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L’europarlamentare Giorgio Gori: “A Bruxelles la priorità è mitigarne gli effetti per famiglie e imprese”

“L’attacco di Stati Uniti e Israele prosegue senza che ne siano al momento visibili i traguardi e la conclusione. Non sembra possibile, nel breve, un “cambio di regime”, che probabilmente non è mai stato un vero obiettivo dell’azione militare. L’Europa subisce le conseguenze di una scelta sulla quale non è stata neanche informata: la chiusura dello stretto di Hormuz si è trasformato in pochi giorni in una crisi energetica di cui noi, del tutto dipendenti dal punto di vista energetico, abbiamo già iniziato a pagare il conto. A Bruxelles la priorità è mitigarne gli effetti per famiglie e imprese”.

È l’analisi di Giorgio Gori, europarlamentare, che è stato ospite nella redazione di Bergamonews. “L’Europa ad oggi ha trovato una sua relativa compattezza, sappiamo che il problema è che l’Europa su questi temi è spesso divisa perché gli stati membri che hanno competenza sulla politica estera non la pensano nello stesso modo, però alla richiesta di Trump di impegnarsi maggiormente, di accompagnare l’attacco nei confronti dell’Iran, l’Europa ha detto no. Questa non è la nostra guerra, Trump non ci ha chiesto se volevamo farla e quindi non ci può chiedere adesso di entrare in guerra. Il problema è che non abbiamo però la forza politica che oggi ci renderebbe rilevanti dal punto di vista diplomatico, tant’è che l’Europa è abbastanza spettatrice di quello che sta succedendo”.

Dall’Europa ai temi di politica nazionale che questa settimana sono stati al centro di diversi dibattiti. A partire del referendum sulla Giustizia.

Referendum 

“Sul fronte del no c’era maggiore motivazione, convinzione. Poi il referendum è diventato, come forse era inevitabile, molto politico, questo spiega perché poi tante persone sono andate a votare rispetto alle previsioni. I sondaggi hanno sbagliato non tanto nel prevedere chi vincesse e chi no, quanto nel capire quanta gente sarebbe andata. E questa è stata invece la novità, la sorpresa del voto di domenica e di lunedì. Pensavo che avrebbero vinto il No, non in modo così marcato e penso che siano scattate alcune cose diverse tra loro ma che hanno portato a questo risultato. Sicuramente c’è stata una risposta popolare negativa al tentativo di cambiare la Costituzione in un modo così unilaterale. Non è che la Costituzione sia intoccabile, almeno non lo è per me, la maggioranza di governo però ha inteso farlo in modo molto aggressivo: non ha discusso minimamente con la minoranza, ha voluto portare a casa la riforma esattamente come l’aveva scritta, non ha accettato nemmeno un emendamento e questo è stato percepito, secondo me, dall’opinione pubblica come un tentativo di modificare l’equilibrio tra politica e potere giudiziario”.

Sul referendum, secondo Gori, ha inciso anche il tema della guerra in Iran. “Il conflitto in Iran, l’incertezza, la paura, Trump, Meloni sono l’altro grande fattore che ha inciso sulla scelta dei cittadini – evidenza Gori -. La posizione che la Presidente del Consiglio ha assunto nei mesi scorsi, di relativa prossimità a Trump, con il ruolo di cerniera tra l’Unione Europea ed il presidente Usa, il fatto che non ha mai criticato apertamente Trump anche quando ha fatto delle cose francamente poco difendibili, i dazi, l’attacco all’Iran alla fine è costato alla Meloni. Ha pesato perché oggi la maggioranza dei cittadini è arrabbiata per come Trump sta gestendo i destini del mondo, in modo così erratico, improvvisato, poco affidabile e questa preoccupazione si è tradotta in un atteggiamento negativo nei confronti di Meloni e della sua maggioranza”.

Le dimissioni che pesano sul Governo Meloni, il successo del No che apre nuove prospettive per il centro sinistra, le possibili primarie sono gli altri temi affrontati in questa video intervista.