La recensione
“O que arde – Verrà il fuoco”, una fiamma trascendente oltre l’umano
Amador, piromane, dopo aver scontato la sua pena, ritorna al suo paese, tra le montagne della Galizia. L’unico legame rimasto è con sua madre, baluardo silenzioso a difesa del bosco e della fragile armonia della loro vita. Quando un nuovo incendio divampa tra gli alberi, il passato riaffiora e la comunità si chiude nel sospetto
Titolo: O que arde – Verrà il fuoco
Titolo originale: O que arde
Regia: Oliver Laxe
Paese di produzione / anno / durata: Spagna, Francia, Lussemburgo /2019 / 85 min.
Sceneggiatura: Oliver Laxe, Santiago Fillol
Fotografia: Mauro Herce
Montaggio: Cristóbal Fernández
Cast: Amador Arias, Benedicta Sánchez, Elena Mar Fernández
Produzione: 4A4 Productions, Miramemira, Kowalski Films, Tarantula
Distribuzione: Exit Media
Programmazione: Capitol Bergamo
Una redenzione tra le fiamme, tra immagini ambientali che si avvicinano al trascendente, è quella di “O Que Arde – Verrà il fuoco”, film di Oliver Laxe, al cinema dal 9 aprile. Con un’estetica vicina alla contemplazione, centrale anche nel successivo “Sirāt”, il regista spagnolo (nato a Parigi) rimane nei pressi di una necessità di sopravvivenza, nel confronto con il fuoco, elemento e ferita sia reale che metaforica.
Un fuoco che, già dal titolo, si declina tra presente e futuro, tra fiamma che arde e calore solo richiamato, tra distruzione che è redenzione, che brucia per trasformare. Una redenzione che rimane sospesa, quella di Amador (Amador Arias), quarantenne che, dopo due anni di carcere, raggiunge il suo villaggio in Galizia dove vive l’anziana madre Benedicta (Benedicta Sánchez). Dopo aver scontato una pena per aver appiccato un incendio, Amador viene salutato dalla madre con la domanda “Hai mangiato?” (fiamma materna inesauribile), prima di riprendere la propria routine, portando le mucche al pascolo. Una routine che trova un punto di svolta in primavera, con l’arrivo di una veterinaria (Elena Mar Fernández). Nel frattempo, divampa un nuovo incendio e la comunità inizia a sospettare di nuovo di lui.

Esiste la colpa, (forse) meno la redenzione, per Amador, che trova l’unico punto fermo nel nucleo familiare. Tutto, all’esterno, arde già di un fuoco che segna il cinema, a partire dalle scene di incendio che la pellicola Super 16 riporta sullo schermo dando alle immagini un tono quasi documentaristico. Il reale, in “O Que Arde”, si accompagna sempre alla metafora, alla quotidiana tragedia dell’umano, all’interno di luoghi già mostrati da Sorogoyen, mettendo da parte l’uomo, ormai sopraffatto da una natura che è sia distruttrice che purificatrice. Per l’uomo, non esiste altra scelta se non la redenzione, nonostante una deliberata distruzione.
Distruzione intenzionale che compare già ad inizio film, con le macchine agricole che, attraverso i loro fari, squarciano l’oscurità della notte (sulle note di Vivaldi), distruggendo una serie di eucalipti, prima di fermarsi di fronte ad un albero secolare. Un grido ecologista che non si ferma al didascalico, accompagnato da sequenze intense che descrivono il confronto tra fuoco e uomo: un fuoco che è strumento del profitto incondizionato, ma anche di una sapienza contadina che rigenera il terreno.
Una natura a rischio che diventa protagonista nel film di Laxe, che sorvola sui confronti e conflitti umani, per farsi messaggio di un oltre capace di chiamare però in causa la condizione umana. La natura, inevitabilmente, si muove tra territori prosaici, per farsi tramite in una dimensione ascendente, una trasformazione a cui il regista spagnolo darà forma ultima proprio in “Sirāt”. In questo caso, l’espiazione si ritrova tra le fiamme, tra immagini di distruzione che settano però l’immaginario visivo.
Immagini bruciate, in un fuoco terribile e struggente. Un fuoco che prende forma e senso, che viene e arde anche la pellicola, “quello che brucia”.

