Attenti al lupo: allarme che richiede interventi immediati. Grossi: “I cani da protezione per diminuire il rischio”
L’ex assessore all’Urbanistica del Comune di Bergamo, oggi è responsabile nazionale per il settore lavoro del Circolo del Pastore Abruzzese Maremmano, una delle principali razze canine adatte alla protezione dai predatori carnivori: “Ma non c’è un’emergenza, l’argomento viene enfatizzato troppo”
“Anche se attraverso il bosco con l’aiuto del buon Dio, stando sempre attenta al lupo”. Le canzoni di Lucio Dalla, in un modo o nell’altro, sanno sempre essere contemporanee. “Attenti al lupo“, pezzo cult degli anni ’90 dell’artista bolognese, da un paio di anni starà frullando come un rullo compressore nel cervello di tanti: negli ultimi anni l’allarme lupi in Lombardia e su tutta la Penisola emerge spesso tra le notizie di cronaca, entrando inevitabilmente anche nel dibattito politico.
La questione è ormai ricorrente da tempo. Poco più di un anno fa la Polizia Provinciale aveva rilevato in Bergamasca poco più di 20 esemplari. Nel 2023, in Val di Scalve, è stata accertata la nascita della prima famiglia di matrice orobica, mentre in Val Seriana e nelle valli limitrofe gli avvistamenti sono diventati via via più frequenti. Negli scorsi giorni, in seguito ad alcuni dati che evidenziavano la presenza di circa 50 coppie di lupi in Regione, alcuni consiglieri regionali di Fratelli d’Italia hanno sottolineato come la discrepanza tra le stime e le segnalazioni quotidiane di allevatori e cittadini sia evidente, affermando il bisogno di “un approccio realistico che metta al centro la gestione e la sicurezza delle comunità rurali”.
In questo scenario si inserisce l’analisi di Valter Grossi, già assessore all’Urbanistica del Comune di Bergamo e oggi responsabile nazionale per il settore lavoro del Circolo del Pastore Abruzzese Maremmano, razza tra le più apprezzate al mondo e già raccontata oltre duemila anni fa da Columella e Varrone. Da oltre vent’anni lavora nell’impiego di cani da protezione del bestiame, utilizzati per prevenire le predazioni dei grandi carnivori. Per Grossi non si è di fronte a un’emergenza: “Non c’è, perché il lupo in Lombardia sta ricolonizzando il territorio, in particolare il settore alpino”. Un processo già avvenuto in altre regioni del nord Italia. Si tratta, precisa, di “una ricolonizzazione spontanea della specie, che non è mai stata reintrodotta artificialmente”.

Una lettura che si scontra con alcune prese di posizione locali, come la richiesta avanzata a fine 2024 da 13 comuni bergamaschi contro la reintroduzione dei grandi carnivori nelle valli. Per Grossi, tuttavia, il nodo è un altro: “Allevatori e pastori avrebbero dovuto predisporre già da tempo le misure e i comportamenti preventivi”. Il rischio esiste, soprattutto in determinati periodi dell’anno. “L’allarme aumenta quando ci si avvicina al periodo dell’alpeggio e pertanto gli animali sono posti a rischio: il pericolo si moltiplica in questa fase”, spiega, indicando nella salita in quota il momento più delicato per il bestiame.
Secondo Grossi l’allarme diffuso è alimentato anche dalla percezione pubblica. “È un tema che attira l’attenzione del pubblico” e “la stampa è responsabile di una certa enfatizzazione”, osserva, sottolineando come molti allevatori “non siano adeguatamente preparati a questo allarme”, che comporta maggiori costi e una gestione più complessa. Allo stesso tempo, però, ricorda che “il lupo è una realtà esistente, costituisce una enorme ricchezza in termini di biodiversità e si deve scegliere la convivenza”, rimarcando il bisogno di un approccio adeguato.
A proposito di ciò, sul fronte operativo, per Grossi una delle soluzioni possibili è chiara: “il cane da protezione (molti sono finanziati da alcune regioni, compresa la Lombardia, ndr) è lo strumento più efficace di quelli che abbiamo a disposizione, accanto all’introduzione di recinzioni elettrificate e a una sorveglianza più attenta dei pascoli”. L’ex assessore è netto anche sulle possibile preoccupazioni legate ai cani da guardiania: “Attingendo da linee di sangue conosciute e con una adeguata socializzazione nel primo anno di vita, si può escludere che rappresentino un problema”. Fondamentale è il rispetto di alcune regole da parte di chi frequenta la montagna: “Importante non avvicinarsi al gregge, mantenere il cane al guinzaglio e, se si è in bici, scendere per un certo tratto”.

Le carenze presenti sono di natura culturale e organizzativa: “In Lombardia si è fatto troppo poco”, e quando il lupo torna a farsi vedere, “gli allevatori protestano e non sono sufficientemente incentivati a partecipare a corsi di formazione e informazione”. Grossi imputa un ramo di colpa anche ad una certa parte politica. “Ci sono politici o ‘politicanti’ che, per ottenere consenso, vanno a eccitare gli animi e promettono soluzioni che le direttive europee non consentono”, osserva, pur chiarendo che “in presenza di lupi problematici o eccessivamente confidenti si possa procedere con l’abbattimento”.
Le polemiche sono destinate a proseguire, anche alla luce del declassamento della specie avvenuto nel 2025, da Rigorosamente protetta a Protetta. In un contesto in cui la presenza del lupo è ormai strutturale, il punto non è più interrogarsi sulla sua esistenza, ma su come gestirla in modo efficace: tra prevenzione, informazione e responsabilità condivise, la convivenza resta l’unica strada concreta.





