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Il ragazzo di Trescore

La sofferenza psichica quale si registra sempre più frequentemente tra i nostri ragazzi non è curabile con l’immissione di uno psicologo per ogni istituto. Servono figure adulte testimoni di virtù cardinali, capaci di costruire una pratica di bene

Che succede ai nostri ragazzi? Certo, possiamo cavarcela, consolandoci del fatto che l’accaduto di Trescore resta un’eccezione. Però è la spia di un fallimento educativo. Il ragazzo sembra ben determinato e lucido. Sapeva che cosa voleva, ha scritto un “manifesto” di intenti, lui o ChatGpt, poco importa, per diventare protagonista, per sfuggire alla noia, al non-senso di vivere, all’anonimato.

Ogni giorno, attraverso un minuscolo smartphone, ad ogni adolescente arriva in casa il mondo intero, fatto di guerre, di avventure, di folle, di relazioni virtuali, di  influencer, di emozioni artificialmente indotte, di parole e di immagini, di “reels”… Poi si guarda attorno e vede i soliti genitori, i soliti compagni, la solita scuola. Lo stacco tra l’immaginario e la realtà quotidiana è così alienante che un ragazzo non può affrontarlo da solo. Solo una profonda solitudine vissuta persino tra le pareti domestiche può spiegare perché un tredicenne tenga in casa – dove? sotto il letto? in un armadio? nello zainetto? – senza che nessuno se ne accorga, coltelli o materiali per costruire ordigni e poi, una certa mattina, esce smartphone al collo, per documentare meglio l’accoltellamento omicida della sua prof. La cronaca dice che a quel ragazzo manca un padre. Ed è verosimile che la madre durante il giorno lavori e che il ragazzo si trovi a casa da solo per ore e ore, a rimuginare sulla propria insignificanza esistenziale.

D’altronde, la scuola nel pomeriggio è chiusa… Ciò che emerge, in primo luogo, è la mancanza di soggetti e di ambienti educanti collettivi e permanenti. Sono – o dovrebbero essere! – caratterizzati dal fatto che esiste un’autorità cui fare riferimento, capace di SI e di NO, di premio e di castigo. Perché educare vuol dire esercitare un’autorità. Questa parola è oramai diventata “anathema”, identificata immediatamente con autoritarismo, repressione, violazione dei diritti e delle libertà individuali.

Deriva da un’interpretazione della “libertà dei moderni” come contenuto etico di se stessa. L’etica pubblica non si definisce più a partire dal Bene comune, ma più semplicemente dal diritto ad esercitare e a far valere la libertà personale. La misura della morale è la libertà. E il contenuto specifico del comportamento libero? Nessuno, purché sia autodeterminato, cioè libero. Le conseguenze sono il cinismo, il relativismo, il rifiuto della responsabilità e la sostituzione delle categorie etiche del bene e del male con le metafore terapeutiche dello “star bene” e dello “star male”. E’ ormai invalsa una vulgata, per la quale educare vuol dire generare benessere, “far star bene”. Nelle scuole è chiamato “Welfare educativo”, con tanto di circolari che ne spiegano fini e mezzi. In famiglia, si tratta di proteggere i figli così che il mondo non li offenda.

Se tutti gli individui praticano questo tipo di etica, ciò che ne consegue è una sorta di lotta anarchica di tutti contro tutti, come sosteneva Th. Hobbes, oppure, stando a Réné Girard, scatta “il desiderio mimetico”, in forza del quale io desidero ciò che desidera ogni altro e, pertanto, di nuovo si accende una competizione mortale. L’effetto controintuitivo di questa idolatria della libertà individuale è la perdita di autonomia, una marcata dipendenza dall’approvazione degli altri.

L’autostima non scaturisce più dal rispetto dei dettami della propria coscienza, mentre l’ansia di approvazione altrui diviene l’unico criterio per l’azione. È il “narcisismo”, cioè l’idea che il mondo sia o debba essere un prolungamento naturale del proprio Io. Come accade ai neonati, l’Io non riesce a tracciare un confine tra sé e la realtà. La sofferenza psichica quale si registra sempre più frequentemente tra i nostri ragazzi non è curabile con l’immissione di uno psicologo per ogni istituto. Servono figure adulte testimoni di virtù cardinali, capaci di costruire una pratica di bene e, soprattutto, di svolgere la funzione di ogni autorità, quella di esercitare premio e castigo. Educare gli educatori diventa pertanto la prima emergenza.


giovanni cominelli

*Giovanni Cominelli si laurea in Filosofia nel 1968, dopo studi all’Università cattolica di Milano, alla Freie Universität di Berlino e all’Università statale di Milano.

Esperto di politiche dell’istruzione. Eletto in Consiglio comunale a Milano e nel Consiglio regionale della Lombardia dal 1980 al 1990.