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Claudio Cerasa arriva a Bergamo: “Bisogna reagire alla dittatura del catastrofismo”

Il direttore de Il Foglio presenterà il suo nuovo libro, “L’antidoto”, giovedì 26 marzo: l’incontro, organizzato dal Circolo Matteotti, si terrà alle 18 alla sala Alabastro del Centro Congressi

“Questo libro nasce da un’esigenza semplice ma urgente: reagire alla dittatura del catastrofismo. Viviamo immersi in un’agenda del rancore che confonde i problemi reali con quelli percepiti e trasforma ogni difficoltà in una crisi irreversibile”. Così il giornalista Claudio Cerasa, direttore de Il Foglio, illustra la sua ultima pubblicazione, intitolata “L’antidoto”, che presenterà giovedì 26 marzo a Bergamo.

L’appuntamento è alle 18 alla sala Alabastro del Centro Congressi Papa Giovanni XXIII: l’iniziativa, organizzata dal Circolo Matteotti, è aperta a tutti.

Abbiamo intervistato Claudio Cerasa per saperne di più.

Com’è nato questo libro?

Nasce da un’esigenza semplice ma urgente: reagire alla dittatura del catastrofismo. Viviamo immersi in un’agenda del rancore che confonde i problemi reali con quelli percepiti e trasforma ogni difficoltà in una crisi irreversibile. Questo libro è un tentativo di rompere quel meccanismo e di costruire una piccola rivolta culturale, ricordando una verità spesso dimenticata: nonostante tutto, non c’è mai stato un momento migliore di questo per affrontare e risolvere i problemi .

E in che cosa consiste “L’antidoto”?

L’antidoto non è una teoria astratta ma un metodo: rimettere i fatti accanto alle emozioni, distinguere il reale dal virale, e restituire dignità all’ottimismo. Oggi essere ottimisti è visto come un’eresia, ma in realtà è un esercizio di onestà intellettuale. L’antidoto è proprio questo: uno schema per uscire dalla fabbrica della percezione e tornare alla realtà, dove i problemi esistono, ma sono spesso più risolvibili di quanto si racconti .

Il nostro tempo è scosso da eventi drammatici. Come ha trovato “L’antidoto”?

Di fronte ai problemi ci sono sempre due strade: arrendersi o reagire. L’antidoto nasce dalla scelta di reagire, smontando gli ingranaggi del pessimismo e rifiutando la cultura del capro espiatorio. Per farlo bisogna tornare alle fonti dell’ottimismo – libertà, Occidente, innovazione – e riconoscere che anche nelle crisi si nascondono opportunità. Non è ingenuità: è l’idea che il progresso esista e che vada difeso e utilizzato .

Perché il pessimismo va di moda?

Perché funziona. Il pessimismo elettrizza, attira attenzione, semplifica. L’ottimismo invece responsabilizza: obbliga a studiare i dati, a distinguere, a proporre soluzioni. In un sistema mediatico che premia l’impatto emotivo, il pessimismo diventa una scorciatoia perfetta. È più facile raccontare un disastro che spiegare un miglioramento. Ed è per questo che il catastrofismo non è solo un sentimento: è anche un vero e proprio modello di business .

I mezzi di comunicazione concorrono a diffondere il pessimismo?

Sì, spesso ne sono il motore. Il meccanismo è semplice: le cattive notizie attirano più attenzione, generano più clic, restano più impresse. Così il sistema mediatico finisce per privilegiare il negativo e oscurare il positivo, creando una distorsione sistematica della realtà. Il risultato è una spirale: più pessimismo, più attenzione, più pessimismo. E alla fine si costruisce un mondo percepito molto più cupo di quello reale .

I giovani sono più o meno pessimisti?

Paradossalmente sono più ottimisti, ma vivono immersi in una narrazione pessimista che li disorienta. Credono nel futuro personale, ma molto meno in quello collettivo. Questo scarto li rende più fragili: vedono le opportunità ma faticano a trasformarle in scelte concrete. Il rischio è che la sfiducia diffusa – sul clima, sull’economia, sulla società – diventi un freno, anche quando i dati mostrano un mondo che, pur con difficoltà, continua a migliorare .

Per concludere, come immagina il futuro?

Non sono ottimista sulla fine del pessimismo: continuerà a esistere, perché è utile, comodo, persuasivo. Ma sono ottimista su un’altra cosa: sulla possibilità di trattare i cittadini da adulti, non da bambini. Dire la verità, anche quando è complessa, distinguere tra realtà e percezione, smettere di alimentare paure artificiali. Il futuro non va indovinato: va costruito. E si costruisce solo restituendo dignità all’ottimismo.