Giallo di Pamela, le 10 ore in caserma di Francesco Dolci e le foto delle viti ‘sospette’
L’imprenditore edile sentito in veste di persona informata sui fatti: “I carabinieri mi hanno chiesto le fotografie della tomba”. I pm chiedono il giudizio immediato per il killer Gianluca Soncin: rischia l’ergastolo
Francesco Dolci si muove su un crinale instabile. Attorno a lui si addensano giudizi opposti, inconciliabili. C’è chi liquida le sue teorie come nebulose, strampalate, teatrali, esibite davanti alle telecamere senza riscontri concreti (a partire dalla madre di Pamela Genini, che lo ha definito senza giri di parole “ossessionato” dalla figlia). E chi, invece, intravede in quest’uomo dalla parlantina irrefrenabile e gli occhiali a goccia una qualche forma di verità: imperfetta, forse, ma autentica.
Vien da pensarlo ogni qual volta pronuncia le parole “giustizia per Pamela”: la parlantina si arresta, la voce s’incrina nell’attimo che precede il pianto. O Francesco Dolci è un attore consumato, oppure qualcosa di vero, in questo slancio emotivo, dovrà pur esserci. “Alla fine – sottolinea – chi è l’ultima persona che Pamela ha chiamato quella notte?”. La domanda, ovviamente retorica, riporta alla notte del 14 ottobre a Milano, quando la 29enne originaria di Strozza fu uccisa dal compagno Gianluca Soncin con 76 coltellate: l’ultimo, agghiacciante dato emerso dall’autopsia.
“Secondo me gli inquirenti mi credono e mi fanno collaborare. Non mi sono mai sentito un sospettato – chiarisce Dolci – mi hanno sentito tante, tante volte. Ormai sono abituato. Gli investigatori sanno che sono l’ultima memoria vivente della vita di Pamela e che molte persone non vogliono parlare di lei perché hanno paura. Per questo mi hanno chiesto aiuto per chiarire aspetti utili alle indagini”.
Che Dolci non si senta un sospettato, non stentiamo a crederlo: quando si finisce nelle sabbie mobili, la prima regola è restare fermi. E lui, tra un’intervista e l’altra, è tutto meno che immobile; tanto che anche il suo avvocato, Eleonora Prandi, sembra aver rinunciato a stargli dietro, almeno nell’ambito delle frequenti apparizioni mediatiche.
Lunedì, però, Dolci non ha risposto alle domande – spesso velate d’accusa – dei salotti televisivi, dove ripete di aver paura di essere incastrato dai “compari di Soncin”. Ha risposto ai carabinieri. In caserma è rimasto dieci, forse dodici ore, come persone informata sui fatti. In una stanza gli è stato chiesto conto della sua relazione con Pamela, delle dichiarazioni in tv e dei “brutti giri” in cui sarebbe finita la giovane. Secondo Dolci, usata dall’ex come copertura per riciclare denaro sporco. Poi, gli è stato del suo lavoro da impresario edile: orari, attrezzi del mestiere, rapporti con i dipendenti.
In un’altra stanza, i carabinieri avrebbero interrogato i genitori sulle anomalie osservate dal figlio attorno all’abitazione: pedinamenti, presenze sospette, violazioni di domicilio, per le quali lui stesso ha presentato ben 28 denunce. Una spy story dai contorni tortuosi, come i tornanti della Valle Imagna. Ma la realtà, qui, supera la fantasia. E la realtà è che a una ragazza già vittima di femminicidio è stata profanata la tomba, con l’asportazione della testa.
Gli inquirenti avrebbero acquisito una copia forense delle fotografie scattate da Dolci alla lapide. Immagini che, a suo dire, aveva già condiviso con alcune amiche della vittima per segnalare lo stato di trascuratezza della tomba e la presenza di piccoli oggetti lasciati da ignoti: caramelle, cioccolatini, un accessorio Chanel. Dolci riferisce di aver trasmesso lo stesso materiale anche a un magistrato coinvolto nelle indagini sul femminicidio. Durante l’interrogatorio, spiega, tra gli investigatori era presente anche un carabiniere psicologo, che gli avrebbe posto domande non solo sui rapporti della vittima e sulle persone a lei vicine, ma anche sul suo stato emotivo e sulla capacità di affrontare il lutto e la quotidianità.
Al momento, tutte le piste restano aperte. Quella dell’ossessionato, ma anche quella economica. Quest’ultima smentita dall’avvocato dei Genini, Alessandro Turconi, così come le presunte minacce e telefonate anonime che la famiglia avrebbe ricevuto settimane — forse mesi — prima della scoperta della profanazione, il 23 marzo, in occasione della riapertura della tomba per il trasferimento della salma. Sul punto, Dolci avrebbe più volte ribadito di non essere a conoscenza della traslazione del feretro. In tv, ha lanciato un appello ai responsabili: consegnarsi agli inquirenti e a Dio. Lui si definisce “molto religioso. Anche Pamela lo era”.
Gli investigatori lavorano in un contesto complesso, segnato dall’assenza di testimoni e dalla mancanza di segnalazioni utili da parte dei residenti, che non avrebbero notato movimenti o rumori sospetti. Il piccolo cimitero di Strozza sorge appena sotto la chiesa di Sant’Andrea, dove sono stati celebrati i funerali di Pamela. Ai lati, un campo da calcio e un terreno dove scorrazzano animali; poco più in là, una schiera di villette. Alla luce del sole è un angolo quieto, raccolto. Al calar del buio, l’impressione muta. Risucchiate dall’oscurità, le linee dei rilievi si fanno meno indulgenti. Gli animali si ritirano, il campo da calcio si svuota e diventa una landa buia, desolata. È in questo scenario che, con ogni probabilità, i profanatori sono entrati in azione.
