Il nuovo corso segnato dalla guerra in Iran
Difesa, sicurezza, energia, tecnologia, rimozione degli ostacoli all’attività economica ed integrazione sono i temi chiave sui quali bisogna fondare un nuovo concetto di autonomia strategica
Dopo la spettacolare operazione con la quale gli Stati Uniti hanno deposto il dittatore venezuelano Maduro nel gennaio di quest’anno, un’altra incursione a stelle e strisce sta tenendo il mondo con il fiato sospeso, in questo primo trimestre del 2026 nel quale le lancette della storia continuano a scorrere più velocemente di quanto ci si aspettasse: tra fine febbraio ed inizio marzo una pioggia di bombe e missili hanno inaugurato l’operazione “Epic Fury”, condotta dagli Stati Uniti congiuntamente all’operazione israeliana “Ruggito del Leone”, con l’obiettivo dichiarato di fermare il programma nucleare iraniano e garantire la sicurezza nella regione.
Durante queste settimane abbiamo assistito al rilascio di una potenza di fuoco devastante da parte delle forze americane ed israeliane che hanno centrato oltre 10.000 obiettivi, decapitato la leadership politica e militare iraniana, e causato oltre 1500 vittime.
Eppure, nonostante la schiacciante superiorità militare degli avversari, la resistenza iraniana si è rivelata più solida delle aspettative, mettendo in atto un’efficace strategia di pressione attraverso il bombardamento degli alleati americani nell’area mediorientale (colpendo in particolare le fiorenti industrie del turismo e della logistica, architravi di portata internazionale dell’economia emiratina) ed il blocco dello stretto di Hormuz (crocevia mondiale per i commerci di petrolio e gas naturale), paventando il rischio concreto di una fiammata inflazionistica devastante per l’economia globale, con effetti a catena su tassi di interesse, valori degli asset finanziari, disponibilità di credito, investimenti e quindi sulla tenuta dell’economia reale.
La reazione iraniana alle bombe americane ed israeliane evoca quindi lo spettro di una recessione globale, che passa proprio dallo stretto di Hormuz, e si manifesta in modo sempre più concreto. Dopo circa un mese di ostilità, la buona notizia è che il ritmo del conflitto sta rallentando: impossibile fare previsioni concrete (il susseguirsi di dichiarazioni e smentite americane ed iraniane disegna una situazione quantomai confusa ed in evoluzione), ma i numeri ci segnalano come l’intensità dello scontro militare sia in discesa, per il momento. Anche se in contesto bellico è prudente non fidarsi troppo delle statistiche, americani ed israeliani sono passati dallo sganciare
congiuntamente circa 2000 ordigni giornalieri ad inizio conflitto, ai circa 440 nel corso dell’ultima settimana. Parimenti, gli iraniani sono passati da oltre 400 missili al giorno lanciati all’inizio delle ostilità a qualche decina. Il rallentamento dei bombardamenti non è dovuto solamente all’incedere della diplomazia, ma anche ad una serie di motivazioni di varia natura che fanno ben sperare nella cessazione delle ostilità in un tempo ragionevole.
Anzitutto buona parte dei target nel mirino sono stati colpiti: si stima che siano stati distrutti oltre il 75% dei lanciatori mobili di missili balistici iraniani e l’85% dei sistemi balistici terra-aria. In secondo luogo vi è una ragione di tipo strategico: la necessità di mantenere scorte adeguate di missili in caso di necessità in altre zone del mondo (Ucraina e Taiwan ad esempio) impone al Pentagono di calmierare l’utilizzo della forza per consentire un adeguato rifornimento di munizioni negli arsenali. Infine, la ragione forse più importante riguarda il fronte interno che Trump deve affrontare: la guerra del consenso in vista delle elezioni di mid-term nel novembre 2026.
Il conflitto iraniano contrasta infatti con la strategia di fondo che aveva condotto il Presidente americano alla vittoria nelle presidenziali del 2024. La promessa elettorale “no more wars”, uno dei capisaldi del suo programma che condannava le lunghe ed improduttive incursioni americane in Iraq ed Afghanistan, verrebbe infatti disattesa da un coinvolgimento prolungato nel conflitto mediorientale. In secondo luogo, l’erosione del consenso verrebbe accelerata dal tema economico: il blocco prolungato dello stretto di Hormuz, causando un’impennata dei prezzi dell’energia, innescherebbe una spirale inflazionistica che andrebbe a colpire anche il consumatore americano (l’OECD stima che le ostilità stiano portando l’inflazione USA al 4,2%).
Quando i mutui diventano più cari ed i prezzi della benzina e delle uova si impennano, l’elettore americano risponde senza timore in cabina elettorale. Infine, è difficile immaginare che il Presidente possa restare del tutto indifferente alla pressione isolazionista dello zoccolo duro del movimento MAGA, colonna portante della sua base di consenso e fautrice di un disimpegno generalizzato degli Stati Uniti dalle questioni del mondo.
L’auspicio che la fine delle ostilità non sia troppo lontana deve comunque tenere conto dell’imprevedibilità che ormai connota stabilmente l’azione dell’esecutivo americano: è molto difficile fare previsioni, anche quando il sentiero sembra tracciato. Possiamo tuttavia trarre qualche spunto di riflessione da quanto abbiamo visto nelle ultime settimane, a prescindere da quando finiranno le ostilità.
