Le proiezioni macroeconomiche di Bankitalia per il 2026-2028: una crescita anemica sotto l’ombra del conflitto mediorientale
Nello scenario di base, il PIL italiano crescerà solo dello 0,5% nel 2026 e nel 2027, accelerando marginalmente allo 0,8% nel 2028
Il 3 aprile 2026 la Banca d’Italia ha pubblicato le proiezioni macroeconomiche per il triennio 2026-2028, in un contesto di elevata incertezza legato al conflitto in Medio Oriente e ai prezzi energetici. Nello scenario di base, il PIL italiano crescerà solo dello 0,5% nel 2026 e nel 2027, accelerando marginalmente allo 0,8% nel 2028. L’inflazione salirà al 2,6% nel 2026 per effetto del rialzo di petrolio e gas, per poi scendere poco sotto il 2% nel biennio successivo. Queste stime, riviste al ribasso, segnalano una crescita anemica che complica la sostenibilità del debito pubblico italiano (vicino al 140% del PIL) e aumenta la pressione sui rendimenti dei BTP e sullo spread. Per Piazza Affari le implicazioni sono chiare: rotazioni settoriali, margini compressi nei comparti ciclici ed energy-intensive e necessità di privilegiare titoli resilienti. Queste proiezioni non sono un esercizio teorico della Banca d’Italia, ma un invito concreto a ripensare duration, allocazione azionaria e strategie di hedging del rischio geopolitico.
Settimana corta ma che ha visto vistose oscillazioni degli indici, dettata dalla narrazione della guerra in Medio Oriente. A livello di dati la settimana ha visto la lettura finale del PIL del 4Q25 degli Stati Uniti, cresciuto ad un tasso annualizzato dello 0,5% (rivisto ulteriormente al ribasso dallo 0,7% nella seconda stima e dall’1,4% nella lettura preliminare), principalmente a causa di una revisione al ribasso degli investimenti. Anche la spesa dei consumatori è rallentata più del previsto (1,9% contro 2% nella seconda stima), poiché gli acquisti di beni (0,3%) e servizi (2,7%) si sono raffreddati. Gli investimenti fissi sono aumentati meno del previsto (1,5% contro 1,6%), principalmente a causa di un forte calo delle strutture (- 6,5%), mentre gli investimenti in attrezzature (4,3%) e prodotti di proprietà intellettuale (5,4%) sono rimasti
robusti. Le esportazioni sono diminuite del 3,2%, rispetto a un calo del 3,3%, segnando la più grande contrazione dal secondo trimestre del 2023. Nel frattempo, la spesa e gli investimenti del governo si sono contratti bruscamente (-5,6% contro -5,8%), sottraendo 1 pp dalla crescita complessiva, a causa della chiusura del governo per 43 giorni. Per l’intero 2025, l’economia statunitense è cresciuta del 2,1%. Grazie alla tregua della guerra in Medio Oriente, i principali indici italiani hanno tutti registrare ottime performance a cominciare dal FTSE MIB – indice delle big cap, cresciuto del 4,64% (+6,22% dall’inizio dell’anno). Ottima performance anche per il FTSE ITALIA STAR – indice delle società start – salito del 3,73% (-8,01% dall’inizio dell’anno), e il FTSE ITALIA GROWTH – indice delle micro cap, cresciuto del 2,75% (+0,04%
dall’inizio dell’anno).
A livello di titoli, nella settimana spicca Stmicroelectronics (+17,50) che beneficia del report di Jefferies che ha lasciato invariato il “Buy” rating, ma alzato il target price a 35 euro (da 29) per azione. Secondo miglior titolo della settimana Prysmian (+16,09%), grazie al report di UBS che ha lasciato invariato il “Buy” rating, ma alzato il target price a 135 euro (da 109) per azione. Medaglia di bronzo per Brunello Cucinelli (+10,77%), grazie anche ai risultati del 1Q26 che hanno visto una crescita dei ricavi dell’8,1% (+14% cambi costanti) a 369,05 milioni di curo, grazie soprattutto al forte aumento registrato nelle Americhe (+20,3%) e in Asia (+17,8%). Per l’intero 2026 Brunello Cucinelli prevede una crescita del fatturato intorno al 10% a cambi costanti.
