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Omicidio Centelleghe, i periti: “Badhan capace di intendere e volere, le droghe non influirono”

Il processo per la morte della 18enne, uccisa nella notte tra il 25 e il 26 ottobre 2024 a Costa Volpino

Bergamo. Piena capacità di intendere e di volere. È quanto emerso lunedì mattina, 30 marzo, nell’udienza del processo per l’omicidio di SaraCentelleghe, la 18enne uccisa nella notte tra il 25 e il 26 ottobre 2024 a Costa Volpino.

Le conclusioni dei periti – Filippo Tancredi, nominato dalla Corte d’assise e Sergio Monchieri, incaricato dal pm Raffaella Latorraca – convergono su un punto decisivo: l’imputato Jashandeep Badhan, 20 anni, era consapevole e in grado di comprendere le proprie azioni. Un esito che indebolisce la linea difensiva fondata sull’alterazione da sostanze.

Sara si trovava in casa, dove viveva con la madre, insieme a un’amica minorenne. Proprio con quest’ultima Badhan aveva preso contatti per uno scambio di stupefacenti: cocaina per hashish. La ragazza era scesa ad attenderlo sotto casa, ma il ventenne non si presentò. Al contrario, attese il momento giusto e salì nell’appartamento convinto di trovare altra droga. Mentre rovistava, fece parecchio rumore. Sara si svegliò e iniziò a gridare.

A quel punto l’aggressione: prima i pugni, poi decine di colpi (ben 67) inferti con delle forbici. Un’azione rapidissima ma estremamente intensa, maturata – secondo gli esperti – mentre la vittima cercava di difendersi. Sara, strangolata, morì sul pavimento di casa; mentre il giovane fuggì passando dai garage mentre l’amica di Sara, rientrata poco dopo, trovò il corpo e diede l’allarme.

Fin dalle prime fasi delle indagini, Badhan ha ammesso le proprie responsabilità, parlando di un forte consumo di sostanze: cocaina, oppiacei e hashish, a suo dire assunti anche la sera del delitto per “calmarsi”. È proprio su questo punto che si è concentrato uno dei nodi principali del processo: quanto abbiano inciso le droghe sul comportamento dell’imputato.

Le perizie psichiatriche depositate in aula offrono una risposta articolata, ma netta. Da un lato, riconoscono un disturbo di personalità, con tratti di impulsività, difficoltà nella gestione della rabbia e aspetti riconducibili a un profilo narcisistico-borderline. Dall’altro – come anticipato – escludono che tali elementi abbiano compromesso la capacità di comprendere la realtà o di autodeterminarsi. Quanto alle sostanze, gli esperti non negano un possibile effetto di disinibizione. Tuttavia, sottolineano l’assenza di riscontri oggettivi di un’intossicazione tale da alterare lo stato mentale: gli esami tossicologici non consentono di affermare che l’imputato fosse fuori controllo. Al contrario, il comportamento ricostruito – prima, durante e dopo il delitto – appare coerente, in criminologia forense si direbbe “organizzato”: dall’ingresso nell’abitazione, alla ricerca della droga, fino alla fuga.

Un elemento che ha colpito anche la Corte è la violenza dell’azione: decine di colpi, il tentativo di zittire la vittima mentre urlava, l’escalation dell’aggressività. Ma proprio questo, secondo Monchieri, non è indice di perdita di contatto con la realtà. La reazione di Sara avrebbe innescato un aumento progressivo della rabbia, in un contesto già caratterizzato da impulsività. Il numero elevato di colpi, per quanto impressionante, si sarebbe concentrato in un arco temporale brevissimo, durante una colluttazione intensa.

Il processo proseguirà il 22 aprile con l’escussione dell’imputato e la discussione in aula.