L'intervista
|Aerospazio in crescita, l’Università accanto alle aziende: “Sosteniamo l’innovazione”
Il professor Giuseppe Rosace, delegato del Rettore al trasferimento tecnologico, spin-off e relazioni con la Fondazione U4I, illustra il ruolo strategico dell’Ateneo in questo settore in espansione
“La crescita della filiera aerospaziale a Bergamo è una grande opportunità e l’Università è impegnata nel formare le persone, sostenere l’innovazione, costruire connessioni per fare rete”. Così il professor Giuseppe Rosace, delegato del Rettore al trasferimento tecnologico, spin-off e relazioni con la Fondazione U4I, illustra il ruolo strategico dell’Ateneo in questo settore in espansione.
Per entrare e rimanere in questo mercato, per le aziende è necessario “avere le competenze tecniche, ma sono fondamentali anche la cultura della qualità, la disciplina della documentazione, la capacità di lavorare su requisiti stringenti e la gestione sicura delle informazioni”.

Professor Rosace, cosa s’intende per settore aerospaziale?
Quando si parla di aerospazio, l’immaginario corre ai lanci, ai satelliti e alle grandi missioni. Ma la vera partita, soprattutto nei territori industriali, si gioca spesso a terra, all’interno della filiera: nella capacità di produrre componenti affidabili, di documentare ogni passaggio e di garantire continuità. È il senso di un messaggio che emerge con forza anche a Bergamo, dove la crescita dell’ecosistema aerospace sta diventando un’occasione concreta per molte aziende della manifattura. Oggi la supply chain (catena di approvvigionamento, ndr) non è un dettaglio logistico ma un elemento strategico. In un contesto instabile, tra shock geopolitici e interruzioni delle catene globali, la prossimità conta. Non perché ci si chiuda in un recinto, ma perché riduce i rischi e accelera le decisioni. In questo quadro si inserisce la spinta verso filiere regionali e partnership stabili.
E quali aspetti deve valutare una PMI bergamasca per inserirsi nel settore?
Per un territorio come quello bergamasco, questa trasformazione pone una domanda semplice: quali condizioni rendono possibile entrare e restare nell’aerospazio? La risposta non è mai una sola. Ci sono le competenze tecniche, certo, ma anche la cultura della qualità, la disciplina della documentazione, la capacità di lavorare su requisiti stringenti e, sempre più spesso, la gestione sicura delle informazioni. Per includere davvero le imprese in questo percorso, può essere utile una metafora.
Quale?
Possiamo immaginare la filiera spaziale come un continuum che sale dal suolo verso lo spazio. Alla base ci sono attività “a terra” ma abilitanti, quali la chimica, il tessile tecnico e i compositi, la meccanica di precisione e le lavorazioni, l’elettronica e l’automazione, la sensoristica, i dati e il software, fino alla protezione delle informazioni. Man mano che ci si sposta in quota aumentano i requisiti: robustezza, controllo della variabilità, tracciabilità dei processi, prove di efficacia e di durabilità. Allo stesso tempo cresce il peso delle qualifiche e delle certificazioni. La sfida aumenta, ma la platea dei player in grado di raggiungere “alte quote” tende a restringersi. Anche chi rimane a livello del suolo, però, beneficia dell’asticella più alta: metodi, qualità e sicurezza diventano una specializzazione trasferibile.
Le ricadute, quindi, sono molteplici anche su altri settori?
Si, possono spaziare dall’agricoltura (monitoraggio, ottimizzazione delle risorse e decisioni basate su dati) ai servizi industriali, fino ai prodotti più affidabili e controllati per i mercati terrestri. In altre parole: più si sale, più selettiva è la competizione; ma lungo tutto il continuum aumentano competenze e standard, che possono tradursi in valore diffuso anche “a terra”. In questo scenario l’Università di Bergamo sta giocando una partita importante, perché la sua funzione non è solo “fare ricerca”, ma costruire un’infrastruttura di competenze e connessioni che abiliti la filiera. A livello formativo, nell’ambito dei percorsi ingegneristici e gestionali, un tassello che vale la pena ricordare è il corso di laurea triennale in Ingegneria delle Tecnologie per l’Elettronica e l’Automazione (TEA).
Di cosa si tratta?
È un corso che forma figure capaci di progettare dispositivi, circuiti e sistemi per applicazioni elettroniche avanzate, utili anche nel settore aeronautico. Insegnamenti come Progettazione dei Sistemi Elettronici, Optoelettronica e Dispositivi Elettronici forniscono le basi per comprendere e sviluppare circuiti e sottosistemi per applicazioni di comunicazione, controllo e monitoraggio. Si consolidano così sul territorio competenze in ambiti quali la sensoristica, la fotonica, il controllo e l’automazione: quei mattoni tecnologici che servono sia nelle filiere dell’avionica sia nelle linee produttive. Negli ultimi anni sono state inoltre sviluppate competenze specifiche durante attività svolte in Antartide, ambiente estremo utile come analogo dello spazio: dalla ricerca per osservare la vita in isolamento e le relazioni tra persone, tecnologia e ambiente, a voli stratosferici sopra i ghiacci per collaudare rivelatori di particelle. Allo stesso tempo, in una supply chain in ambito aerospaziale, i dati che circolano tra progettazione, prove e produzione sono asset critici e vanno protetti in modo continuativo. In questo quadro, in Ateneo sono presenti ampie competenze.
