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Su Prime Video sbarca Bait: l’amore e l’odio per 007

Riz Ahmed in una storia di ambizione, successo e crisi esistenziale, che guarda con occhio nuovo un caposaldo della narrativa occidentale

Io non sono mai stato un grande fan di 007, senza riuscire a spiegarne bene il motivo. Voglio dire, è un eroe carismatico che combatte i cattivi menando, sparando, conquistando belle donne e giocando con un sacco di gadget semi-fantascientifici. Dovrebbe avere tutto per piacermi, e invece niente.

Forse perché il mito di James Bond, pur essendo un successo planetario, è anche una specie di circolo per iniziati, un luogo metaforico con le sue regole e i suoi riti, dove certe frasi e situazioni vanno ripetute con religiosa perizia, e dove parte della narrazione è anche ciò che accade fuori dalle produzioni cinematografiche: chi sarà il prossimo James Bond? Che orologi indosserà? Quale deviazione dal canone potrà permettersi, suscitando sorpresa ma anche ammirazione, e quale invece sarà proibita e osteggiata dai fan?

Non sto dicendo che sia sbagliato far parte di quella comunità, ma forse o sei del tutto dentro o sei del tutto fuori, e a me è capitato di essere fuori. Ciò premesso, parliamo di un brand così conosciuto, che perfino le sue parodie o le riflessioni che lo circondano, come la recente miniserie Bait, disponibile su Prime Video, sono comprensibili a chiunque, e magari pure interessanti a prescidere dalla passione di ognuno per l’agente segreto più famoso del cinema.

Bait è creato da Riz Ahmed, attore e cantante pakistano-britannico che gli appassionati seriali conoscono bene per titoli come The Night Of e The OA, e che negli ultimi anni si è fatto notare per progetti molto apprezzati dalla critica come Sound of Metal (per il quale è statto candidato agli Oscar come miglior attore protagonista) e The Long Goodbye, cortometraggio scritto e interpretato da Ahmed, che l’Oscar l’ha proprio vinto, nel 2022.

In Bait, miniserie farcita di numerosi elementi autobiografici che ne definiscono la struttura e il messaggio, Riz Ahmed interpreta un attore in cerca di gloria, che riesce a partecipare a un provino come potenziale nuovo James Bond. Un James Bond che, doveroso sottolinearlo, sarebbe il primo non-bianco della storia del personaggio.

Nel primo episodio, Shah (questo il nome del protagonista) fallisce il provino abbastanza miseramente, ma per una serie di coincidenze e spregiudicatezze da social, il suo nome riesce comunque a diventare virale, al punto che la sua candidatura non viene cestinata e, anzi, acquista una certa forza su base popolare.

bait

Da questa scintilla prende corpo una vicenda che porta Shah a vivere il sogno di un grande successo, ma anche la frustrazione di una percepita inadeguatezza, tutto aggrovigliato in un contesto familiare, amicale e culturale che è lì apposta per aumentare la confusione e l’ansia, in una comedy rapida e piena di tensione, che sfocia spesso nel dramma e che stempera tutto con una testa di maiale con la voce di Patrick Stewart (su questo punto vi lascio volontariamente la curiosità di saperne di più).

Bait è una miniserie di buon livello produttivo, con un approccio visivo coerente e consapevole. È un racconto che punta almeno in parte su un overload di informazioni e scene che in qualche modo stordiscano lo spettatore, esattamente come è stordito il protagonista nel trovarsi in un tritacarne mediatico e professionale che gli lascia poco tempo per fare scelte giuste, e invece molto per contemplare la propria fragilità.

Allo stesso tempo, non è questo il succo della vicenda, né un motivo puramente tecnico per seguire la miniserie. Le sue invenzioni e il suo ritmo, invece, sembrano piuttosto un’esca (una “bait”) per parlare d’altro, e per infilare negli occhi degli spettatori una prospettiva diversa e potenzialmente arricchente su un pezzo così monolitico della cultura occidentale.

Sì perché James Bond è effettivamente un pilastro apparentemente immutabile, che scatena controversie non appena emerge l’idea anche solo vaga che 007 possa smettere di essere un maschio-bianco-etero-britannico. Non che ci sia qualcosa di intrinsecamente sbagliato nello sperare che un personaggio di finzione rimanga fedele a sé stesso nell’aspetto o nell’abitudine alcolica (tipo il famigerato Martini agitato e non mescolato), ma di certo l’intransigenza nei confronti di James Bond è superiore alla media, per la storia del circolo che si diceva all’inizio.

