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La colata di silicone, le viti rimosse, la lastra di zinco tagliata: così è stata profanata la bara di Pamela Genini

Il corpo ritrovato senza testa, indagini per vilipendio. In azione più persone. Sul feretro tracce d’acqua: potrebbe essere successo durante una notte di pioggia. Le prime ipotesi e indiscrezioni

Strozza. A fare la macabra scoperta sono stati gli addetti alle pompe funebri. Lunedì mattina dovevano spostare il feretro di Pamela Genini: dal loculo in cui era provvisoriamente composto alla tomba di famiglia. Subito si sono accorti che qualcosa non andava: il corpo della 29enne, vittima di femminicidio, era stato profanato.

All’inizio delle operazioni di tumulazione, i necrofori hanno notato che il mastice del legno non era l’originale. E che le viti erano state asportate. Segni inequivocabili di un intervento successivo alla chiusura del feretro.

Sul posto c’erano anche il custode del cimitero e il sacerdote del paese. Hanno chiamato il sindaco Riccardo Cornali, che a sua volta ha ordinato ai presenti di non toccare nulla e di chiamare immediatamente le forze dell’ordine.

La lastra di zinco che ricopre la bara presentava un taglio. Aperta per creare un accesso, sarebbe stata successivamente richiusa con del silicone (e non il mastice originale, appunto). Il materiale sigillante era ancora colante al momento dell’ispezione. Aperto il cofano, la scoperta più agghiacciante: la testa della ragazza era stata tagliata e asportata.

L’ipotesi è quella di un’azione organizzata: visto il peso complessivo della bara – superiore al quintale tra legno, zinco e corpo della giovane -, si ritiene plausibile il coinvolgimento di almeno tre o quattro persone.

Sulla superficie del feretro sarebbero state rilevate tracce d’acqua. L’azione potrebbe essere avvenuta durante una notte di pioggia, ma è solo un’ipotesi al vaglio degli inquirenti. Inoltre, nonostante la manomissione, alcuni elementi interni, come il pannellino bianco, risultavano ricollocati con estrema cura. Stesso discorso per i fiori. Chi passa più volte davanti al punto dove è stato profanato il corpo assicura di non aver mai notato il minimo dettaglio fuori posto.

Tutto è stato sequestrato, alla presenza del pubblico ministero Giancarlo Mancusi e del medico legale. Le telecamere di sorveglianza del cimitero sono state acquisite per essere vagliate dagli investigatori, che dovranno ora fare luce su un episodio tanto grave quanto sconvolgente.

In Procura è stato aperto un fascicolo per vilipendio di cadavere e furto, allo stato a carico di ignoti. Secondo indiscrezioni, negli ultimi mesi i familiari avrebbero ricevuto minacce, eventualità poi smentita dall’avvocato Nicodemo Gentile.

Pamela Genini, originaria della Valle Imagna, era stata uccisa con 30 coltellate nel suo appartamento nel quartiere milanese di Gorla. Nel pomeriggio del 15 ottobre scorso aveva comunicato all’ex compagno Gianluca Soncin, 52 anni, originario di Biella, la fine definitiva della relazione, cominciata nel marzo 2024.

Soncin, che in passato aveva precedenti per una truffa legata alla compravendita di auto di lusso e per aggressioni, aveva ben presto mostrato un carattere violento e possessivo. Dopo il delitto aveva inscenato un tentativo di suicidio prima di essere fermato e arrestato con le accuse di omicidio aggravato, premeditazione, crudeltà, futili motivi, vincolo affettivo e stalking. Per questa vicenda, si va ora verso la richiesta di rinvio a giudizio.

“Quando la violenza continua anche dopo la morte, non siamo più nel territorio dell’impulso. Siamo nel territorio del controllo. Del dominio. Di una volontà che non accetta confini”, analizza la nota crimonologa Roberta Bruzzone. “Una violenza che vuole colpire la vittima ancora, ma soprattutto vuole colpire chi resta”.

Secondo Bruzzone, questa dinamica è tipica di chi non riesce a separarsi. Di chi vive la relazione (“reale o immaginata”, specifica) in termini di possesso assoluto, anche dopo la morte. “È qualcosa che ha a che fare con la necessità di affermare potere – ipotizza -. Di lasciare un segno. Di dimostrare che il controllo c’è ancora. E allora, forse, la domanda giusta non è solo chi può aver fatto una cosa del genere”, ma “che tipo di mente ha bisogno di spingersi fino a tale abominio?”.