Un mese senza Valentina Sarto
|“Mia figlia uccisa dall’uomo che consideravo un figlio. Ho incubi tutte le notti, ora chiedo giustizia”
Parla la mamma, Lia Ventura: “Più volte le ho detto che sarei andata a prenderla per portarla via. La famiglia di lui ci ha contattati, ma solo sentire il suo cognome mi fa stare male”
Bergamo. “Ho incubi tutte le notti. Rivivo sempre quel giorno, quella mattina”. Da un mese la vita di Lia Ventura si è spezzata in due: il vuoto lasciato dall’omicidio di sua figlia Valentina Sarto è una ferita difficile da raccontare e impossibile da colmare. Vincenzo Dongellini, l’uomo che Valentina aveva sposato nel maggio del 2025, il 18 marzo l’ha uccisa con 19 coltellate nella casa in cui vivevano insieme, in via Pescaria a Bergamo, al termine di una spirale di violenze, verbali e fisiche, che si protraeva da tempo. Eppure erano passati solo pochi mesi da quel giorno in cui si promisero amore eterno.
“Era una ragazza molto solare – racconta mamma Lia – con tanta voglia di vivere e di divertirsi, aveva sempre il sorriso ed era una ragazza buona”. Un sorriso che continuava ad affiorare sul suo volto, anche quando dentro di lei convivevano paura e sofferenza: il timore di dire o fare qualcosa che potesse scatenare l’ira del marito era diventata una sorta di catena per Valentina. “Più volte le ho detto che sarei andata a prenderla per portarla via e farla vivere con me – spiega Lia -. Ma lei si preoccupava di lui. Ha cercato di proteggere anche noi senza pensare al bene per sé stessa”.

Dopo aver inizialmente negato le violenze subite, Valentina aveva trovato la forza di confidarsi con la madre e con le amiche, mentre minacce e soprusi si facevano sempre più frequenti: lui ostacolava la sua iscrizione in palestra e arrivava quasi a impedirle di parlare al telefono persino con la madre, ma lei continuava a cercare uno spazio di libertà. Il desiderio di tornare a brillare e a respirare. Da inizio febbraio frequentava un uomo, Moris, tifoso atalantino conosciuto al “Baretto”, punto di ritrovo dei sostenitori nerazzurri prima delle partite, dove Valentina lavorava. Proprio lui, pochi giorni prima, l’aveva accompagnata dai carabinieri per chiedere informazioni su come presentare denuncia, anche se la donna aveva preferito attendere ancora qualche giorno per procedere con la formulazione, insieme alle pratiche di divorzio.
Tempo che però non c’è stato. Secondo quanto emerso dall’interrogatorio effettuato dalla gip Federica Gaudino a Dongellini, Valentina lo avrebbe supplicato più volte di non ucciderla. Quella mattina del 18 marzo era in corso una delle tante liti dell’ultimo periodo tra i due: secondo l’imputato l’aggressione sarebbe stata reciproca e avvenuta a colpi di fendenti sul letto. Una versione che la giudice ha definito illogica e inverosimile. Quando gli inquirenti sono entrati nell’abitazione di via Pescaria, una volta giunti in camera da letto, dove si è consumato l’omicidio, si sono ritrovati dinanzi a una scena impietosa: il corpo della donna immerso in una pozza di sangue, a fianco Dongellini rannicchiato su sé stesso, in stato confusionario e ferito. L’uomo ha infatti tentato il suicidio procurandosi lesioni e ingerendo della candeggina.
Quello di Valentina è l’ennesimo caso di femminicidio in Italia, una scia che rischia di assumere i contorni di una tragica normalità. Il primo, a Bergamo, in cui troverà applicazione la Legge 181/2025 entrata in vigore a dicembre. La norma, appunto, introduce nel codice penale il reato autonomo di femminicidio, riconoscendo la violenza contro le donne come fenomeno strutturale e non più episodico. “Il problema è che le donne spesso non colgono i segnali – avverte mamma Lia -. Quando un uomo inizia ad avere atteggiamenti che non ha mai avuto, molto spesso non sono solo dettati dalla rabbia. L’uomo spesso non accetta la separazione, ed è quello che è successo a mia figlia”.
Oggi Lia chiede e vuole giustizia: “Solo questo può darmi la forza di andare avanti. E per giustizia intendo l’ergastolo, non deve mai più uscire dal carcere. Non me lo sarei mai aspettato da lui. Lo consideravo come un figlio e la mia famiglia lo amava”. La famiglia di Dongellini avrebbe provato a mettersi in contatto con i parenti di Valentina, ma Lia non se la sente a tendere la mano: “Solo sentire il suo cognome mi fa stare male, hanno provato a contattarci ma non ho accettato. Loro non hanno colpe, ma resta comunque un collegamento con lui”.
Intanto Valentina continua a vivere nel ricordo di chi le ha voluto bene: il fratello Simone, pochi giorni dopo la tragedia, ha attivato una raccolta fondi sulla piattaforma GoFundMe, che ha già raccolto circa 70 donazioni per oltre 4.000 euro racccolti. Risorse utili a supportare le persone colpite da questa tragedia. In attesa che la giustizia faccia il suo corso, mamma Lia resta immersa nel dolore, ma trova ancora un riflesso di vita nei ricordi di sua figlia, tra abbracci, baci e quel “Mamma, ti voglio bene” che non mancava mai.






