Logo

Temi del giorno:

Giovani e violenza, Matteo Lancini: “I social sono un capro espiatorio lava-coscienze”

Lo psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro, si esprime in merito al disagio che emerge dalla notizia dello studente che a 13 anni ha accoltellato la sua professoressa, Chiara Mocchi, alla scuola media di Trescore Balneario

“I social sono un capro espiatorio. Attribuire alla rete la responsabilità di avvenimenti come questo è un modo per non fare nulla per cambiare le cose: il problema è che i ragazzi non trovano modalità di comunicare emozioni disturbanti come la paura, la tristezza e la rabbia, giungendo a compiere azioni violente verso di sé o gli altri”. Così Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro, si esprime in merito al disagio che emerge dalla notizia dello studente che a 13 anni ha accoltellato la sua professoressa, Chiara Mocchi, alla scuola media di Trescore Balneario.

“Non conosco il ragazzo – precisa a titolo di premessa – e, come sempre in questi casi, la mia priorità è proporre riflessioni per fare in modo che simili avvenimenti non si verifichino più”.

Abbiamo intervistato Matteo Lancini chiedendogli un commento sull’argomento.

Che cosa l’ha colpita maggiormente di quanto è accaduto a Trescore?

Indubbiamente colpisce il fatto che sempre più spesso dei ragazzi sempre più giovani non trovano modalità di comunicare emozioni disturbanti come la paura, la tristezza e in questo caso prevalentemente la rabbia, che rischiano di diventare azione violenta verso di sé o verso gli altri. In base a come questo episodio è stato descritto, inoltre, colpisce il fatto che ricorda vicende che negli Stati Uniti accadono da tempo con un progetto vendicativo premeditato che porta a compiere azioni che evidentemente sono il frutto di una disperazione, perché è chiaro che si tratta di un disagio, un malessere che non trova altre forme di comunicazione rispetto a quelle devastanti della violenza che possono arrivare anche a livelli drammatici come questo.

Perché i ragazzi faticano o non riescono a comunicare quello che sentono?

Perché vivono in una società in cui gli adulti anziché comprendere cosa vuol dire oggi saper stare nelle emozioni che disturbano danno la colpa ai social. Molto spesso ai ragazzi non viene lasciata la possibilità di esprimere tali emozioni: gli adulti ascoltano i figli e gli studenti a patto che non esprimano la paura, la tristezza e la rabbia in quanto risultano parecchio disturbanti e invece di preoccuparsi di cosa fare per stare vicino a loro danno la colpa alla rete e agli smartphone piuttosto che alla musica dei trapper o ai videogiochi. Questo è il problema e sta accadendo anche nelle ultime ore: penso che sia incredibile che si possa sostenere che la violenza giovanile dipenderebbe in questi casi dai social e non dal fatto che siano il frutto di emozioni che non hanno trovato un canale comunicativo.

Ci spieghi

Ritengo che questa violenza scaturisca dal fatto che emozioni come la paura, la tristezza e la rabbia non siano state espresse tramite il canale comunicativo. Premettendo questa considerazione, se volessimo cercare fattori esterni, rimango allibito dal fatto che si sostenga che tali avvenimenti dipendano dall’utilizzo dei social e non siano il frutto di un tempo segnato da guerre in cui muoiono migliaia di bambini e forse c’è anche un’abituazione alla violenza. I social sono il grande lava-coscienza di chiunque, così non si fa nulla per cambiare le cose: se fanno male perché non li spegniamo? Il punto è che la causa non è il web ma risiede nelle emozioni che non vengono espresse.

Che cosa ne consegue?

Finché andremo avanti così, gli adulti risulteranno sempre meno credibili e continueranno a non interrogarsi sui motivi per cui un numero crescente di ragazzi vada in giro con un coltello, come stanno facendo anche quelli appartenenti a ceti economico-sociali non svantaggiati. Ma ci sono anche giovanissimi che compiono autolesionismo, si tagliano o si suicidano: non riescono a esprimere queste emozioni perché non sono legittimate, non se ne può parlare e la rabbia viene confusa con la violenza. Succede perché queste emozioni disturbano e richiedono che gli adulti le sappiano accogliere. Nella nostra società inoltre sono diffusi modelli in cui la vita degli altri conta poco come si può constatare guardando alle guerre e all’individualismo.

Per concludere, come può migliorare la situazione?

Serve maggior consapevolezza. Il problema è che avendo adulti poco significativi che non sono in grado di parlare delle emozioni e cercano sempre qualcosa per giustificarlo, comportandosi come se tutto ciò non dipendesse da loro e dalla società che hanno creato, per i ragazzi continuerà a risultare difficile esprimerle attraverso la comunicazione. A tavola gli adulti dovrebbero parlare con i ragazzi di quello che è successo a Trescore, chiedere che cosa ne pensano e se anche a loro sia mai capitato di provare una rabbia profonda, per esempio nei confronti di uno o più insegnanti. Sono argomenti che fanno parte della quotidianità, ma non vengono mai affrontati perché si crede che verrebbero legittimati invece è esattamente il contrario.

I social, quindi, secondo lei sono un capro espiatorio?

Assolutamente. Penso che gli adulti in questo momento abbiano l’ossessione di vivere troppo sui social e più in generale su internet, non parlano d’altro e ciò non consente loro di rendersi conto del tipo di società in cui viviamo.