Logo

Temi del giorno:

Il Papa può permettersi di non parlare da politico?
Papa Leone

I papi non hanno mai davvero scelto tra Vangelo e politica: piuttosto, hanno tradotto il primo nella seconda

C’è un entusiasmo quasi unanime in questi giorni per le parole di Papa Leone XIV. Un entusiasmo comprensibile, per la forza universale del suo richiamo alla pace, ma che merita almeno una domanda.

Che cosa significa oggi “non parlare da politico”?

La dichiarazione arriva in risposta alle critiche di Donald Trump, che lo accusa di essere “pessimo in politica estera”. Ma il punto è proprio questo: la politica, anche volendo eluderla, inevitabilmente c’entra. Il Papa è un capo di Stato, guida la Santa Sede, intrattiene relazioni diplomatiche con oltre 180 Paesi. Non è una voce esterna al sistema internazionale, ma uno dei suoi attori più peculiari. Affermare “non sono un politico, parlo di Vangelo” è una scommessa assai impegnativa nel mondo di oggi. La storia del Novecento offre esempi difficili da ignorare.

Durante la Crisi dei missili di Cuba, Giovanni XXIII non si limitò a un appello spirituale ma fu un attore dentro la crisi: con il suo radiomessaggio del 25 ottobre 1962 parlò direttamente ai leader delle due superpotenze, contribuendo a creare lo spazio politico per una de-escalation tra John F. Kennedy e Nikita Khrushchev.

Nel 1965 Papa Paolo VI fu il primo papa a parlare alle Nazioni Unite, lanciando il celebre appello “mai più la guerra” e due anni dopo sollecitò direttamente il presidente Johnson a intensificare i negoziati sul Vietnam.

Nel 1979 Giovanni Paolo II intervenne ancora all’ONU su diritti umani e Medio Oriente, per poi discutere di equilibri globali alla Casa Bianca con Jimmy Carter. Lo stesso papa Woityla con il suo sostegno al movimento polacco contribuì a indebolire il blocco sovietico fino al crollo del Muro di Berlino. E non solo: nel 1992 la Santa Sede fu tra i primi attori internazionali a riconoscere l’indipendenza della Croazia, anticipando molti Paesi europei e orientando la successiva posizione dell’Unione Europea. Infine, Giovanni Paolo II nel 2003 si oppose alla guerra in Iraq, inviando emissari a Washington e Baghdad: in quel caso fu ignorato, ma previde con lucidità l’instabilità che ne sarebbe seguita.

Più recentemente, Papa Francesco ha inciso su dossier globali come pochi leader religiosi prima di lui intervenendo direttamente nel dibattito politico internazionale. Dal cambiamento climatico attraverso l’enciclica ‘Laudato si’- legittimando il consenso scientifico sulla crisi climatica, con esplicita pressione sui governi in vista degli accordi multilaterali – alla guerra di Siria, per cui tenne reiterati incontri con Putin per far cessare le violenze in medio-oriente e favorire soluzioni pacifiche, fino al conflitto a Gaza con l’angosciante interrogativo “È genocidio?”. Tra l’altro, proprio con lo stesso Trump Papa Francesco era entrato in aperto contrasto nel 2016, di rientro dal Messico, mentre il tycoon era in campagna elettorale, commentando: “una persona che pensa solo a costruire muri e non ponti non è cristiana.”

Certo, i papi hanno storicamente cercato di mantenere una neutralità formale, evitando di nominare direttamente i leader. Anche per questo il caso di Pio XII — criticato per non aver denunciato esplicitamente Adolf Hitler — resta ancora oggi oggetto di dibattito. La prudenza, più che l’esposizione, è stata a lungo la regola.

Venendo a Leone XIV, il Papa si è rivolto direttamente a Trump in risposta all’attacco del presidente USA, ma sottolineando esplicitamente di “non parlare da politico”. Un elemento specifico contribuisce a rendere più significativo questo passaggio: Leone XIV è il primo Papa nordamericano della storia. Una condizione inedita che lo colloca inevitabilmente in una relazione più diretta e simbolicamente carica con gli Stati Uniti e con la loro leadership politica. Oltre a essere un dato biografico, questo è un fattore che rende ogni sua parola percepita anche attraverso una lente geopolitica.

Ma ci sono ulteriori elementi che rendono la scelta del Pontefice ancora più complessa da valutare. L’attuale contesto internazionale vede i leader politici utilizzare sempre più apertamente linguaggi e simboli religiosi per legittimarsi. Lo stesso Trump ha diffuso immagini di sé in veste cristologica, mentre esponenti della sua area mettono in dubbio l’autorità teologica del Pontefice – si veda la nuova reprimenda del vicepresidente Usa J.D. Vence a Leone XIV, intimandogli “a fare attenzione quando parla di teologia”.

In un simile scenario, il tentativo del Papa di collocarsi su un piano puramente morale rischia di essere una scommessa altissima, troppo alta proprio per gli interlocutori che oggi muovono le sorti dei popoli. Perché in un mondo segnato da rapporti di forza e da interessi spregiudicati, il richiamo etico può essere ascoltato, rispettato e infine ignorato.

La forza della Santa Sede, nel Novecento, è stata proprio l’intreccio tra autorità morale e capacità diplomatica e separare dichiaratamente questi due livelli potrebbe rischiare di indebolirli entrambi. Il Vaticano dispone di canali aperti anche tra interlocutori inconciliabili e gode di una libertà rara rispetto agli interessi materiali. Sono condizioni uniche, che permetterebbero non solo di parlare di pace, ma di incidere su di essa.

I papi non hanno mai davvero scelto tra Vangelo e politica: piuttosto, hanno tradotto il primo nella seconda. In un mondo sempre più sordo agli imperativi della coscienza, la domanda, o meglio il nodo difficile da sciogliere, forse sta proprio qui: non se il Papa debba parlare da politico, ma se possa permettersi di non farlo.