L'installazione
|“Ascolta il cielo cadere”, un’artista ucraina e bergamasca trasforma gli allarmi aerei in opera d’arte
Dal 9 al 17 aprile l’installazione di Daria Romanenko, composta da mattoni di cemento e grano, sarà esposta negli spazi di CREA Cantieri del Contemporaneo, sull’isola della Giudecca
Cemento e grano, mattoni collegati ad allarmi aerei ucraini, fruscio di spighe che riempie lo spazio. Allarmi aerei che diventano opera d’arte, simbolo della distruzione provocata dalla guerra, ma anche della solidarietà silenziosa di un intero popolo. Un’installazione, realizzata dall’artista ucraina (e residente a Bergamo dall’età di dieci anni) Daria Romanenko che, dal 9 al 17 aprile, a poche settimane dall’apertura della 61ª Biennale Arte di Venezia, verrà esposta negli spazi di CREA Cantieri del Contemporaneo, sull’isola della Giudecca.
“Ascolta il cielo cadere” (questo il titolo dell’opera) è stata selezionata tra 4.021 candidature provenienti da 105 paesi del mondo, nell’ambito della open call internazionale CREA OPEN. Un’opera che porta così a Venezia una voce artistica ucraina e bergamasca, che combina arte ed impegno civile, in una sintesi capace di raccontare la solidarietà silenziosa che unisce un popolo in guerra.
Venticinque mattoni di cemento e grano, delle dimensioni di mattoni reali, disposti a terra in un rettangolo che riproduce la geografia dell’Ucraina: a destra le regioni orientali, al centro quelle centrali, a sinistra quelle occidentali. Ogni mattone corrisponde ad un oblast’ ed è collegato in tempo reale alla mappa degli allarmi aerei ucraini (alerts.in.ua ): quando le sirene si attivano in una regione, il mattone corrispondente trema, il meccanismo entra in moto e il fruscio delle spighe riempie lo spazio. Il visitatore può seguire tutto in diretta attraverso un QR code che rimanda alla mappa degli allarmi: vede e sente la guerra attraverso il rumore dei meccanismi e il movimento del grano. Se l’allarme si prolunga, il cemento comincia a sgretolarsi e le spighe a spezzarsi, ma non cadono: sostenute da quelle vicine, restano in piedi. È la stessa solidarietà silenziosa che attraversa il popolo ucraino oggi, dove chi regge sorregge chi sta cedendo, e nessuno affronta il crollo da solo.
“Un simbolo, un’emozione, un ricordo o una ricerca personale che si presenta come sintesi ultima, che permette a qualsiasi persona, indipendentemente dalla propria provenienza culturale e dal proprio vissuto personale, di percepirla e di sentirla. Questo è sicuramente il mio intento– spiega Daria Romanenko, nata in Ucraina nel 1995, con studi di pittura all’Accademia Carrara e laurea in Culture Moderne Comparate all’Università di Bergamo, guida museale e coordinatrice del ciclo di incontri “Conoscere l’Ucraina” -. Io parlo del mio paese, dei miei ricordi personali, dei miei stati d’animo, ma cerco di esprimerlo attraverso le forme comuni. In questo caso il cemento è il simbolo della casa, del brutalismo, del paesaggio urbano della mia città, ma anche un materiale di costruzione comune a tutti noi. Il grano è il pane, è il paesaggio, è la bandiera, intrappolato nel cemento o al contrario, nonostante il cemento, è vivo, sicuramente fa pensare a qualcosa di vitale per noi. Questa unione forzata tra il materiale costruttivo e una pianta potrebbe però risultare naturale se si pensa alle città abbandonate o al mondo post-apocalittico, ad esempio Chernobyl che ho visitato nel 2017. Mi ha colpito molto che, nonostante tutta la grandiosità brutalista di Prypjat’, sui tetti in cemento crescessero le betulle”.
Daria RomanenkoL’opera, come altre create da Romanenko, crea un passaggio tra la memoria e la stretta attualità. “È estremamente importante ricordare tutto quello che ci ha formato in quanto persone, e soprattutto è di vitale importanza per noi ucraini non dimenticare la nostra storia e la nostra cultura, periodo dell’Urss compreso. Proprio in questo, io percepisco un cortocircuito: l’Urss è il periodo delle repressioni, della censura, l’abolizione della lingua ucraina, pjatiletka, holodomor, propaganda sovietica, disastro di Chernobyl, gulag e tanto altro ancora, ma è anche la facciata del palazzo in cui vivevo da piccola, è l’odore del trasporto pubblico, è nei modi di dire che persone usano ancora oggi e in tante altre cose. Qui la mia anima entra in crisi perché non riesco a slegare un ricordo così bello e familiare della mia infanzia dall’oppressione della dittatura sovietica e da quello che sta succedendo oggi. Provo vergogna nel sentirmi bene ogni volta che ricordo tutti quei particolari che appartenevano a un passato sovietico e non averne altri che potessero appartenere a una campagna ucraina ad esempio, o qualcos’altro di più autentico. Trovo però affascinante il fatto che, nonostante tutta questa influenza russa che si è protratta per anni, nonostante i miei ricordi da bambina cresciuta in una città grande e non in una campagna tradizionale ucraina, io come tutti gli altri ucraini non abbiamo mai dubitato della nostra appartenenza nazionale”.
L’opera si confronta direttamente con la realtà della guerra e riapre inevitabilmente il dibattito sulla ricezione esterna della guerra e sulla sua declinazione in campo artistico, pensando anche alla riapertura della Biennale alla partecipazione russa. “Spesso chi ha il potere di decidere le tematiche delle mostre preferisce non prendere posizioni politiche, preferendo rimanere su ricerche di altro tipo. Ultimamente vedo tantissime mostre dedicate all’ambiente, alla riscoperta della pura fantasia, al femminismo. Io non mi definisco un’artista di taglio politico, però non posso non parlarne mentre il mondo sta letteralmente bruciando davanti ai nostri occhi e noi preferiamo non vederlo. Sono molto arrabbiata per la riapertura della Biennale alla partecipazione russa, anche perché gli artisti che esporranno sono tutti vicini a Putin. Io non riesco a capire come, dopo anni di guerra su larga scala, sia stato permesso al paese aggressore di parlare di cultura. Quale cultura? Della guerra? Dell’oppressione? Della censura? Pensiamo ai bombardamenti dei siti UNESCO di Leopoli, del teatro di Mariupol, ma anche al massacro di Bucha. Non possiamo permetterci di chiudere gli occhi”.
Un mondo in subbuglio che viene ben indicato dall’opera di Romanenko, con la sua tensione perenne, con i suoi punti fermi sempre a rischio crollo. “Il mio intento è quello di trasmettere una tensione perenne, un’ansia verso il futuro, un pensiero che si sofferma attorno agli attacchi e alle notizie di quotidiani bombardamenti e dei luoghi colpiti. Il meccanismo si attiva per volere di Putin in fin dei conti, vorrei che le persone lo percepissero: con la mia opera vorrei fare vedere in tempo reale la situazione del mio paese, facendo vivere la mia stessa tensione. Molti italiani si schierano a favore della propaganda russa, molti riempiono di insulti gli ucraini perché secondo loro è colpa nostra l’essere stati invasi dalla Russia. Mentre ciò accade, Iryna Sheik viene invitata a Sanremo e ora la biennale ospita la Russia: ciò nonostante, la mia opera continuerà nell’intento finché la guerra non sarà finita”.






