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Nicolas Lozito: “Gli effetti delle guerre sull’ambiente sono enormi e destinati a durare”

Il giornalista e vicecaporedattore de “La Stampa” analizza la situazione delle guerre in Iran, Ucraina e Gaza rispetto alle conseguenze sull’agricoltura, le falde acquifere e gli ecosistemi e ai rischi per la salute

Iran, Ucraina, Gaza: siamo giustamente concentrati sulle vittime e i bombardamenti, ma le conseguenze sull’agricoltura, le falde acquifere, gli ecosistemi resteranno, con ricadute sulla salute. E le emissioni aumentano. Ma l’umanità può superare le crisi. Ne parla Nicolas Lozito, che a 35 anni è una delle voci più attente nel raccontare l’intreccio tra ambiente, innovazione e tecnologia. Giornalista, vicecaporedattore de “La Stampa”, insegna alla Scuola Holden e cura “Il colore verde”, la newsletter indipendente che, nata nel 2020, ha costruito una comunità di oltre 9.000 lettori.

Un progetto che unisce divulgazione e analisi, capace di tradurre temi complessi, dalla crisi climatica alla transizione energetica, in un racconto accessibile ma rigoroso, arricchito da dati e fonti internazionali. Il numero della newsletter uscito il 21 marzo è eccezionale, un breve saggio sugli impatti ambientali delle guerre: “Nel bilancio quotidiano – si legge – si contano vittime e territori distrutti, persi e conquistati. Negli ultimi anni, però, ci stiamo accorgendo che le guerre hanno enormi effetti sull’ambiente”. Abbiamo intervistato Lozito sul tema.

Generico marzo 2026

Secondo l’Osservatorio dei conflitti e dell’ambiente, ente di ricerca britannico, sono stati individuati, come lei avverte, oltre 300 incidenti con possibili implicazioni ambientali già nei primi dieci giorni di bombardamenti in Iran e paesi del Golfo. La pioggia nera su Teheran è il simbolo di questo disastro.
“Ricordare che la guerra provochi anche danni ambientali sembra quasi naïf, perché siamo giustamente concentrati sulle vittime e le bombe. Ma oggi, con il salto tecnologico degli armamenti, le infrastrutture sensibili – falde acquifere, impianti energetici, raffinerie – sono colpite in modo molto preciso, così grave da generare impatti enormi, anche se non fino al punto di spaventare completamente il mondo come accadde con Hiroshima. Gli effetti oltrepassano la guerra stessa perché, anche se si firmasse un accordo di pace, resterebbero territori devastati e da ricostruire. Un esempio: la Siria, durante la guerra civile che l’ha dilaniata, è stato il primo Paese a dover chiedere, per far ripartire la produzione agricola, la restituzione di semi al deposito globale delle Svalbard, la cassaforte che protegge e conserva 12.000 anni di storia di piante e fiori. Questo fatto dà l’idea di che cosa resti dopo i bombardamenti: spoglie di guerra per generazioni. In Iran le infrastrutture energetiche, come depositi di petrolio e impianti di gas, sono vicine a quelle civili: le conseguenze sono a volte immediate, ma chissà chi potrà studiarle. I 300 eventi con possibili implicazioni ambientali sono stati ricostruiti sulla base dei giornali e dei report degli eserciti. Oggi l’Iran è totalmente chiuso: non vediamo nulla, se non quanto riesce a filtrare grazie a qualche giornalista o agli annunci del governo. Insomma, è complicato capire quanto questi impatti siano pericolosi nel breve e nel lungo termine. Facciamo fatica a contare persino le vittime, figuriamoci quanto sia difficile capire se un danno alla falda acquifera sarà permanente o durerà un anno, un mese, dieci giorni e si riuscirà a tornare a vivere in un determinato luogo. Assistiamo a un salto di qualità, all’uso di armi come il fosforo bianco in Libano da parte dell’esercito israeliano. Quella sostanza può causare danni permanenti alla salute ed è vietata dalla comunità internazionale che, attraversando una fase di evidente difficoltà, fatica a far fronte a queste situazioni. Il fosforo bianco devasta istantaneamente, bruciando tutto, ma poi resta nell’ambiente, così come i metalli pesanti, provenienti da tutte le strutture in fiamme dopo i bombardamenti”.

