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“Un poeta”, tragicommedia sul sogno della poesia che si scontra con un’esistenza precaria
Una scena del film "Un poeta"

L’ossessione di Oscar Restrepo per la poesia lo vede, senza alcuna gloria, ormai caduto nel cliché del poeta senza fortuna. L’incontro con Yurlady, un’adolescente che vive nei quartieri poveri della città di Medellin, porta un po’ di luce nelle sue giornate

Titolo: Un poeta
Titolo originale: Un poeta
Regia: Simón Mesa Soto
Paese di produzione / anno / durata: Colombia, Germania, Svezia / 2025 / 120 min.
Sceneggiatura: Simón Mesa Soto
Fotografia: Juan Sarmiento
Montaggio: Ricardo Saraiva
Cast: Ubeimar Rios, Rebeca Andrade, Guillermo Cardona, Allison Correa
Produzione: Ocultimo
Distribuzione: Cineclub Internazionale
Programmazione: Auditorium CULT! (Lab80) Bergamo, Sala dell’Orologio CULT! (Lab80) Bergamo

La poesia come massima aspirazione, che diventa chimera in una società dall’esistenza precaria. Aspirazione poetica che è sogno e dannazione in “Un poeta”, nuovo film di Simón Mesa Soto, al cinema dal 26 marzo.

Poeta nella sua massima accezione lirica (ma anche qualifica beffarda) è Oscar Restrepo (un ottimo Ubeimar Rios), cliché di sé stesso, “fanciullino” aggressivo e tragico, ma sempre umanissimo e, in questo, incapace di adattarsi al mondo. Invecchia, in una Medellin in bilico tra borghesia e quartieri popolari, spesso ubriaco, declamando versi di fronte ad una classe, insegnando letteratura controvoglia, costretto dalla famiglia che non accetta il suo non essere nulla se non poeta. Si infervora, nelle discussioni insieme agli amici del circolo di poesia, tra Paulo Coelho e Gabriel García Márquez, oppure contempla, quasi in estasi, l’immagine del poeta colombiano José Asunciòn Silva. Confronti che sembrano prospettive deboli, di fronte ad una precarietà che ristagna. L’incontro a scuola con Yurlady (Rebeca Andrade), un’adolescente con il dono della poesia che vive nei quartieri poveri della città di Medellin, risveglia in lui il fuoco della giovinezza, un desiderio di emergere che lo porta a rispecchiarsi nella giovane. Un impegno che non andrà, però, nella direzione sperata.

Quella mostrata dal regista colombiano può essere definita una “tragicommedia umana” che si muove tra eterne aspirazioni e più prosaici fallimenti, sempre descritti in una giusta misura capace di muoversi tra malessere diffuso e comicità quasi slapstick. Il malessere ed i sogni infranti sono quelli di Oscar, ma anche di un’intera società, mostrata nella miseria, mai drammatica ma reale, della famiglia della ragazza.

La sopravvivenza quotidiana si scontra con la poesia, con la nostalgia antieroica del passato che segna la vita del protagonista. Alcune buone opere poetiche giovanili ne cristallizzano l’esistenza, lo status autoimposto di poeta ne frena la crescita, impedendogli anche di essere padre. La figlia Daniela (Allison Correa) vive quindi una traslazione di ruolo, costretta ad essere madre del padre, che vive di assoluti, che pretende assoluzioni senza impegnarsi in quella direzione.

Oscar prosegue per la sua strada, mentre intorno ha solo macerie di un mondo dove il cinismo la fa da padrone. Anche l’impegno con Yurlady, pur con le migliori intenzioni, risulta solo processo di sublimazione, specchio del sé giovanile, del quale ribaltare le sorti. Non va meglio per la cultura in generale, svuotata nel suo significato, riproposta in festival e da istituzioni che mirano a conservare uno status quo vanesio, senza entrare nel merito della scrittura. Non a caso, viene suggerito a Yurlady di scrivere versi più legati al sociale: versi che conquistano, ma che non rispecchiano l’anima della ragazza.

Viene così meno anche la creazione poetica ed il ruolo della poesia nella società, che non riflette, ma diventa accomodante. Al contrario della regia di Simón Mesa Soto, che sfrutta un Super 16 mm per seguire da vicino i personaggi, in uno stile che si avvicina al mockumentary nel mostrare la tragicommedia di un poeta fallito, incapace di riscattarsi.

Rimane l’eterna competizione per la sopravvivenza, in una società precaria che può trovare un moto nuovo in un cambio di sguardo, anche attraverso una figura marginale, ispessita dal peso della vita e dei suoi fallimenti. Una figura che continua imperterrita a lottare contro i mulini a vento, nell’affermazione di un proprio credo, nel deragliamento dell’esistente che è vita, in quanto tale.

Qui il trailer.