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Scuola, un sistema in crisi? Il grido d’allarme di un’insegnante: “Non abbiamo più voce in capitolo”

Dopo l’aggressione alla professoressa Mocchi avvenuta nella scuola di Trescore Balneario, Lisa Gherardi, docente di Italiano e Storia al Turoldo di Zogno, lancia l’appello: “Incompresi dai genitori e in solitudine nel vivere la nostra didattica”. Il preside delle medie di Almenno: “Più ore a scuola per tutti”

Il grido d’allarme di un sistema intero. Tra solitudine, disagio e riflessioni senza risposta. Quanto avvenuto mercoledì mattina alla scuola media di Trescore Balneario, dove la professoressa Chiara Mocchi è stata aggredita a coltellate da un alunno di 13 anni ha inevitabilmente scaturito uno tsunami di interrogativi all’interno del panorama scolastico e non solo. Un episodio che sconvolgerebbe a priori. Ma quando a compierlo è un ragazzo di terza media, lo scuotimento generale è maggiore. E i primi a essere coinvolti in questo senso sono gli insegnanti. Iniziano a sentirsi soli nella crescita educativa dei ragazzi, che stanno crescendo in un mondo complicato, cosparso da superficialità.

“Non so esprimere il mio stato d’animo. La scuola sta diventando quel mondo in cui il professore non ha più voce in capitolo”. A pronunciare queste parole è Lisa Gherardi, professoressa di Italiano e Storia per gli indirizzi AFM all’istituto Turoldo di Zogno. Insegna da 27 anni. Ama questo lavoro. Ogni giorno cerca di infondere passione ed entusiasmo ai suoi studenti. Ma da diverso tempo a questa parte il lavoro suo e dei colleghi le appare poco riconosciuto: “Spesso noi ci troviamo a vivere in solitudine la nostra didattica. – spiega la docente -. Ci sentiamo incompresi dai genitori: qualsiasi cosa che noi facciamo per la crescita generale dei ragazzi, viene messa in discussione”. Quella della professoressa è una richiesta di aiuto, per il bene degli alunni. Che forse dovrebbero essere più liberi di esprimere la propria identità e quando è opportuno anche di assumersi le proprie responsabilità, senza che qualcuno lo faccia per loro. Peraltro non aiutandoli.

I ragazzi di oggi vivono in un mondo continuamente connesso. Molti, già dalle scuole medie, hanno lo sguardo perennemente fisso sullo schermo del telefonino tra messaggi e, in modo particolare, i social. In cui l’apparenza pare essere diventata la priorità. Dove la frivolezza si sostituisce spesso alla praticità. Per compensare queste crepe la scuola è chiamata a svolgere un ruolo primario. Tra idee, progetti e una nuova routine scolastica. ” Da due anni all’Istituto Turoldo – continua la professoressa Gherardi – i ragazzi consegnano il cellulare all’inizio delle lezioni e lo consegnano all’uscita”. Un modo per spingersi ad aprirsi l’uno con l’altro. Stefano Piccinni, dirigente dell’Istituto Comprensivo di Almenno San Salvatore, vorrebbe “più ore a scuola per tutti con più quante attività possibili. Bisogna stare accanto ai ragazzi il più possibile a scuola. Oltre a tenerli sotto un costante affiancamento psicologico”.

Una soluzione che può incentivare gli studenti al dialogo, e dove le fragilità sociali e individuali, possono ridimensionarsi. Il  sistema scuola ha un disperato bisogno di concretezza. Che probabilmente non si rispecchia in proposte come quella riguardante l’utilizzo di metal detector all’ingresso: “Può risolvere il sintomo ma non la radice del sintomo”, chiosa Alessandro Pesenti, referente per l’inclusione del Turoldo. Gli studenti hanno bisogno di individuare nel sistema scolastico un canale di leggerezza: dove il massimo del dispiacere è rappresentato da un brutto voto o da un richiamo del docente, che non è la fine del mondo. Occorre insistere su questo aspetto: accettare le cadute e le piccole delusioni. È un concetto che deve entrare nella testa dei ragazzi. La scuola deve fare la sua parte, ma il lavoro comincia da casa.