Peggior titolo della settimana Leonardo (-8,99%). Gli investitori non sembrano gradire il cambio dell’amministratore delegato. All’assemblea del 7 maggio 2026 prossimo infatti, il Mef – titolare del 30,2% del capitale – ha depositato, di concerto con il Mimit, una lista che vede Francesco Macrì candidato alla presidenza e Lorenzo Mariani proposto alla carica di amministratore delegato. Secondo peggior titolo ENI (- 2,61%), altalenante nel corso delle ultime settimane a causa delle notizie sul prezzo del petrolio a seguito della guerra in Medio Oriente. Terzo peggior titolo Recordati (-2,31%) che rifiata dopo la forte crescita registrata nelle scorse settimane a seguito dell’offerta non vincolante per l’acquisto del 100% della società da parte di CVC Capital Partner.
Il 3 aprile 2026 la Banca d’Italia ha diffuso le sue proiezioni macroeconomiche per l’Italia per il triennio 2026-2028. Un documento atteso, ma che arriva in un contesto di “eccezionale incertezza”, come lo definiscono gli esperti di Via Nazionale. Il filo conduttore è chiaro: l’evoluzione del conflitto in Medio Oriente – e le conseguenti turbolenze sui prezzi delle materie prime energetiche – determinerà in misura decisiva il profilo di crescita e inflazione del nostro Paese. Non si tratta di un esercizio accademico. Queste stime hanno implicazioni immediate e concrete per il debito pubblico italiano, per i rendimenti dei BTP e per le valutazioni delle azioni quotate a Piazza Affari. In un panorama dove la politica monetaria della BCE rimane ancorata al contenimento dell’inflazione “importata”, mentre la finanza pubblica italiana deve
gestire un debito che sfiora il 140% del PIL, le proiezioni di Bankitalia obbligano investitori, famiglie e imprese a ripensare le proprie allocazioni.
Partiamo dai numeri centrali dello scenario di base. Il PIL italiano è previsto in crescita dello 0,5% sia nel 2026 sia nel 2027, per poi accelerare marginalmente allo 0,8% nel 2028. Rispetto alle proiezioni precedenti, si tratta di una revisione al ribasso di circa mezzo punto percentuale cumulato nel triennio. Non è un crollo, ma è una crescita strutturalmente anemica, ben al di sotto del potenziale dell’economia italiana (che è nell’intorno dell’1,8 – 2%) e lontana dai ritmi necessari per ridurre in modo significativo il rapporto debito/PIL. La dinamica è spiegata in modo limpido dal documento. L’attività economica risente soprattutto nel 2026 dell’indebolimento della domanda interna, frenata dal repentino rincaro dell’energia, dall’ulteriore aumento dell’incertezza e dal deterioramento della fiducia. Solo a partire dal 2027, con l’ipotesi di un parziale allentamento delle tensioni sui prezzi delle commodities, l’economia dovrebbe riprendere un po’ di slancio.
Sul fronte dell’inflazione, il balzo è evidente: l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) è atteso al 2,6% nel 2026, in rialzo di un punto pieno rispetto al 2025, per poi ridiscendere poco sotto il 2% (1,8% nel 2027 e 1,9% nel 2028). La causa principale è il “brusco rialzo dei prezzi delle materie prime”, con il greggio Brent che nelle ipotesi tecniche di mercato sale a una media di 89,7 dollari al barile nel 2026 e il gas naturale a 51,3 euro/MWh. È un’inflazione “importata”, di origine geopolitica, che complica il lavoro della BCE e riduce lo spazio di manovra per una politica monetaria più accomodante.
Bankitalia include anche uno scenario avverso indicativo, in cui un’escalation del conflitto potrebbe ridurre la crescita del PIL di 0,5 punti nel 2026 e di 1,1 punti nel 2027, con inflazione superiore di oltre 1,5 punti percentuali all’anno nel biennio. Uno scenario da incubo, ma non del tutto irrealistico se le tensioni sullo Stretto di Hormuz o sulle infrastrutture energetiche mediorientali dovessero protrarsi. Queste proiezioni hanno un impatto diretto sul debito sovrano italiano e sul mercato dei BTP. L’Italia dovrà rifinanziare oltre 380-385 miliardi di euro di titoli in scadenza solo nel 2026. In uno scenario di crescita debole e inflazione energetica, il deficit primario rischia di risentire della minore dinamica del PIL nominale, mentre la spesa per interessi potrebbe aumentare se i rendimenti dovessero salire. Le ipotesi di Bankitalia incorporano un rendimento del BTP decennale medio al 3,7% nel 2026, in salita al 4,0% nel 2027 e al 4,2% nel 2028. Non è un’esplosione, ma è sufficiente a esercitare pressione sullo spread BTP-Bund, che negli ultimi giorni si è mosso in area 85-90 punti base (con recenti minimi storici più bassi, intorno ai 60 punti in
fasi di ottimismo relativo).
