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“The Testaments”, il saggio seguito di The Handmaid’s Tale

Il Racconto dell’Ancella è terminato, la lotta per la liberazione no

Confesso che a The Testaments ero arrivato con un certo pregiudizio, dovuto a un fattore molto semplice: mi ero un po’ rotto di The Handmaid’s Tale. Intendiamoci, parliamo di una delle serie migliori e più significative dell’ultimo decennio, ma anche di un prodotto che, allungando di molto il brodo del suo materiale originale (quel “Il Racconto dell’Ancella” di Margaret Atwood, che copriva solo la prima stagione), era arrivato a ripetersi più volte, e a correre il rischio trasformare alcuni suoi punti di forza (come l’interpretazione di Elisabeth Moss) in involontarie parodie di sé stessi.

A questo, forse, si univa il fatto che The Handmaid’s Tale era uscita con un tempismo straordinario, di fatto anticipando di poco il MeToo e inserendosi quindi in un contesto culturale e di riflessione molto più ampio, che nel corso degli anni si è diluito, frammentato, problematizzato in altro modo.

Pareva quindi che The Testaments, sempre creata da Bruce Miller e tratta da un altro romanzo della Atwood (uscito nel 2019, quasi trentacinque anni dopo il precedente, proprio sulla scorta del successo della serie), partisse già fuori tempo massimo, rischiando di riproporre schemi e atmosfere già visti e già appesantiti in precedenza. Al momento di scrivere questa recensione, dopo i primi tre episodi disponibili su Disney+, questo rischio esiste ancora, e penso si possa serenamente prevedere che The Testaments non avrà l’impatto mediatico di The Handmaid’s Tale. Eppure, bisogna riconoscerle una certa saggezza, se non proprio furbizia.

Intanto, vale la pena ricordare che la storia di The Handmaid’s Tale non era “finita”. Certo, avevamo seguito le peripezie di June, che in sei stagioni passava da ancella schiavizzata e usata come incubatrice, a donna libera e combattente per la libertà. Ma Gilead, questa sorta di versione distopica degli Stati Uniti, trasformati in teocrazia integralista (quindi insomma, distopica fino a un certo punto…), non era mica caduta, anzi, cercava di porsi come interlocutrice credibile per il resto del mondo, portando avanti le sue politiche fondamentaliste.

In più, June non aveva nemmeno risolto del tutto i problemi della sua famiglia, visto che la figlia Hannah rimaneva ancora dentro Gilead, forse senza più memoria della madre, strappatale tanto tempo prima.

È in questo contesto che si inserisce The Testaments, ambientata in una Gilead assediata dalla ribellione ma ancora prospera, in cui la famigerata zia Lydia è tornata a fare l’allevatrice di giovani donne (stavolta destinate al matrimonio combinato), e in cui l’attenzione di sposta su protagoniste più giovani, che trasformano la serie, se non proprio in un teen drama, in una versione di The Handmaid’s Tale in cui al centro della narrazione non ci sono tanto persone che ricordano il “prima”, quanto ragazze già cresciute dentro il mondo ovattato della dittatura religiosa.

La vera e propria protagonista è Agnes (Chase Infiniti, vista in Presunto Innocente) che all’inizio del pilot è una cosiddetta prugna, cioè una ragazza altolocata, figlia di Comandanti, che non è più bambina, ma non ha ancora avuto il primo ciclo mestruale, e quindi attende di diventare “donna”. Ovviamente, quell’evento biologico è atteso come uno spartiacque fra la vita infantile e una vita adulta in cui Agnes è destinata a diventare moglie di qualche Comandante, magari con la speranza che gli dia pure uno o più figli (e se non ce la farà ci sono sempre le ancelle, ma questo è un altro discorso già molto approfondito in The Handmaid’s Tale).

Agnes e le sue compagne non sono persone qualunque, sono figlie di potenti di Gilead, quindi non fanno vita da poveracce. Questo però non significa che verranno risparmiate dall’oppressione, anzi: sono destinate a diventare donne pie e obbedienti, analfabete ma brave nelle faccende di casa e nell’essere “buone mogli”. L’addestramento che seguiranno sotto la guida delle zie, prima come prugne dal colore viola e poi come future mogli dal colore verde, serve proprio a farle diventare brave mogliettine servizievoli e del tutto votate alla causa, come sembra evidente dalle compagne di Agnes, che pur manifestando certe ingenuità e piccole ribellioni tipiche dell’adolescenza, sono anche capaci di un dogmatismo violento e ossessivo, anche superiore a quello delle loro insegnanti.

