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‘Il video fa ridere’, ‘è stata una ragazzata’: nelle chat Telegram dove si parla dell’agguato a scuola. Lo psicologo: “È la società creata da noi adulti”

Sul web l’aggressione ridotta a un meme, commenti tra ironia e indifferenza. Matteo Lancini: “C’è una lunga serie di eventi in cui l’opinione pubblica adulta reagisce allo stesso modo, se non peggio. I social sono il nostro alibi”

Link che rimandano ad altri link, che rimandano ad altri link ancora. Orientarsi nel sottobosco di Telegram non è semplice. Un flusso continuo, stratificato, in cui contenuti spesso vuoti di contenuto si rincorrono alla velocità della luce. È in questo spazio virtuale, frequentato da giovani e giovanissimi, che è stato registrato il video dell’aggressione alla professoressa Chiara Mocchi, accoltellata in diretta da uno studente di 13 anni nella scuola media Leonardo Da Vinci a Trescore Balneario. Ed è sempre qui, su Telegram, che il ragazzo ha annunciato il suo piano omicida, trovando poi eco in gruppi con decine di coetanei che commentano senza sosta l’accaduto.

Decifrare queste chat può essere complesso. Anche se, paradossalmente, è la superficialità a regnare imperante. Nessuna analisi dell’evento, nessun confronto. Il linguaggio è fatto di abbreviazioni, codici e riferimenti spesso incomprensibili a chi ha qualche anno in più dell’utente medio. Ma ancora più complessi da interpretare sono i toni: il confine tra provocazione, ironia e convinzione autentica appare estremamente labile.

L’umorismo nero (anzi nerissimo) è una presenza costante. Battute sulla morte e sull’autodistruzione circolano con naturalezza. A uno sguardo adulto possono sembrare ciniche o irresponsabili, ma in molti casi danno quasi l’idea di essere un meccanismo difensivo. Così un tentato omicidio viene ridotto a meme, come il dramma dei diretti interessati. Da un lato l’aggressore, un minorenne smarrito nel suo disagio interiore; dall’altro la prof, costretta nel letto d’ospedale dopo essere scampata alla morte. Accanto ai meme, commenti che lasciano poco spazio all’interpretazione: “il video fa ridere”, “zero empatia per la prof”, “è stata una ragazzata”, “lui è un grande”. Pochi, pochissimi esprimono condanna verso l’accaduto. In mezzo a migliaia di messaggi, si contano sulle dita di una mano.

A provare a spostare lo sguardo è Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro. “Vuole che le elenchi tutte le situazioni in cui un adulto si comporta allo stesso modo, se non peggio?”. L’esperto richiama episodi in cui la reazione dell’opinione pubblica adulta ha mostrato dinamiche simili: “Ricorda il video della signora che a Viareggio investì e uccise l’uomo che le aveva rubato la borsetta, passando più volte sopra al suo corpo con il suv? Ricorda i commenti di chi giustificava quella violenza, o diceva che tutto sommato aveva fatto bene? O i commenti alla tragedia di Crans Montana, quando alcuni sostenevano che i morti nell’incendio se l’erano cercata perché guardavano il telefonino?”.

Per Lancini si tratta di un meccanismo preciso: “Si chiama dissociazione. Porta a stupirsi quando un comportamento dei ragazzi è uguale al nostro, ma ci scandalizziamo solo del loro”. Da qui l’invito a ribaltare la prospettiva: “Dobbiamo chiederci chi sono questi ragazzi. La risposta è che sono i figli della società che abbiamo creato. Un mondo individualista, violento e pornografizzato”.

Questo, a suo dire, non significa giustificare. “Certe frasi fanno davvero pensare”, precisa Lancini. “Ma – aggiunge – è drammatico che in questi momenti tutti guardino al comportamento dei giovani come se non fossero il frutto di una società che noi abbiamo inventato”. Il riferimento ai social, spesso indicati come unica causa, rischia di diventare un alibi: “Si dà la colpa ai social per tutto, ma è solo un modo per lavarci la coscienza. Dopotutto, chi li ha inventati i social? Chi porta avanti guerre, sdoganando morti e violenze? Sempre noi adulti. Noi alimentiamo una società di morte e violenza e i nostri figli crescono in questo contesto”.

Secondo Lancini, il nodo centrale è un altro: “Il vero tema è l’alfabetizzazione emotiva degli adulti”. Un lavoro che dovrebbe partire proprio dai contesti educativi: “Bisognerebbe far leggere la lettera di quel ragazzo nelle scuole e chiedere: studenti, cosa ne pensate? Dobbiamo fargli capire che anche con noi possono parlare di argomenti disturbanti”. Aprire uno spazio di parola, insiste, significa prevenire: “Chiedere anche a loro se gli sia mai capitato di provare una rabbia profonda, per esempio nei confronti di uno o più insegnanti. Sono argomenti che fanno parte della quotidianità, ma non vengono mai affrontati perché si crede che verrebbero legittimati. Invece è l’esatto contrario”.

Sul piano delle indagini, emerge che erano pochissime – meno di dieci – le persone collegate al canale Telegram dal quale il tredicenne ha trasmesso in diretta l’aggressione. Gli inquirenti stanno cercando di identificarle, anche per capire se qualcuno possa aver in qualche modo incoraggiato, anche solo virtualmente, un gesto che il giovane aveva premeditato. Un’ipotesi che trova eco anche tra gli stessi ragazzi che frequentano queste chat, che puntano il dito contro persone nascoste dietro account con nomi falsi e foto costruite con l’intelligenza artificiale. Una di loro sostiene di essere già stata interrogata dagli inquirenti. È la voce dietro il canale che aveva diffuso il video dell’aggressione, le foto della maglietta con la scritta “Vendetta” e le armi in possesso del 13enne. Ma qui, nel matrix di Telegram, il confine tra realtà e finzione, verità e menzogna, si mescola in modo camaleontico fin quasi a dissolversi. Link dopo link, messaggio dopo messaggio.