In Ucraina, dove la guerra su larga scala continua da più di quattro anni, quali sono le eredità ambientali più pesanti?
“Sono quelle per il suolo. Passeranno decenni perché l’Ucraina possa tornare a essere la terra del grano resa celebre dalla sua stessa bandiera, gialla come le coltivazioni, azzurra come il cielo incontaminato. Era il più grande produttore europeo di grano, esportato ovunque, soprattutto in Africa, dove, dopo la guerra, i costi per importare da altri Paesi sono aumentati moltissimo. Ma il problema strutturale è proprio il suolo stesso: è maciullato dai bombardamenti, contiene materiali bellici, metalli pesanti, residui delle esplosioni, degli spari, dei carri armati. Poi ci sono le conseguenze a causa degli uomini sul fronte che, come già intere generazioni durante le guerre del Novecento, hanno abbandonato il proprio lavoro, come coltivare la terra e operare negli impianti energetici. Per le centrali nucleari ucraine colpite, non c’è solo il rischio potenziale di rilascio di materiali radioattivi, ma anche il problema di quando si potranno riparare e da chi e di come produrre energia nel frattempo. Intanto si usano più petrolio, più gas, più carbone, con ulteriori emissioni di gas serra, già prodotti dalla guerra in quantità enorme. Nei giorni scorsi, poi, nessuno voleva farsi carico della nave metaniera russa alla deriva nel Mediterraneo, con circa 900 tonnellate di carburante a bordo: alla fine sono intervenute le autorità libiche quando l’imbarcazione era prossima alle loro coste”.

A Gaza si può parlare di collasso ecosistemico.
“Lì gli effetti della guerra sia sulle persone sia sull’ambiente si capiscono ancora meglio, perché è un territorio piccolo, è come un acquario: tutto ciò che accade al suo interno genera una serie di concatenazioni. Di fronte al massacro dei civili e alle brutalità della guerra, è ovvio che i problemi per la vegetazione e gli animali sembrino infinitamente secondari. Ma la domanda è: se si arrivasse davvero a un accordo di pace, come si riparte? Da dove si prende l’acqua? Come si torna a pescare in un mare contaminato? Come si coltiva in un luogo dove la vegetazione non esiste più? È vero che la natura è resiliente, per usare una parola bistrattata. Ma un conto è la natura che riparte in spazi ampi e senza necessità umane, un conto è la natura in un territorio ristretto e per le esigenze dell’alimentazione, coltivazioni e allevamenti, cui serve un equilibrio stabile nel tempo. Il termine ecocidio non ci viene spontaneo per Gaza, perché il dibattito si è concentrato su altre parole, tra cui genocidio. Ma assistiamo esattamente a questo: un crimine contro l’ambiente che si infiltra nel diritto umano perché compromette la possibilità di vivere dignitosamente. I danni sono anche sanitari: falde acquifere contaminate da metalli pesanti portano malattie, i bombardamenti distruggono ospedali, si diffondono patologie che pensavamo eradicate. La salute, nostra e dell’ambiente, è la stessa”.

Le guerre producono enormi quantità di gas serra, che accelerano il surriscaldamento globale.
“Per la guerra in Ucraina si calcolano circa 311 milioni di tonnellate di CO₂ nei quattro anni di conflitto, equivalenti a poco meno di un anno di emissioni dell’Italia. Gli eventuali progressi della transizione energetica devono fare i conti con questi dati. C’è poi una conseguenza indiretta, legata a tutto ciò che non si riesce più a fare per mancanza di risorse e di tempo, assorbiti dalla gestione della guerra. Basti pensare alla fatica compiuta in Europa, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, per individuare fonti energetiche alternative. E, allo stesso tempo, in Italia non abbiamo avuto le risorse o la volontà politica per fare ciò che ha fatto la Spagna, che dal 2019 ha raddoppiato la capacità eolica e solare, incrementando la propria indipendenza energetica. Una condizione che al nostro Paese continua a mancare. La guerra diventa anche una distrazione rispetto agli obiettivi climatici: il mondo è attraversato dai conflitti, la cooperazione geopolitica si indebolisce e, nelle annuali conferenze sul clima, i Paesi faticano a dialogare e a trovare soluzioni condivise”.

