‘Blood on board’, la trasfusione in volo che ha tenuto in vita la prof: “Così salviamo 100 pazienti all’anno”
Nato come sperimentazione a Bergamo, il progetto è ora diffuso in tutta la Lombardia. A spiegare cosa significa intervenire in queste condizioni è il dottor Francesco Daminelli. L’invito a donare sangue e plasma: “Se esistiamo è perché c’è chi lo fa”
Bergamo. Un filo sottile tra la vita e la morte, sospeso a centinaia di metri d’altezza. È lì, nel rumore assordante delle pale di un elicottero, che si è giocata una partita decisiva per Chiara Mocchi, la professoressa accoltellata da uno studente di 13 anni alle medie di Trescore Balneario. Durante il volo verso l’ospedale Papa Giovanni, i sanitari hanno eseguito una trasfusione di sangue in quota: una procedura avanzata chiamata “Blood on board”.
A spiegare cosa significa davvero intervenire in queste condizioni è il dottor Francesco Daminelli, referente della base di elisoccorso di Bergamo e medico anestesista rianimatore. “Blood on board, sangue a bordo, è un tassello all’interno di un puzzle molto più importante – chiarisce subito -. Non è mai un singolo intervento a salvare la vita di una persona, ma l’insieme di tanti passaggi: nel caso della professoressa, colleghi e colleghe hanno dato subito l’allarme e sono intervenuti per tamponare la ferita. È una catena in cui ogni anello è fondamentale”.
La trasfusione in elicottero rappresenta uno di questi anelli cruciali. “Con questa tecnica – spiega Daminelli – creiamo un ponte tra l’incidente e il trattamento definitivo in ospedale. Ci consente di stabilizzare il paziente nella fase che va dall’evento traumatico all’arrivo in sala operatoria”.
Nel caso della docente, colpita da un’arma da taglio, la situazione era critica: “Un trauma penetrante con emorragia evidente, la ferita perdeva attivamente sangue e c’erano segni clinici di shock emorragico”. È stato in quel momento che il dottor Giuseppe Calvo e l’infermiera Valentina Cortinovis hanno deciso di applicare la procedura. Con loro anche il tecnico di elisoccorso del Soccorso Alpino Enrico Lazzarini, il comandante Simone Costa e il collega Luca Stefani, parti integranti di una squadra che in volo lavora come un solo organismo.
Il progetto, nato come sperimentazione, oggi permette di trattare circa 100 pazienti all’anno. “All’inizio – racconta Daminelli – ci è stato chiesto di partire come base pilota a Bergamo. Siamo andati in Inghilterra per studiare i sistemi già in uso e capire come gestire la logistica”. Il problema principale è la conservazione del sangue fuori dall’ospedale: “Parliamo di materiale biologico che deve mantenere la catena del freddo. Utilizziamo contenitori termostabili, simili a termos da campeggio ma progettati per gli emocomponenti, mantenuti a 4-5 gradi”. Durante la trasfusione, però, il sangue deve essere riscaldato: “Abbiamo dispositivi che lo portano a una temperatura vicina a quella corporea, tra i 38 e i 39 gradi, per evitare di indurre ipotermia nel paziente”.
La donazione ad opera della I.M.D. Generators Srl della Ceo Laura Bresciani, ha permesso all’équipe di dotarsi della prima strumentazione. Dopo test e validazioni, il progetto è partito ufficialmente nel novembre 2020. I risultati devono avere convinto: “A maggio 2025 il percorso è arrivato a compimento. Oggi tutte e cinque le basi di elisoccorso della Lombardia sono dotate di emocomponenti e seguono la stessa procedura”. A bordo degli elicotteri vengono trasportate due unità di globuli rossi concentrati di gruppo zero negativo e due unità di plasma. I numeri parlano di “circa 100 casi all’anno in regione, con una media tra 16 e 18 interventi solo a Bergamo. Quest’anno siamo già a quota 86”.
Il successo di questo sistema, però, ha una base imprescindibile: la disponibilità di sangue. “Se questo progetto può esistere e continuerà a esistere – sottolinea il medico – è sì grazie al lavoro dei servizi di medicina trasfusionale, ma soprattutto grazie all’altruismo dei donatori”. Ancor di più adesso che si avvicina l’estate, quando il bisogno aumenta e le richieste crescono.
Tornando al drammatico episodio di Trescore, i traumi penetranti come quello da arma bianca subito dalla prof rappresentano una minoranza: “Circa il 10% dei casi. Il restante 90% riguarda incidenti di ogni tipo: sul lavoro, sportivi, ma soprattutto stradali – spiega Daminelli -. I motociclisti restano i nostri ‘clienti’ abituali”.
Eppure, proprio grazie a questa tecnica, storie che sembravano segnate possono cambiare finale. Come quella di un giovane bergamasco, sopravvissuto a un gravissimo incidente e oggi in percorso riabilitativo, con la prospettiva di tornare alla vita di prima. E come quella di Chiara Mocchi che, dopo essere passata attraverso quel tratto sospeso tra terra e cielo – “se Dio vorrà”, come ha detto lei – potrà tornare in classe, in mezzo ai suoi studenti.






