La recensione
|“Lungo viaggio verso la notte”, il buio di vite sventurate racchiuso tra le inferriate
Applausi al Donizetti per l’intensa prova di Gabriele Lavia nella riproposizione del capolavoro di O’Neill, con una messa in scena attenta ed una drammaturgia fitta capaci di esplorare il dolore ed il fallimento
Bergamo. Grandi inferriate, che ricoprono e racchiudono la scena, contengono e simboleggiano vite sventurate e corpi divisi nel proprio essere, nei propri fallimenti e nelle proprie macerie, annegate nel whisky. Grandi sbarre che sgretolano e separano corpi e anime degli attori in “Lungo viaggio verso la notte”, uno dei massimi capolavori del drammaturgo statunitense Eugene O’Neill, portato in scena da Gabriele Lavia (produzione Effimera e Fondazione Teatro della Toscana) al Teatro Donizetti fino a domenica 19 aprile, tra le proposte della Stagione di Prosa 2025/2026.
Un gradito ritorno a Bergamo, quello di Lavia, tra i massimi esponenti del teatro italiano che mette in scena, con l’adattamento di Chiara De Marchi, l’ “opera-confessione” di O’Neill, una caduta nel fallimento che, nella paradossale reiterazione di una recitazione fredda e piana, ma carica di significato, trova un giusto equilibrio tra comprensione comune e rigetto. Oltre le sbarre, prende forma una giornata nella casa della famiglia Tyrone, tra conflitti, non-detti e segreti che indagano nel passato senza mai trovare un punto di svolta.
Nella scena di Alessandro Camera, la casa viene rappresentata come una prigione, con grandi sbarre, che separano e “tagliano” la visione dei corpi (in eleganti costumi di Andrea Viotti), che si muovono e si relazionano tra loro in un salotto con pareti molto alte e librerie sterminate. Elemento fisico che simboleggia il carcere psicologico che identifica le loro vite sventurate, segnate da un’incomunicabilità di fondo capace di tratteggiare, ancora oggi, tutta la modernità dell’opera, portando con sé un riflesso anche sul pubblico, quasi che la rete della scena possa far parte anche delle singole vite degli spettatori.
Lavia (sia regista che attore) porta in scena un anziano ed insoddisfatto James Tyrone, che ha svenduto la propria carriera per denaro e che bilancia la propria ossessione latifondista per la terra con la declamazione di versi di Shakespeare: un uomo che riguarda alla propria vita con dolore e con rimpianto, sempre ben misurati nella recitazione espressiva e controllata di Lavia, che tratteggia lo spessore del personaggio senza cedere a momenti patetici. Un rimpianto che avvolge anche la moglie Mary (Federica Di Martino, abile nel dare espressione ad una figura fragile e dolente), che seda con la morfina il proprio dolore, provocato anche da una tragedia mai del tutto sublimata. Una donna che si abbiglia anche del proprio rimorso, con il velo del matrimonio che si fa veste monacale, aspirazioni di un passato che poteva essere e non è stato. La dipendenza ed il dolore segnano anche la vita dei due figli. Jamie (un cinico e rassegnato Jacopo Venturiero), il maggiore, attore senza successo, sperpera il denaro tra alcol e prostitute, mentre il secondogenito, Edmund (Ian Gualdani), deve affrontare la tubercolosi, male che ne segna il fisico e ne fa smarrire progressivamente la determinazione. A fare da contraltare, Cathleen (Beatrice Ceccherini), la cameriera, che spezza l’oppressione domestica con alcuni brevi momenti comici.
Personaggi che si interfacciano tra loro attraverso una drammaturgia fitta, una voce che racconta un fallimento, parole che si inseguono tra le macerie, precarietà psicologica che si staglia sull’eleganza scenica. Le luci soffuse di Giuseppe Filipponio seguono lo scorrere del giorno, uniche possibili nel tratteggiare le ombre psicologiche della casa, spente dall’avarizia di James ma anche dal buio che ne segna le singole esistenze. Dall’esterno, vengono richiamate le nebbie del Connecticut, nebbie che salgono dal mare, ma che abbracciano metaforicamente anche la vita della famiglia. Una nebbia “che nasconde e ti nasconde”, mentre una sirena d’allerta richiama ad un oltre (im)possibile, al di là della casa-prigione, richiamando anche i dolori di un passato che riverberano nel presente. Dolori ed incomprensioni che forse nemmeno il whisky è in grado di annegare.


