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Verso Bosnia-Italia, Gigi Riva: “Lo stadio fortino di Zenica, le curve calde e l’orgoglio di un popolo che non ama essere deriso”
Lo stadio di Zenica (foto Getty)

Il giornalista bergamasco, grande esperto di Balcani, racconta come i bosniaci vivono il calcio e di come l’immagine dell’esultanza dei calciatori italiani alla notizia del loro passaggio del turno potrà avere un peso sulla finale playoff che vale l’accesso ai Mondiali 2026

“Saranno in poco meno di novemila, ma faranno un bel casino”: Gigi Riva, giornalista bergamasco ed editorialista di Domani, la Bosnia ed Erzegovina e i bosniaci li conosce quasi a memoria. Da inviato di guerra per Il Giorno ha raccontato negli anni Novanta il dramma del conflitto che ha devastato i Balcani e ha segnato la fine della Jugoslavia, un’esperienza totalizzante che gli ha lasciato in eredità anche un ricco bagaglio di storie e aneddoti che ben si prestano a narrazioni letterarie, al confine tra drammatica realtà e leggenda.

I “novemila” ai quali fa riferimento sono i tifosi che martedì 31 marzo affolleranno gli spalti dello stadio “Bilino Polje” di Zenica, pieno centro del Paese, una sessantina di chilometri più a Nord della capitale Sarajevo, che un impianto idoneo ovviamente ce l’avrebbe anche, ma senza quell’aura mitica e minacciosa necessaria per intimorire chi, leggasi l’Italia di Gennaro Gattuso, cerca a queste latitudini una qualificazione mondiale che manca dal 2014, anno che curiosamente coincide anche con l’ultima e unica partecipazione bosniaca.

“Quello di Zenica è il loro stadio fortino e lo preferiscono a Sarajevo sostanzialmente per due motivi – racconta Riva – Il primo è di carattere pratico: il Kosevo, lo storico stadio della capitale che sorge su una collina tristemente nota, diventata cimitero durante la guerra, è più grande ma fatiscente e non ha il pubblico così vicino al campo. Il secondo è psicologico: qui nel centro della Bosnia c’è una fortissima presenza dei musulmani, è il luogo dove il partito al potere è al suo massimo. Anche i tifosi vi si identificano molto, vedendo nel calcio una questione identitaria: viene da sé che il pubblico sia tra i più caldi d’Europa”.

Il “fudbal”, come lo chiamano da queste parti, è da sempre qualcosa di più di un gioco. Per capire quanta importanza gli venga riconosciuta, basta tornare indietro di 36 anni, fino ai quarti di finale di Italia ’90 e a una vicenda che Gigi Riva ha trasformato prima in un libro e poi in uno spettacolo teatrale itinerante: “L’ultimo rigore di Faruk”.

Faruk come Faruk Hadzibegic, ultimo capitano della Jugoslavia, bosniaco di Sarajevo: ai rigori contro l’Argentina fu suo l’errore decisivo e molti, ancora oggi, indicano in quell’evento il colpo di grazia per una Nazione che in realtà già da tempo aveva perso ogni volontà di esserlo. Follia? Fino a un certo punto.

In un altro libro, “C’era l’amore a Sarajevo”, fresco d’uscita, Riva racconta invece carattere e passioni di un popolo che dalla guerra si è visto portare via anche le ultime illusioni di un ritorno alla normalità che l’ha preceduta.

“Per i bosniaci, come per la grande maggioranza dei Paesi europei, il calcio è il primo sport – spiega – All’Italia del pallone legano uno dei ricordi più piacevoli, perché fu contro la selezione di Arrigo Sacchi, all’ultima panchina azzurra, che vinsero la prima partita ufficiale dopo l’affiliazione alla Fifa nel 1996. Ricordo nitidamente quanto fu importante per loro: erano estremamente orgogliosi di aver sconfitto l’Italia, che per loro rappresenta la terra del calcio. Un mondo che amano e sentono vicinissimo, anche perché molti dei loro giocatori sono finiti a giocare nella nostra Serie A. In Bosnia questa passione si esplicita in uno dei derby più caldi al mondo: spesso si cita quello di Belgrado, tra Partizan e Stella Rossa, ma quello di Sarajevo tra l’Fk e lo Željezničar non è da meno. La squadra dell’elite contro quella del popolo, degli operai delle ferrovie. E non dimentichiamo che anche nelle curve di Sarajevo, come a Belgrado e Zagabria, vennero scelti e reclutati molto miliziani poi protagonisti della guerra dei Balcani”.

Il clima, insomma, sarà rovente e non hanno aiutato di certo le immagini catturate dalla Rai al termine di Italia-Irlanda del Nord, che hanno colto l’esultanza di alcuni calciatori italiani alla notizia del passaggio del turno della Bosnia, come se preferissero incrociare la Nazionale capitanata da Edin Dzeko rispetto al Galles.

“A dispetto di quello che si sta dicendo nelle ultime ore, quell’episodio influirà moltissimo – analizza Riva – I bosniaci sono un popolo molto orgoglioso, che pensa di avere una grande attitudine verso gli sport, specialmente quelli di squadra, caratteristica comune a tutti gli slavi. Essersi sentiti un po’ derisi, come se fossero deboli, avrà un peso sulla loro prestazione”.

Il giornalista bergamasco richiama le parole di Bogdan Tanjevic, leggenda della pallacanestro: “A proposito di questa attitudine degli slavi illustrò chiaramente le motivazioni che li spingevano alla vittoria. Il primo era che gli hanno sempre fatto credere di essere eccellenti e l’autostima conta parecchio in queste situazioni. Poi perché sono estremamente orgogliosi e il sottovalutarli non fa altro che indurli a raddoppiare gli sforzi. E l’ultimo era la capacità di ‘truffare’, di schernire e innervosire l’avversario. Quando partono sfavoriti, insomma, hanno una sfrenata voglia di dimostrare il contrario”.