Giallo di Strozza
|I fiori spostati ai piedi del feretro, il velo ripiegato: quei gesti di ‘attenzione’ durante la profanazione
Lo scempio sul corpo di Pamela Genini: sulla bara un mazzo di girasoli. Prime indiscrezioni dopo l’autopsia: lo strumento usato per asportare la testa avrebbe prodotto una lesione compatibile con una ferita da taglio lineare, priva di sfrangiature o dentellature
Strozza. Emerge un nuovo dettaglio riavvolgendo il nastro a quel nefasto lunedì 23 marzo, quando gli addetti alle pompe funebri scoprirono l’orribile profanazione della tomba di Pamela Genini, la 29enne uccisa dal compagno Gianluca Soncin lo scorso 15 ottobre a Milano.
Oltre al velo che copriva il volto della giovane donna – ripiegato e lasciato all’interno del loculo dopo l’asportazione della testa – spunta un altro elemento: la deposizione di un mazzo di fiori. Girasoli, ormai secchi al momento del ritrovamento. Secondo alcuni, nemmeno si trovavano nel loculo il giorno della tumulazione, un dettaglio che aprirebbe scenari inquietanti. A Bergamonews, invece, risulta siano stati collocati tra il muro e il feretro dagli stessi addetti, subito dopo i funerali. Eppure, anche quei fiori sono stati spostati. Da una posizione assolutamente marginale, a una ben più visibile: ai piedi della bara, davanti allo sguardo di chi ha aperto il loculo.
Due indizi non fanno una prova, ma sono elementi che gli inquirenti potrebbero valutare, anche per delineare un possibile profilo psicologico dell’autore. Sono gesti che evocano una forma di cura. Una sorta di attenzione, per quanto incongrua rispetto alla brutalità del gesto. I segni di un’ossessione? Oppure banali tentativi di depistaggio? O, ancora, un improvviso rigurgito di coscienza da parte di chi, dopo aver compiuto lo scempio, ne ha percepito fino in fondo l’orrore? Chi può dirlo.
Del resto, in una vicenda così gli interrogativi si sprecano. Anche l’ispezione eseguita mercoledì sul corpo della ragazza ne ha sollevati di nuovi. L’accertamento è stato affidato a Matteo Marchesi, responsabile dell’unità di medicina legale dell’ospedale Papa Giovanni, affiancato da Marco Cummaudo del Labanof e dal consulente della famiglia, Antonello Cirnelli. Gli specialisti hanno prelevato campioni biologici sia dal corpo sia dal feretro. Il materiale verrà ora analizzato dai carabinieri del Ris e dal Labanof con l’obiettivo di estrarre il Dna e verificare l’eventuale presenza di profili genetici estranei.
Gli esperti dovranno rispondere a quesiti precisi: stabilire in che modo sia stata effettuata la decapitazione, quale strumento sia stato utilizzato e, soprattutto, collocare temporalmente il taglio, chiarendo se sia avvenuto subito dopo la morte oppure in una fase successiva della decomposizione. Qualche indiscrezione filtra: lo strumento utilizzato avrebbe prodotto una lesione sulla pelle simile a una ferita da taglio “a margini netti”. Un taglio relativamente lineare, privo di sfrangiature o “dentellature”. Si fa anche strada l’ipotesi che lo scempio sia avvenuto non troppo tempo dopo la morte di Pamela, ma i risultati delle analisi scientifiche – attesi entro novanta giorni – potrebbero smentire le prime sensazioni, da prendere con le dovute cautele.
Va anche detto che l’eventuale individuazione di un Dna non riconducibile alla vittima non porterà automaticamente all’identificazione del responsabile. Le tracce potrebbero appartenere a soggetti che hanno avuto contatti legittimi con il corpo, come il personale delle onoranze funebri o chi ha partecipato alle operazioni di tumulazione e alla successiva estumulazione. In quel caso, gli inquirenti dovranno prima scavare nelle banche dati, poi confrontare i profili genetici delle persone che ruotano attorno a Pamela e a questo giallo dalla tinte fosche, dove ogni barlume di luce sembra riluttante a penetrare.