A sparigliare le carte arriva Daisy (Lucy Halliday), una ragazza canadese che non è nata e/o cresciuta a Gilead, ma ci arriva per vie inizialmente misteriore, vestita di bianco e apparentemente super-pronta a immergersi nel mondo di regole, stereotipi e integralismo religioso che seguiamo ormai da diversi anni. Dico “apparentemente”, perché basta poco per capire che Daisy nasconde qualcosa, e già i primi tre episodi, su cui sto cercando di spoilerare il meno possibile, raccontano parecchio del suo passato e del suo presente.

All’inizio del pilot, o forse per tutto il primo episodio, sembrava che i miei pregiudizi potessero effettivamente trovare terreno fertile. Dal punto di vista narrativo, Gilead era ancora Gilead, e per quanto si cercasse di spingere ancora di più sull’acceleratore della distopia, del fanatismo, della follia cultural-religiosa, mi sembrava che non si stessero facendo significativi passi avanti. Anzi, proprio quel tentativo di alzare l’asticella del disagio e del fastidio, mi pareva un modo goffo di gestire la questione, come se ci fosse una mancanza di idee concrete che andasse nascosta sotto una patina di maggiore violenza e fondamentalismo.

E questi difetti forse ci sono per davvero, in una serie che è una costola di un’altra che, su certi temi e concetti, ha già riflettuto e sviscerato molto. Tuttavia, c’è anche qualcosa in più. Qualcosa di ovvio e atteso per chi ha letto il romanzo (non io), e forse nemmeno così imprevedibile per tutti gli altri, ma in cui forse io non volevo nemmeno sperare, preso com’ero dal desiderio di vedere confermati i miei dubbi e, forse, dalla voglia di non aggiungere un’altra serie a una lista settimanale che è sempre più lunga di quanto vorrei.

The Testaments è un seguito vero. Non è solo uno spin-off in cui riprendere qualche filo del passato “tanto per”, avendo però l’obiettivo di raccontare una storia del tutto nuova. O meglio, una storia nuova c’è anche solo per il fatto che ci sono nuove protagoniste, ognuna con un suo vissuto, una sua psicologia e obiettivi propri. Ma queste figure si inseriscono effettivamente in una storia che è la diretta prosecuzione di quella che avevamo lasciato sospesa nel finale di The Handmaid’s Tale.

Qui servirebbe concedersi qualche spoiler in più di quelli che sono disposto a fare in un articolo iniziale. Ma dovete fidarvi del fatto che ci sono elementi, in questi tre episodi, che prendono il timore di essere di fronte a una semplice riproposizione più teen di The Handmaid’s Tale, per dissolverla nella consapevolezza che no, non è un remake, è davvero un sequel: la lotta non è finita, la guerra è appena cominciata, e The Testaments può diventare non un racconto di brutture, ma una cronaca di vittoria (e lo dico, ribadisco, senza aver letto il libro, anche perché sappiamo che questa saga non si fa problemi ad andare oltre).

Ovviamente siamo solo ai primi tre episodi, c’è ampio margine per essere ulteriormente stupiti, o per essere delusi. Però, intanto, è evidente la presenza di un’intenzione, di un progetto, di una linea da seguire, che non è il semplice sfruttamento di un brand che a tratti era parso boccheggiare, e che forse ora può trovare nuova linfa.

Poi certo, il nostro mondo è cambiato, così come sono cambiate certe dinamiche e priorità della riflessione politica, e alcune marche di stile di questa saga (come la cura nella regia, nella scelta dei colori, delle musiche ecc) risultano inevitabilmente meno memorabili di un tempo.

Ma quello che il mondo di The Handmaid’s Tale ha (forse) perso in termini di rilevanza mediatica e carisma visivo, potrebbe essere compensato da una solidità  narrativa, da una progettualità consapevole, che non ci aspettavamo, o che temevamo di non trovare. Avevamo dei pregiudizi, e ora invece siamo intrigati. Non deludeteci.


Perché seguire The Testaments: è un seguito “per davvero”, più furbo e interessante di quanto temessimo.
Perché mollare The Testaments: dopo sei stagioni e quasi dieci anni, siamo comunque sempre a Gilead. Può essere pesante.


Diego Castelli - Serial Minds

Diego Castelli nasce a Milano nel 1982 e non ha memorie d’infanzia che non siano legate a film, serie tv, romanzi, videogiochi. Da oltre quindici anni costruisce palinsesti a Mediaset in qualità di Channel Manager. Nel 2010 fonda serialminds.com, sito di riferimento per gli appassionati di serie tv. Per Bergamonews cura una rubrica di recensioni sui nuovi prodotti dell’industria.