La bara sarebbe stata aperta con precisione: il rivestimento interno presenta un taglio netto, accurato. Un elemento che fa pensare a un’azione organizzata, probabilmente con più persone. Dopo l’intervento, tutto sarebbe stato ricomposto con cura, rendendo la profanazione invisibile fino alla successiva apertura. Tra i dettagli, un mazzo di girasoli confinato ai margini del loculo, ricomposto ai piedi del feretro. E il velo che copriva il volto della giovane, accuratamente ripiegato su se stesso. Gesti che evocano una forma di ‘cura’, che stride con la brutalità del gesto. Sfumature di un’ossessione? Banali depistaggi? O, forse, un improvviso rigurgito di coscienza da parte di chi, dopo aver compiuto lo scempio, ne ha percepito fino in fondo l’orrore?
Restano infine al vaglio degli investigatori le immagini delle telecamere di sorveglianza del cimitero, risultate cancellate. Si tenta di recuperare eventuali dati residui per collocare temporalmente l’episodio, che al momento resta senza una data certa. Dolci, anche su questo, avanza una sua ipotesi: da alcune fotografie scattate da lui e consegnate agli inquirenti — le stesse pubblicate in copertina — emergerebbero viti in posizioni diverse tra il 13 gennaio e il 19 febbraio. È davvero in questo intervallo che si è consumato il delitto?
Mentre gli inquirenti bergamaschi si addentrano in questo giallo dalle tinte gotiche, i colleghi milanesi hanno chiesto il processo con rito immediato per Soncin, il 53enne in carcere per omicidio volontario pluriaggravato dalla premeditazione, dai futili motivi, dalla crudeltà e dalla relazione affettiva terminata, mentre ha escluso l’aggravante dello stalking che era stata contestata nell’ordinanza di custodia in carcere.
Nell’imputazione della richiesta di processo con rito immediato (si salta la fase dell’udienza preliminare e il gip fisserà a breve l’inizio del processo in Assise) le pm Letizia Mannella e Alessia Menegazzo hanno precisato l’aggravante della premeditazione, chiarendo, sulle base delle indagini della Squadra mobile della Polizia, che il 53enne si sarebbe procurato una copia delle chiavi per entrare nella casa della 29enne. Abitazione in cui fece irruzione, poi, con un coltello, sempre come indicato dalla Procura, preso quel giorno dalla sua collezione che teneva nella sua casa di Cervia (Ravenna). È stata mantenuta dai pm pure l’aggravante della crudeltà, anche perché la relazione finale dei medici legali ha evidenziato 76 coltellate. Tolta, invece, dall’imputazione di omicidio pluriaggravato quella dello stalking. Con questa imputazione Soncin non potrà chiedere il rito abbreviato e in Corte d’Assise rischia una condanna all’ergastolo.
Come scrivevano le pm nell’imputazione che aveva portato l’uomo in carcere, su ordinanza firmata dal gip Tommaso Perna, Genini era stata uccisa “al culmine di una serie di condotte persecutorie” andate avanti per un anno e mezzo. Da qui l’aggravante dello stalking, oltre a premeditazione, futili motivi e crudeltà e a quella della relazione affettiva terminata. Il 53nne, “dopo averla ripetutamente minacciata di morte” ed essersi “procurato una copia delle chiavi” le avrebbe teso un agguato colpendola anche sul terrazzo dell’appartamento con alcuni vicini che avevano visto la scena terribile. Dopo la richiesta dei pm, per le accuse contenute nell’ordinanza cautelare, il giudice disporrà il giudizio immediato davanti alla Corte d’Assise. Soncin rischia l’ergastolo.
“Teso che faccio?”, era stato l’ultimo disperato messaggio chat inviato alle 21.52 dalla 29enne a Francesco Dolci, al telefono con lei quando Soncin fece irruzione in casa la sera del 14 ottobre. “Ho paura – scriveva la 29enne alle 21.45 – ti rendi conto cosa ha fatto”. Alle 21.46: “Questo è matto completamente non so che fare”. E sei minuti dopo: “Teso Che faccio?”. Dolci aveva risposto: “Stanno arrivando La polizia Li ho chiamati E sto arrivando pure io. Apri sotto che sono giù la polizia”. L’amico provò ancora a tranquillizzarla, ma non ricevette più risposte. Anche l’ex compagna di Soncin, tra i tanti testimoni, aveva confermato a verbale l’indole violenta e prevaricatrice del 53enne. Pure altri testi avevano parlato di quel rapporto “tossico” fatto di violenze, soprusi e prevaricazioni. All’isola d’Elba, solo per citare un caso, Soncin aveva colpito la giovane “con calci e pugni” e l’aveva minacciata “con cocci di vetro nella camera d’albergo”, cercando peraltro “di buttarla dal balcone”. A Cervia, dove lui viveva, le aveva rotto un dito e l’aveva fatta finire in ospedale a Seriate. Lei raccontò ai medici il pestaggio e compilò il questionario antiviolenza, ma il codice rosso non scattò.



