Dado Van Peteghem ospite in università: “IA e innovazione digitale, Bergamo può fare la differenza”
Pioniere dell’intelligenza artificiale e protagonista di un talk a Bergamo Next Level mercoledì alle 18, l’autore belga spiega come affrontare le grandi sfide della trasformazione tecnologica: “Il punto di forza delle persone? L’anima”
Il suo nome è forse il più intrigante nella fitta lista di ospiti della 6ª edizione di Bergamo Next Level, la tre giorni di talk e conferenze promossa dal 15 al 17 aprile da UniBg. Pioniere dell’IA, esperto di innovazione digitale, Dado Van Peteghem è tra le voci più autorevoli a livello europeo sui temi della trasformazione tecnologica e del futuro del mondo del lavoro.
Il talk dello scrittore belga è in programma alle 18 di mercoledì, 15 aprile, nell’Aula Magna dell’ateneo, l’ex chiesa del monastero di Sant’Agostino. Autore del libro Digital Transformation, in cui analizza l’impatto delle tecnologie digitali sulle imprese, è co-fondatore della società di consulenza Scopernia che aiuta le aziende a ripensare le proprie strategie nell’era dell’IA. Incuriositi dalla sua figura, abbiamo avuto modo di intervistarlo.
Il titolo della sua conferenza – “Dimensione, Velocità e Anima. Cosa ci aspetta nell’IA e come restare al passo” – lega il concetto di anima all’IA. L’intelligenza artificiale ne ha effettivamente una o è solo una metafora?
L’IA non ha un’anima, ma le organizzazioni e le persone sì, e dobbiamo assicurarci che quella sia il nostro punto di forza, mentre l’IA diventa sempre più brava a replicare le emozioni. L’anima è cultura, valori, autenticità, il motivo per cui le persone si fidano oltre ciò che un algoritmo può replicare. L’IA ti dà scala: velocità, efficienza, portata. Ma la scala senza anima è solo mediocrità accelerata. La vera questione non è se le macchine provino emozioni, ma se persone e organizzazioni si ricordino di decidere cosa automatizzare e cosa no. Le aziende che la vinceranno saranno quelle che useranno l’IA per amplificare la loro anima, non per sostituirla.
“Bisogna essere i più veloci nel connettere le persone giuste attorno a una scommessa mirata”
Le città europee di medie dimensioni possono davvero guidare l’innovazione?
Assolutamente sì, e in molti casi sono persino meglio posizionate rispetto ai grandi hub. Città di medie dimensioni come Bergamo hanno un valore aggiunto rispetto alle grandi città: densità di fiducia, cicli decisionali brevi e forti connessioni tra università, industria e amministrazione locale. Non serve essere i più grandi. Bisogna essere i più veloci nel connettere le persone giuste attorno a una scommessa mirata. Le città di medie dimensioni intelligenti non cercano di diventare la Silicon Valley, ma scelgono un ambito in cui la loro tradizione incontra una tecnologia di frontiera e la fanno propria.
“Il rischio più sottovalutato è la dipendenza organizzativa”
L’intelligenza artificiale sta progressivamente trasformando ogni settore. Secondo lei qual è un rischio che è sottovalutato e un’opportunità che non viene colta? Una città europea da cui Bergamo potrebbe prendere ispirazione?
Il rischio più sottovalutato è la dipendenza organizzativa: aziende che adottano l’IA senza comprenderla creano una fragilità che emergerà solo quando sarà troppo tardi. L’opportunità meno sfruttata è l’uso dell’IA per reinventare i servizi: non solo per ridurre i costi, ma per creare proposte di valore completamente nuove, prima difficili da immaginare. Guardiamo a Tallinn: una piccola capitale europea che ha puntato presto sul governo digitale, costruendo fiducia nella tecnologia su larga scala, e oggi ha un impatto globale ben superiore alle sue dimensioni. Bergamo ha lo stesso potenziale, se sceglie la sua direzione e si impegna fino in fondo.
Photo dadovanpeteghem.com“Gli studenti sviluppino le competenze dell’anima”
Spostiamoci in università. Cosa dovrebbero imparare gli studenti di oggi per rimanere rilevanti in un mondo guidato dall’IA?
Smettere di cercare di competere con l’IA sulla conoscenza, una gara già persa al momento della laurea. Gli studenti dovrebbero concentrarsi invece su giudizio, gusto, capacità di risolvere problemi in modo creativo e l’abilità di lavorare tra discipline diverse: sono queste le competenze che l’IA amplifica anziché sostituire. Serve imparare a collaborare con l’IA come la generazione precedente ha imparato a collaborare con Internet: come uno strumento nativo, non una novità. In sintesi, secondo me, dovrebbero sviluppare le loro “competenze dell’anima”: empatia, storytelling, ragionamento etico, leadership nell’incertezza.
Ultima domanda. C’è una convinzione diffusa sull’innovazione che semplicemente pensa sia sbagliata?
Che l’innovazione richieda necessariamente la disruption, l’interruzione di qualcosa. La maggior parte dell’innovazione reale è ricombinazione: prendere qualcosa che funziona in un contesto e applicarlo creativamente in un altro. L’ossessione per il disrupt everything porta le aziende a inseguire il nuovo e a ignorare ciò che è vicino. I migliori innovatori che ho visto sono connettori curiosi, capaci di vedere schemi che altri non notano. L’innovazione non consiste nel distruggere, ma nel costruire ponti tra idee, persone e tecnologie.