È una distrazione che avvantaggia chi vuole proseguire con il “business as usual”.“Sì, diventa un modo per dire: non abbiamo tempo e risorse per la transizione energetica, dobbiamo rafforzare le infrastrutture tradizionali e stringere accordi per gas, gas liquido, carbone. La Cina è un caso interessante, da osservare senza giudizio. Negli ultimi anni ha trasformato il suo sistema energetico con moltissime rinnovabili e forte elettrificazione: è più facile vedere un’auto elettrica che una a benzina. Ma con la guerra, visto che molte importazioni arrivavano da Qatar, Iran e altri Paesi del Golfo, che cosa ha fatto? Ha riacceso le centrali a carbone mantenute pronte all’uso. Le considera una sorta di assicurazione energetica. Se il gas importato costa troppo o non arriva, torna al carbone. Dal punto di vista politico è una scelta perfetta, perché garantisce sicurezza energetica. Dal punto di vista climatico, però, è una tragedia, perché il carbone è la fonte più emissiva”.

Insomma, le guerre confermano la dipendenza dai combustibili fossili.
“I grandi gruppi energetici sono estremamente pragmatici e hanno diversificato nel tempo le fonti di approvvigionamento, con investimenti in tutto il mondo. Quando c’è una crisi da una parte, le grandi compagnie riescono a rifornirsi altrove, in altri settori, in altri contesti. L’indipendenza energetica, alla fine, è più loro che degli Stati. I Paesi del Golfo, in questo momento, sono in difficoltà, perché per loro tutto ruota attorno alla stessa area. I grandi gruppi, invece, hanno proprio la capacità di ribaltare le situazioni e, in molti casi, di guadagnarci. Per gli Stati Uniti si dice molto spesso che vadano in giro per il mondo a fare guerre per il petrolio. In realtà, non è più vero da almeno trent’anni. Semmai intervengono per riequilibrare il mercato, quando questo favorisce troppo altri attori. Oggi gli Stati Uniti sono diventati indipendenti dal punto di vista energetico, grazie al fracking e allo sfruttamento di giacimenti prima considerati inaccessibili. Producono grandi quantità di gas liquido e lo esportano in tutto il mondo, portandolo anche ai tavoli geopolitici come leva: ‘Prendete il nostro gas’. Hanno provato a farlo anche con l’Europa. Per noi è complicato acquistare gas liquido americano, perché i costi di trasporto sono molto elevati, ma una parte già arriva. Quello che sta cercando di fare Trump in modo un po’ maldestro è una strategia costruita dagli Stati Uniti negli ultimi trent’anni, che ha portato a una vera indipendenza energetica”.

Le guerre sottraggono risorse ad altre battaglie, come la lotta alla fame nel mondo.
“La guerra all’Iran sta costando agli Stati Uniti più di un miliardo di dollari al giorno, in un mese oltre 30 miliardi, la cifra stimata come sufficiente dalla onlus Oxfam per risolvere la fame nel mondo. Si tratta di un dato in parte simbolico, perché oggi produciamo già più cibo di quanto sarebbe necessario: quei 30 miliardi servirebbero a rendere equa la distribuzione. I grandi numeri, sia ambientali sia economici, sono difficili da interpretare: servono strumenti per orientarci. Il punto è proprio questo: capire le scale, le unità di misura, metterle in proporzione e cogliere le dimensioni reali dei fenomeni, per i conflitti sia in termini di vittime sia di danni ambientali. Oggi viviamo in una ‘policrisi’, con molte crisi sovrapposte: prevedere in quali condizioni potremo trovarci a vivere tra dieci, venti o cento anni diventa complicato. Eppure, un modo per salvarci c’è, altrimenti l’umanità si sarebbe già estinta. Abbiamo superato enormi crisi storiche, anche recenti: basti pensare alle armi nucleari. La svolta sta probabilmente nel guardare più lontano nel tempo. Certo, se la classe dirigente è tutta over 70, non è facile. Ma il futuro si costruisce oggi: i fili che tiriamo ora si diramano nel tempo. La chiave, quindi, è capire le proporzioni corrette dei problemi e imparare a leggerli nel lungo periodo”.