Sul fronte azionario, le implicazioni per Piazza Affari sono altrettanto rilevanti. Il FTSE MIB potrebbe subire una rotazione settoriale marcata. I comparti più energy-intensive e ciclici rischiano una compressione dei margini, mentre potrebbero beneficiare titoli difensivi o “geopoliticamente resilienti”. Secondo gli analisti, occorrono precise strategie di investimento e suggeriscono di navigare la crescita anemica, l’inflazione importata e i rischi geopolitici.
Le proiezioni di Bankitalia del 3 aprile 2026 non sono una condanna, ma un invito esplicito a adottare un approccio più prudente e selettivo nella costruzione dei portafogli. In uno scenario di crescita del PIL intorno allo 0,5% nel 2026-2027, inflazione al 2,6% nel 2026 in gran parte trainata da costi energetici e persistente incertezza geopolitica, le strategie tradizionali “buy and hold” Italia-centriche diventano rischiose. Occorre invece privilegiare flessibilità, diversificazione, gestione attiva della duration e una rotazione settoriale mirata.
Che cosa suggeriscono dunque gli analisti per un portafoglio con esposizione significativa al mercato domestico. Per quanto riguarda le obbligazioni e il debito sovrano indicano una riduzione della duration e privilegiandone la qualità. Il primo imperativo è la gestione della componente obbligazionaria, che per molti investitori italiani rappresenta ancora il cuore del portafoglio (BTP, BTP Italia, CCT, corporate bond). Con rendimenti del decennale attesi in area 3,7 – 4,2% nel triennio e un rischio di risalita in caso di shock energetico, una duration elevata espone infatti a perdite di capitale significative se i tassi dovessero muoversi al rialzo o se lo spread si allargasse verso i 110-120 punti base in uno scenario avverso.
Che strategia suggerisce dunque la gran parte degli analisti per le obbligazioni? Ridurre la duration media del portafoglio obbligazionario spostandosi su scadenze brevi-medie (3-5 anni). I BTP a 3-5 anni offrono oggi un buon compromesso tra rendimento (intorno al 3 – 3,5% a seconda delle emissioni) e minore sensibilità ai movimenti dei tassi. In alternativa, i titoli indicizzati all’inflazione possono proteggere dal rischio di inflazione “importata” più persistente, anche se il loro premio reale rimane contenuto.
Da nono sottovalutare la gestione dello spread. Che significa monitorare con attenzione il differenziale BTP-Bund. In fasi di compressione (come visto recentemente verso i 60 punti base in momenti di fiducia relativa), si può cogliere l’opportunità di locking rendimenti più favorevoli. Tuttavia, in caso di tensioni geopolitiche, gli analisti suggeriscono di privilegiare emissioni con maggiore liquidità e quelle emesse in momenti di spread più ampio. Meglio evitare un’eccessiva concentrazione su scadenze lunghe (10-30 anni), che amplificano la volatilità.
All’interno del fixed income, gli analisti suggeriscono di aumentare l’esposizione a corporate bond investment grade italiani o europei (soprattutto utilities regolate e infrastrutture), che offrono uno spread aggiuntivo rispetto ai governativi senza eccessivo rischio di default in uno scenario di crescita moderata. Meglio inoltre ridurre invece l’esposizione a high yield puri, più sensibili a un possibile rallentamento economico e a un aumento dei costi di finanziamento. L’obiettivo è come al solito il rendimento. In questo contesto, un portafoglio obbligazionario ben calibrato può ancora generare un rendimento lordo annuo del 3 – 4%, sufficiente a battere l’inflazione attesa nel medio termine, purché si eviti il rischio di capital loss su duration eccessiva. E le azioni di Piazza Affari? Gli analisti sono concordi nel ritenere valida una rotazione settoriale e una selezione di qualità. La crescita economica che si preannuncia anemica penalizza i titoli più ciclici e dipendenti dalla domanda interna, mentre l’inflazione energetica comprime i margini delle aziende energy-intensive.
