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La ‘soluzione definitiva’ del 13enne che ha accoltellato la prof: sul web il racconto di un disagio sfociato in violenza

In rete circola un testo carico di rabbia, rancore, disagio, solitudine. Sentimenti negativi riversati contro l’insegnante di francese Chiara Mocchi: “Una scelta mirata”

Trescore Balneario. “Manifesto. La soluzione definitiva”. Così l’ha chiamato. Un testo che mette i brividi, a partire dal titolo. A maggior ragione, se si pensa che l’autore è un ragazzino di soli 13 anni che frequenta una scuola media di provincia.

Un testo carico di rabbia, rancore, disagio, solitudine. “Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere così – si legge -. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Ne ho abbastanza, quindi ho deciso che la soluzione perfetta è prendere in mano la situazione”.

Chiara Mocchi, 57 anni, insegnante di francese, diventa il capro espiatorio sul quale riversare ogni frustrazione. A dire del giovane, lo prendeva di mira. Ma rimproveri e brutti voti non sono altro che la punta dell’iceberg.

Il 13enne è lucido: sa di non essere imputabile per via della sua età, lo scrive lui stesso. “Non posso nemmeno essere processato, quindi farò quello che ho sempre voluto fare”. “Non è una scelta casuale – scrive – è mirata”.

Su Telegram rimbalza il video della brutale aggressione. Si vede il giovane aggirarsi all’esterno della scuola, poi per i corridoi della scuola Leonardo Da Vinci. Ha il telefonino al collo. Riprende tutto in diretta e sì, c’è chi guarda. Sembra una scena tratta dal film Elephant, ispirato a un massacro in una scuola degli Usa. Invece siamo a Trescore Balneario, un paese che non arriva a 10 mila abitanti. Sul web rimbalzano anche la foto della sua maglietta, quella con la scritta “Vendetta”, le armi che ha usato o che voleva utilizzare. Coltelli e pistola scacciacani.

“È un modo per rompere la noiosa routine nel modo più estremo possibile. Sono stanco di essere un tipo banale, di dover fare sempre le stesse cose”. Ce l’ha con la sua insegnante, con gli adulti in generale. Che non lo comprendono. Che non lo seguono. E che gli fanno del male, dice. Ce l’ha con i suoi coetanei. “Sì, a volte sono divertenti, ma mi sento molto più intelligente di loro, e indossare un’uniforme (militare, ndr) dimostra la mia superiorità. Non sono più uno di loro, sono una persona migliore, che ha l’intelligenza di capire che nessuno si batte veramente per noi e per i nostri bisogni”. Dice di non identificarsi in nessuna ideologia. “L’unica cosa che conta sono io”.

Non si parla di un raptus, ma di un atto organizzato. In alcuni adolescenti fragili – fanno notare gli esperti – la frustrazione non viene elaborata ma trasformata in rabbia e poi in fantasia vendicativa. Quando manca contenimento emotivo (familiare e sociale), la realtà si riscrive in chiave persecutoria, la violenza diventa “soluzione”.

E allora, ecco il giovane che sale le scale e incrocia la professoressa Mocchi: giacca verde, foulard, un paio di occhiali. Quando vede arrivare lo studente lo osserva ed è in quel momento che il 13enne la colpisce. Senza esitazione, senza ripensamenti.