Anzitutto si intravede in filigrana una linea rossa che congiunge Teheran con Caracas, teatri delle recenti incursioni americane: Iran e Venezuela sono due partener strategici della Cina, in modo particolare per quanto riguarda gli approvvigionamenti di forniture energetiche (si avvicinano congiuntamente al 20% dell’import totale di petrolio da parte di Pechino). La volontà, più o meno dichiarata, di esercitare un controllo indiretto su queste aree del mondo suggerisce un salto di qualità nella dialettica tra USA e Cina. Esercitare un ruolo nella regolazione dei rubinetti energetici verso il Dragone può dotare gli Stati Uniti di un enorme vantaggio strategico nei confronti della Cina, resta da capire se queste azioni possano stimolare un inasprimento delle relazioni tra le due superpotenze ed avvicinare l’eventualità di un conflitto diretto nel medio/lungo termine.
L’interventismo americano si pone inoltre, come detto poc’anzi, disallineato rispetto alla sensibilità isolazionista del movimento MAGA, elemento fondante del consenso trumpiano. La buona notizia per l’Europa è che l’amministrazione americana sembra aver in parte compreso come la tutela del proprio interesse nazionale passi anche attraverso l’esercizio di un ruolo attivo degli Stati Uniti nello scacchiere globale, allontanando lo spettro di un’America ritirata su sé stessa. L’Europa può quindi tirare un sospiro di sollievo?
Solo in parte. Se da un lato vediamo un’America interventista, dall’altro è cambiato il modo di intervenire. Il conflitto in Iran mostra un approccio statunitense deciso e muscolare ma desta qualche perplessità riguardo l’efficacia della pianificazione e la comprensione dello scenario: un blitz di poche settimane rischia di diventare un conflitto esteso il cui prezzo viene pagato dal mondo intero. È legittimo porsi qualche domanda in merito alla qualità delle decisioni prese ed al definitivo abbandono di un approccio multilaterale e condiviso con gli alleati, chiamati ad intervenire quando la situazione è ormai sfuggita di mano.
L’approccio nei confronti dell’Europa diventa quindi sempre più transazionale: non passa inosservata l’esortazione di Trump a procedere con la firma dell’accordo sui dazi, pena ritorsioni sulla vendita di gas naturale liquefatto americano, recapitata proprio nel momento di maggior vulnerabilità degli europei (ovvero quando anche il Qatar ha dichiarato di dover interrompere le forniture energetiche all’Europa a causa della guerra). Un comportamento coerente in presenza di un rapporto di rivalità o concorrenza, meno condivisibile nel contesto di un’alleanza. Il conflitto iraniano quindi, se da un lato segna l’allontanamento dalle posizioni isolazioniste
caldeggiate dal movimento MAGA, dall’altro cristallizza il nuovo corso di questa amministrazione, in base al quale il tema chiave resta la rivalità con la Cina (con la ricerca costante di un vantaggio strategico nei confronti del Dragone) mentre gli alleati europei rimangono un elemento marginale, sia con riferimento alla prosperità economica del continente che al loro coinvolgimento decisionale: un’altra chiara indicazione che l’Europa deve percepire con sempre maggiore chiarezza la necessità di prendere il proprio destino in mano. Difesa, sicurezza, energia, tecnologia, rimozione degli ostacoli all’attività economica ed integrazione sono i temi chiave sui quali bisogna
fondare un nuovo concetto di autonomia strategica, perché ognuno di questi aspetti costituisce un punto di vulnerabilità sul quale avversari (e purtroppo anche alleati) possono fare pressione per orientare le nostre scelte, e forse un domani anche i nostri valori.

Alessandro Somaschini, bergamasco, classe 1984, è Vice Presidente di Yes for Europe – The European Confederation of Young Entrepreneurs, Membro del Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo presso il Ministero degli Affari Esteri (MAECI) e Membro del Gruppo Tecnico Internazionalizzazione di Confindustria.
È inoltre Membro della Task Force Trade & Investment del B20 – South Africa 2025, engagement group ufficiale della comunità imprenditoriale presso il G20, oltre ad essere Consigliere di Amministrazione di società pubbliche e private.
In passato è stato nel quadriennio 2020-2024 Vice Presidente Nazionale dei Giovani imprenditori di Confindustria con delega agli Affari Internazionali, Membro di Task Force all’interno del B20 nelle edizioni organizzate in Italia (2021), Indonesia (2022), India (2023) e Brasile (2024), ed in precedenza ha ricoperto le cariche di Membro del Comitato Esecutivo dell’Associazione Italiana dei Costruttori di Organi di Trasmissione (ASSIOT) e di Vice Presidente del Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Bergamo.
È stato Consigliere di Amministrazione di Somaschini Automotive ed Executive Vice President di Somaschini North America, lavorando negli Stati Uniti nel settore della componentistica meccanica.
Ha cominciato la sua carriera a Roma nel settore Aerospazio e Difesa all’interno del Gruppo Finmeccanica (oggi Leonardo), dopo essersi laureato con lode in International Management all’Università Bocconi di Milano.