Piazza Affari, con la sua forte componente bancaria, utilities e manifatturiera, richiede quindi una selezione rigorosa.
Tra i settori da sovrappesare gli analisti concordano su:
- Utilities e infrastrutture. Molte società hanno contratti di lungo termine o meccanismi di pass-through dei costi energetici, rendendole più resilienti. Inoltre, beneficiano della transizione energetica e degli investimenti PNRR residui.
- Difesa, cybersecurity e tecnologia. In un mondo con rischi geopolitici persistenti, questi comparti possono vedere aumenti di spesa pubblica e privata. Alcune mid-cap italiane sono leader in nicchie ad alto valore aggiunto.
- Export-oriented con pricing power. Aziende del lusso, meccanica di precisione e farmaceutica con esposizione extra-UE (soprattutto se il dollaro rimane forte) possono difendersi meglio dalla debolezza della domanda domestica.
- Banche. Il settore beneficia di tassi più alti per più tempo (supporto al margine di interesse), ma attenzione al possibile aumento degli NPL in caso di recessione tecnica. Privilegiare gli istituti con bilanci più solidi, bassa leva e buona gestione del credito.
Tra i settori cui porre attenzione, gli analisti hanno individuato manifattura, energy-intensive (chimica, carta, ceramica, automotive tradizionale) e consumi discrezionali puri, esposti alla domanda interna (arredamento, retail non premium). I margini rischiano di essere erosi dal caro-energia e dalla prudenza delle famiglie.
L’approccio pratico rimane quello di adottare una strategia di “quality growth”. In altre parole, privilegiare società con bilanci solidi (basso debito, elevata generazione di cassa) e con la capacità di trasferire i maggiori costi sui prezzi, al fine di salvaguardare i margini. È possibile utilizzare ETF settoriali o tematici per implementare la rotazione in modo efficiente, riducendo il rischio di stock-picking errato. In uno scenario avverso, aumentare la quota di cash o di strumenti difensivi (oro, treasuries USA) come cuscinetto.
In Italia ci sono diverse opportunità nascoste e punti di forza. Non è tutto negativo. L’Italia conserva un tessuto di medie imprese spesso leader mondiali, un sistema bancario più resiliente post-ristrutturazioni, e potenziali benefici dal completamento del PNRR e dagli investimenti in digitalizzazione e green. In un contesto di reshoring europeo, alcuni settori manifatturieri di nicchia potrebbero attrarre capitali. Inoltre, se le tensioni geopolitiche dovessero allentarsi prima del previsto, il rimbalzo su crescita e multipli azionari potrebbe essere rapido.
Le strategie di investimento per il 2026-2028 devono in ogni caso essere caratterizzate da prudenza selettiva. Che significa minore duration obbligazionaria, rotazione settoriale equity verso la qualità e la resilienza, maggiore diversificazione internazionale e un’attenzione costante al rischio geopolitico. Non si tratta di diventare pessimisti, ma realisti. In un mondo dove la geopolitica detta l’agenda macro, chi saprà adattare con disciplina il proprio portafoglio potrà non solo proteggere il capitale, ma anche cogliere opportunità asimmetriche che, anche in una crescita anemica, emergeranno.
Gli investitori italiani hanno dimostrato in passato grande capacità di adattamento. Le proiezioni di Bankitalia del 3 aprile 2026 rappresentano uno strumento prezioso per prepararsi. Ignorarle sarebbe un errore imperdonabile. Usarle per costruire portafogli più robusti è invece la via per navigare con maggiore serenità il triennio che ci attende. Ribadiamo che mai come in questi momenti di forte incertezza è meglio evitare il fai da te, ma rivolgersi al proprio consulente finanziario.
Antonio TognoliHo iniziato a lavorare come analista finanziario nel 1983, occupandomi di economia e politica economica e nel frattempo mi sono laureato in scienze bancarie, finanziarie e assicurative. Oggi mi occupo di analisi macroeconomica all’interno di Corporate Family Office – CFO SIM. Giornalista pubblicista, docente ai corsi post laurea de “24Ore Business School” e dell’Associazione Italiana per l’Analisi Finanziaria – AIAF e co-autore del libro Analisi Finanziaria e Valutazione Aziendale, a cura di Franco Pedriali.


