interconnesso, mettendo a nudo la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento ed il superamento (per alcuni temporaneo, per altri definitivo) dell’ordine multilaterale con il quale siamo cresciuti.

Alessandro Somaschini, bergamasco, classe 1984, è Vice Presidente di Yes for Europe – The European Confederation of Young Entrepreneurs, Membro del Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo presso il Ministero degli Affari Esteri (MAECI) e Membro del Gruppo Tecnico Internazionalizzazione di Confindustria.
È inoltre Membro della Task Force Trade & Investment del B20 – South Africa 2025, engagement group ufficiale della comunità imprenditoriale presso il G20, oltre ad essere Consigliere di Amministrazione di società pubbliche e private.
In passato è stato nel quadriennio 2020-2024 Vice Presidente Nazionale dei Giovani imprenditori di Confindustria con delega agli Affari Internazionali, Membro di Task Force all’interno del B20 nelle edizioni organizzate in Italia (2021), Indonesia (2022), India (2023) e Brasile (2024), ed in precedenza ha ricoperto le cariche di Membro del Comitato Esecutivo dell’Associazione Italiana dei Costruttori di Organi di Trasmissione (ASSIOT) e di Vice Presidente del Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Bergamo.
È stato Consigliere di Amministrazione di Somaschini Automotive ed Executive Vice President di Somaschini North America, lavorando negli Stati Uniti nel settore della componentistica meccanica.
Ha cominciato la sua carriera a Roma nel settore Aerospazio e Difesa all’interno del Gruppo Finmeccanica (oggi Leonardo), dopo essersi laureato con lode in International Management all’Università Bocconi di Milano.


