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La soglia, il respiro e nuove relazioni cooperative per l’ambiente

Perché la transizione non è un fatto tecnico. È un fatto umano. E i fatti umani si governano con la cura, non con la contabilità. Con la responsabilità, non con la paura. Con la prossimità, non con la distanza. Bergamo questo lo sa

La mattina in cui il prezzo della CO₂ ha superato per l’ennesima volta i cento euro, Bergamo non ha cambiato passo. Le strade erano le stesse, i camion facevano la stessa coda sulla statale, i bar aprivano con il solito odore di brioche e caffè. Ma chi conosce questo territorio sa che ci sono cambiamenti che non fanno rumore. Non servono sirene, né titoli di giornale. Bastano i dettagli: un direttore di stabilimento che entra in reparto più teso del solito, un capoturno che convoca una riunione “veloce”, un responsabile della manutenzione che rimanda un intervento necessario “alla prossima settimana”. È così che Bergamo registra le scosse: non fuori, dentro.

Ci sono soglie che non misurano il prezzo della CO₂, ma il prezzo della nostra distrazione. La soglia dei cento euro è una di queste. A Bruxelles l’Emission Trading System, l’ETS, è un meccanismo elegante, un equilibrio di tetti e scambi, un prezzo che dovrebbe orientare il futuro. Visto da Bergamo, invece, è un promemoria: non possiamo più rimandare il compito della responsabilità. Non possiamo delegare la transizione a un algoritmo, a un grafico, a un mercato che non conosce i nomi delle persone né la storia dei territori. Qui la transizione non è un concetto: è un respiro. Il respiro dei lavoratori che entrano in reparto alle cinque del mattino, dei forni che non sai se resteranno accesi, delle famiglie che vivono accanto ai capannoni, dei territori che hanno imparato che la dignità non è un diritto astratto ma un patto quotidiano.

E mentre il prezzo della CO₂ supera quella soglia simbolica, un altro vento attraversa l’Europa: quello della guerra contro l’Iran, alimentata da Stati Uniti e Israele. Un vento che non porta solo instabilità geopolitica, ma che scompagina i paradigmi che davamo per certi. È curioso, o forse inevitabile, che proprio ora, mentre il Medio Oriente brucia e l’Europa teme l’ennesima crisi energetica, si sia scelto di mettere in discussione l’ETS. La giustificazione è pronta: la guerra, la competitività, la deindustrializzazione, la fragilità dei mercati. È come se il conflitto avesse aperto una finestra di opportunità per chi, da anni, aspettava il momento giusto per rallentare la transizione.

Ma la guerra non crea il ritardo: lo rivela. Rivela che non abbiamo costruito una politica industriale capace di reggere gli scossoni del mondo reale. Rivela che abbiamo trattato la transizione come un percorso lineare, da affrontare “quando ci sarà tempo”, come se il clima potesse aspettare la fine delle crisi geopolitiche. Rivela che la nostra dipendenza energetica non è un effetto collaterale, ma una fragilità strutturale che la guerra mette a nudo. E allora la guerra diventa un alibi, un modo per dire che non è il momento, per sospendere ciò che riguarda il futuro in nome dell’emergenza del presente, per trasformare la transizione in un costo invece che in un patto.

La verità è che la guerra non sospende la crisi climatica. La accelera, la amplifica, la rende più evidente. E ci ricorda che la transizione ecologica non può essere un lusso da tempi di pace, né un progetto da rimandare ogni volta che il mondo si infiamma. Deve diventare un’infrastruttura di resilienza, di autonomia, di dignità. Perché se la geopolitica può rallentare le decisioni, non può rallentare la realtà. E il ritardo accumulato non è colpa della guerra: è colpa della nostra incapacità di prepararci prima che la guerra arrivasse. Quando il prezzo della CO₂ supera i cento euro, non cambia il cielo sopra la città. Cambia il modo in cui guardiamo ciò che ci circonda. Cambia il silenzio nei reparti, nei bar vicino alle zone industriali, nelle case di chi sa che basta un numero per far vacillare un equilibrio costruito in decenni. È un silenzio che pesa più di qualsiasi dichiarazione politica. Perché la transizione ecologica, se non è accompagnata, diventa un’altra forma di abbandono. E l’abbandono è il contrario della prossimità.

La prossimità non è un sentimento. È un’infrastruttura. È la capacità di tenere insieme ciò che il mercato separa. È la scelta di non lasciare indietro nessuno quando il futuro accelera. È la decisione di non sacrificare un territorio sull’altare dell’efficienza. Per questo, da Bergamo, la domanda non è quanto costa l’ETS, ma chi accompagna chi. Chi accompagna le imprese che devono riconvertirsi. Chi accompagna i lavoratori che rischiano di perdere il posto. Chi accompagna i territori che non vogliono essere il parafulmine della transizione. Chi accompagna le comunità che hanno già pagato abbastanza.

La risposta non può essere un prezzo, né un mercato, né una direttiva. La risposta deve essere una diversa relazione cooperativa tra i soggetti della rappresentanza e delle istituzioni territoriali. Un patto di prossimità, non di scaricabarile. Una relazione cooperativa in cui imprese, sindacati, amministrazioni e comunità si riconoscono come custodi reciproci. Una relazione cooperativa in cui i proventi dell’ETS diventano un bene comune, non una tassa. Un patto in cui la transizione non è un destino da subire, ma un cammino da condividere.

Perché la transizione non è un fatto tecnico. È un fatto umano. E i fatti umani si governano con la cura, non con la contabilità. Con la responsabilità, non con la paura. Con la prossimità, non con la distanza. Bergamo questo lo sa. Lo ha imparato nei momenti più duri, quando la fragilità non era un concetto ma un’esperienza. E oggi può dirlo con forza: la transizione non si fa contro qualcuno, ma con qualcuno. Non si fa sacrificando, ma accompagnando. Non si fa accelerando, ma discernendo.

La soglia dei cento euro, allora, non è un limite. È un varco. Un varco che ci chiede di scegliere se vogliamo essere spettatori o custodi, se vogliamo subire il futuro o costruirlo, se vogliamo lasciare che la transizione ci attraversi come una tempesta o se vogliamo trasformarla in un’opera collettiva. E forse, proprio da Bergamo, può nascere la cosa più semplice e più radicale: una transizione che non lascia indietro nessuno perché nasce dalla prossimità, non dalla paura.


Savino Pezzotta, bergamasco, sindacalista e politico italiano, è stato segretario nazionale della Cisl.