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Dianora Bardi: “I ragazzi non chiedono divieti. Chiedono verità e protezione”

La presidente dell’associazione ImparaDigitale, condivide alcune riflessioni traendo spunto dalla notizia dello studente 13enne che nella mattina di mercoledì 25 marzo ha accoltellato la sua prof, Chiara Mocchi, alla scuola media di Trescore Balneario

La professoressa Dianora Bardi, presidente dell’associazione ImparaDigitale, condivide alcune riflessioni commentando la notizia dello studente 13enne che nella mattina di mercoledì 25 marzo ha accoltellato la sua prof, Chiara Mocchi, alla scuola media di Trescore Balneario.

Un tredicenne aggredisce a coltello la professoressa Chiara Mocchi nei corridoi della scuola media di Trescore Balneario. Non è un caso isolato: prima c’erano stati Varese, Abbiategrasso, La Spezia. Ogni volta che accade qualcosa del genere si torna a parlare di regole, di punizioni, di giro di vite. Ed è già partita la proposta che in queste situazioni non manca mai: i metal detector nelle scuole. È una reazione comprensibile, ma non è sufficiente. Vietare non educa, e soprattutto non risponde alla domanda vera: perché un ragazzo di tredici anni arriva a quel punto?

Il metal detector è la metafora perfetta di un approccio che continua a guardare al sintomo invece che alla causa. Ferma un oggetto, non ferma un’intenzione. Un ragazzo che arriva a scuola con un coltello – o con una rabbia che non riesce più a contenere – non viene disinnescato da un varco elettronico. Viene solo rallentato, o trova un altro modo. Trasformare la scuola in un luogo sorvegliato manda un messaggio preciso ai ragazzi: non ci fidiamo di voi. Ed è esattamente il contrario di quello di cui hanno bisogno.

La risposta non sta in un singolo colpevole. Sta in un sistema di solitudini che si sono accumulate. I ragazzi di oggi si trovano spesso a fare i conti con emozioni forti – rabbia, paura, dolore – senza avere gli strumenti per riconoscerle e gestirle. Quando queste emozioni non trovano uno sbocco, diventano qualcos’altro: violenza verso gli altri, autolesionismo, isolamento. Non è maleducazione. È una mancata regolazione emotiva che nessuno ha insegnato loro, perché nessuno gliel’ha mostrata.

Il problema è che la generazione adulta è essa stessa sotto pressione. Siamo stressati, sopraffatti, spesso assenti, non per cattiveria, ma perché il tempo e l’energia scarseggiano. Ed è esattamente in questa crepa relazionale che si insinua la tecnologia. I ragazzi passano ore connessi, esposti a contenuti che non hanno scelto consapevolmente, in ambienti digitali progettati per catturare l’attenzione e amplificare le emozioni, anche quelle più disturbanti. Senza un adulto accanto che conosca quei rischi e li sappia nominare, un ragazzo non ha modo di difendersi da quello che vede e sente. Non perché sia fragile: perché nessuno gli ha dato gli strumenti.

E qui sta il nodo. Non è il web il nemico: è l’analfabetismo rispetto ai suoi rischi. Un ragazzo che non conosce i meccanismi degli algoritmi, che non sa riconoscere la manipolazione emotiva, che non ha mai parlato con un adulto di cosa significa esporsi online, è un ragazzo vulnerabile. La rete può amplificare il disagio, alimentare derive violente, costruire identità distorte , ma può anche essere uno spazio di crescita, se frequentata con consapevolezza. La differenza la fa l’educazione digitale, quella vera: non una lezione su come creare una password sicura, ma un percorso che insegni a leggere criticamente i contenuti, a riconoscere le dinamiche tossiche, a capire come il web agisce sulle emozioni e sui comportamenti.

Questo è il lavoro che manca, e che non si può più rimandare. I social non sono la causa del disagio giovanile, ma lo amplificano quando vengono vissuti senza filtri adulti, senza qualcuno che aiuti a distinguere, a elaborare, a reagire. Quello che i giovani chiedono, spesso senza saperlo dire, non è libertà senza limiti né controllo senza senso. Chiedono protezione e verità. Chiedono adulti che conoscano il mondo digitale abbastanza da accompagnarli, non da temerlo o ignorarlo.

La scuola ha un ruolo fondamentale in tutto questo, ma non può essere lasciata sola. La violenza che esplode in un corridoio scolastico non nasce lì: arriva da fuori, costruita nel tempo, alimentata da una società che ha smesso di prendersi cura dell’interiorità delle nuove generazioni. Affrontarla significa riconoscere che educare oggi vuol dire anche insegnare a stare nel mondo digitale senza esserne sopraffatti , conoscendone i rischi, riconoscendone le trappole, e imparando a scegliere.

Finché aspettiamo l’emergenza per parlare di educazione, emotiva e digitale, continuiamo a rincorrere. I metal detector non ci salveranno. La prevenzione vera è silenziosa, quotidiana, non fa notizia. Ma è l’unica cosa che costruisce davvero.