In questo senso, il personaggio di Riz Ahmed ha alcune caratteristiche fondamentali (maschio, etero, bella presenza), ma non è bianco ed è britannico in un senso non proprio tradizionale.

È una questione realmente autobiografica: Ahmed è nato a Wembley, sobborgo di Londra noto per il famoso stadio, mentre i suoi genitori sono immigrati pakistani. Ahmed è dunque un immigrato di seconda generazione, che si sente pienamente inglese, pur sapendo che i suoi genitori tecnicamente non lo sono, e che per molte persone, solo per questo fatto, non lo è neanche lui.

Una tensione che conosciamo bene anche in Italia, che riguarda un pezzo importante del futuro culturale del nostro continente, e che in questo caso trova nella vicenda stessa del provino un efficacissimo innesco narrativo per la sua riflessione filosofica: il protagonista di Bait, infatti, non sta cercando di diventare famoso interpretando un qualunque personaggio inglese, bensì il volto di un certo modo di essere inglesi: molto bianchi, molto tradizionalisti, molto colonialisti.

È da questa consapevolezza che Bait prende lo slancio per cambiare la propria traiettoria e costruire la sua vera riflessione. Ed è qui che diventa un racconto che può essere molto identitario per chi vive sulla pelle le stesse tensioni del protagonista, e molto istruttivo per chi, compresi gli spettatori italiani bianchi, non ha mai riflettuto su James Bond come interprete non solo di storie di spionaggio, ma anche come alfiere di un certo mondo di essere europei e, più in generale, bianchi occidentali.

Fortunatamente, Bait non usa questa consapevolezza per tirarne fuori un pistolotto politico che debba farci sentire in colpa per essere bianchi. Sarebbe stata una scelta stucchevole e poco produttiva.

Al contrario, Bait continua a concentrarsi sul suo protagonista e sulle contraddizioni che lui stesso si trova a vivere. Perché se il desiderio di fama e gloria, forse comune a tutta l’umanità ma certamente molto occidentale e hollywoodiano, lo porta a prendere certe decisioni e non altre, il luogo (metaforico più che fisico) da cui proviene esercita una resistenza che lo costringe a riflettere in modo non banale su ciò che la sua ambizione può proiettare all’esterno, sull’influenza che può generare sulle persone a cui vuole bene e che sente parte della sua comunità, che in certi simboli cinematografici non vede solo l’intrattenimento e l’azione, ma anche una più complicata storia di oppressioni, conquiste militari, influenze politiche.

Inserita in un contesto culturale e produttivo molto occidentale, Bait diventa allora lo spazio creativo in cui rielaborare e metabolizzare un’identità che pienamente occidentale non è, usando le inevitabili contraddizioni come motore comico-satirico, ma lasciando anche il margine per prese di posizione più consapevoli e non scontate.

Bait non punta a risolvere le tensioni etniche e culturali del nostro tempo, ma trova il modo di farcele scoprire in modo indiretto, usando un brand conosciuto in tutto il mondo come finestra da cui guardare prospettive diverse dalla nostra, nel tentativo di aumentare la conoscenza di una realtà sempre più complessa, senza annoiarci con lunghe filippiche (e se usi una testa di maiale con la voce di Patrick Stewart, la mia attenzione ce l’hai). Tutto sommato, non è poco.


Perché seguire Bait: per la riflessione articolata e interessante che fa sui temi del nostro tempo, inserita in una cornice frizzante e ansiogena.
Perché mollare Bait: è un racconto molto pieno, multigenere e potenzialmente caotico, che ha bisogno di un po’ di attenzione supplementare.


Diego Castelli - Serial Minds

Diego Castelli nasce a Milano nel 1982 e non ha memorie d’infanzia che non siano legate a film, serie tv, romanzi, videogiochi. Da oltre quindici anni costruisce palinsesti a Mediaset in qualità di Channel Manager. Nel 2010 fonda serialminds.com, sito di riferimento per gli appassionati di serie tv. Per Bergamonews cura una rubrica di recensioni sui nuovi prodotti dell’industria.