Di sogni infranti… I Mondiali senza l’Italia tolgono una parte di giovinezza a intere generazioni
L’ennesima mancata qualificazione della Nazionale ai Campionati del Mondo di calcio apre una voragine enorme nell’anima di tanti giovani, non ancora a conoscenza di cosa significhi tifare per il proprio Paese in un Mondiale
Nel 1984 Antonello Venditti cantava le notti “di sogni, di coppe e di campioni”, contornate da “lacrime e preghiere”. Il cantautore romano si riferiva alla Notte prima degli esami, quella che i maturandi ogni anno si apprestano a vivere. Sensazioni che si riversano in più contesti, oltre la scuola. Uno di questi è lo sport. E venendo al calcio, quelle medesime sensazioni lì, generazioni intere di ragazzi italiani rischiano di non poterle mai vivere.
Veniamo al punto. La Nazionale Italiana non si è qualificata per la terza volta di fila ai Campionati del Mondo. Nella storia, nessuna squadra vincitrice di un Mondiale aveva mai mancato l’accesso alla fase finale per più di due volte consecutive. Un incubo, che pare quasi uno scherzo. E invece è tutto vero: dopo la Svezia nel 2017 e la Macedonia del Nord nel 2022, martedì ad eliminarci ai calci di rigore è stata la Bosnia-Erzegovina.
Chi scrive è nato all’inizio degli anni duemila, e come tanti ragazzi nati in quell’epoca o alla fine degli anni novanta, sono cresciuto con mamma, papà, nonni o zii che nel bel mezzo di un pranzo o di una passeggiata tramandavano in noi immagini che raccontavano la crescita di intere generazioni di ragazzi. Dall’epico 4-3 tra Italia e Germania di Città del Messico 1970, con cinque reti nei tempi supplementari e ribattezzata come la “Partita del Secolo“, fino alla leggenda di Pablito Rossi al “Mundial” di Spagna ’82, quando segnò tre gol a un Brasile che, a detta degli esperti, fu uno dei più forti della storia. Senza dimenticare la favola di Totò Schillaci a Italia ’90.
In quei racconti si respirava anche la malinconia per il dolore della sconfitta. Beffarda sì, ma vivida e intensa. Come per quel maledetto rigore sparato al cielo da Roberto Baggio sotto il sole cocente di Pasadena, nel luglio del 1994. Indimenticabile anche quel giugno del 2002, quando il bizzarro arbitro ecuadoriano Byron Moreno fece di tutto pur di mandare a casa gli Azzurri. Giorni che non svaniscono facilmente dalla mente, nonostante la disperazione per sogni infranti: tra chi è rimasto in piazza per tutta la sera, abbracciato a qualcuno conosciuto poche ore prima, e chi strattona l’amico per stemperare la tensione, mentre con una mano agita un bicchiere di birra davanti a una pizza o a una brace. Certo, tra vittoria e sconfitta c’è una gran differenza, ma indipendentemente da come vada, i momenti e le emozioni rimangono. E col passare del tempo, quelle memorie aumentano il proprio peso specifico.
E i ragazzi di oggi? Niente di tutto ciò. Solo l’idealizzazione e l’illusione di come sarebbe stato vivere quei momenti lì. Come se ci avessero tolto un pezzetto di vita che ognuno di noi avrebbe meritato di vivere. Sia chiaro: nel mondo, ora come ora, ci sono ben altri problemi, che travalicano la questione relativa all’Italia fuori dal Mondiale. Ma nella giovinezza, e chi ci ha cresciuto lo sa bene, vedere il proprio Paese competere ai Mondiali nel bel mezzo dell’estate italiana trasmette leggerezza e voglia di condividere emozioni. Coinvolge anche chi di calcio ne capisce poco, perché la Nazionale, in qualche modo, ti prende. Oggi, forse, ahi noi, non è più così.
Molti dei ragazzi di oggi, durante il Mondiale del 2006, l’ultimo vinto dall’Italia, era troppo piccolo, o addirittura non ancora nato. Non hanno vissuto la classica (un aggettivo che ormai suona quasi anacronistico) routine del pre-partita: l’ansia di uscire in fretta dall’ufficio, l’organizzazione per la cena in compagnia, la bandiera da appendere al balcone, la maglietta o il cappellino addosso. Pochi anni fa abbiamo vinto gli Europei, e certo, le sensazioni e la routine sono simili. Ma è difficile paragonarle a quelle di un Mondiale, a quelle estati che il Paese ha vissuto insieme, unito. Con la voce di Bruno Pizzul che riecheggia nella memoria di tutti, anche di chi non c’era, mentre commenta un gol di Baggio o di Schillaci. Sì, abbiamo uno dei tennisti più forti al mondo, un italiano in testa al Mondiale di F1 e le Nazionali di volley padrone del mondo. Ma che non compensano di certo un vuoto enorme, generazionale, che nessuno ci restituirà più.