Quali sono?
Abbiamo competenze in computer security (sicurezza di sistemi e applicazioni, protezione dei dati, controllo degli accessi, aspetti di privacy), anche orientate all’affidabilità del software, con approcci di verifica e di test avanzati. Per le aziende interessate, questo può tradursi in un supporto concreto per integrare la sicurezza “dentro” i processi: regole di condivisione dei dati tecnici, gestione delle terze parti, tracciabilità e assicurazione della conformità ai più rigorosi standard di qualità dei sistemi digitali. Ma sono tanti i contributi che l’Ateneo può dare al settore aerospaziale, anche in ambiti più tecnologici, quello dei materiali avanzati, della propulsione e dell’energy management, supportati da metodologie numeriche e sperimentali che consentono di sviluppare e testare componenti innovativi con ricadute interessanti nei settori industriale e civile. Accanto a questi ambiti, l’area economico-aziendale dell’Ateneo può affiancare le imprese nel ripensare modelli di business e filiere, sostenendo percorsi di riconversione industriale. C’è poi un ulteriore aspetto, meno consueto ma sempre più attuale: l’esplorazione spaziale non è solo tecnologia e business, è anche un cambiamento del modo in cui l’uomo pensa a sé stesso e al futuro.
Emerge la trasversalità dell’Università: è un prezioso valore aggiunto per il territorio?
È importante perché aiuta a tenere insieme competenze diverse sotto i profili antropologici, psicologici e culturali, intendendo l’uomo e le sue necessità come centrali in questo tema. Tra le attività svolte, per esempio, cito “Per scripta ad astra”, evento promosso dal Dipartimento di Lettere, Filosofia, Comunicazione per esplorare la rappresentazione del cosmo da una pluralità di prospettive: dalla storia, alla scienza e alla filosofia. Si tratta di iniziative importanti, perché missioni e programmi nello spazio, soprattutto quelli di lunga durata, richiedono comprensione dei fattori umani (adattamento, decisioni in condizioni estreme, gestione di team isolati) e riflessione su immaginario, impatti sociali, etica e governance (cosa significa “esplorare”, “colonizzare”, “osservare”, “sorvegliare” dallo spazio).
Sono approcci differenti ma complementari?
Si. Questa dimensione “umanistica” non è un ornamento: è ciò che rende sostenibile nel tempo una traiettoria tecnologica che cambia il modo in cui ci pensiamo come società. È lo stesso principio che si osserva in progetti altamente tecnologici come ANTHEM, iniziativa finanziata dal Ministero dell’Università e della Ricerca. Tra i diversi ambiti di ricerca, UniBg è coinvolta nello sviluppo di strumenti di monitoraggio della salute dei pazienti da remoto tramite sensori indossabili. È un esempio utile per capire che cosa significa, oggi, l’innovazione applicata: sensori, dati in tempo reale, piattaforme, interoperabilità e protezione delle informazioni. Per loro natura, queste soluzioni possono essere trasferite anche ad ambiti quali il monitoraggio degli atleti e delle prestazioni, pur essendo nate in contesti di cura e assistenza. Le tecnologie che nascono per la salute e il territorio possono generare competenze trasferibili ad altri domini, dalla gestione di sistemi complessi al monitoraggio in contesti “difficili”. La connessione con il sistema produttivo avviene anche attraverso strumenti messi a sistema dall’ecosistema territoriale, come “Aerospace in Action”, promosso da Confindustria Bergamo, o il progetto Seriana Space Valley, coordinato dal Comune di Gandino.
È la dimostrazione di una stretta sinergia tra Università e mondo delle aziende
Si, i laboratori di Ingegneria di Ateneo sono organizzati per gestire servizi e attrezzature sperimentali “a supporto del mondo produttivo”, un aspetto cruciale per ridurre il rischio tecnico prima dell’industrializzazione. E il potenziamento delle attività di trasferimento tecnologico serve proprio a facilitare l’incontro tra i bisogni delle imprese e le soluzioni che emergono dalla ricerca. Non perché l’aerospazio sia solo “tecnologia”, ma perché spesso è lì che si decide la differenza tra un fornitore generico e uno indispensabile. Sono nicchie ad alta specializzazione, difficili ma difendibili, in cui la ricerca applicata può generare valore aggiunto, per esempio attraverso l’innovazione, le caratterizzazioni, la verifica del comportamento dei materiali in condizioni severe. Qui entra in gioco un secondo fattore: le certificazioni e la cosiddetta “compliance”.
Ci spieghi
Nell’aerospazio non basta che un componente funzioni: deve funzionare sempre, e bisogna poterlo dimostrare. È il motivo per cui, in questi settori, la qualità è un linguaggio condiviso da sostenere. Se per le imprese del territorio questo significa investire in metodi e tracciabilità, per la nostra Università significa orchestrare competenze trasversali per rendere l’innovazione maturabile e trasferibile lungo la filiera. Da un lato, ci sono materiali, processi, prove, dati, qualità e sicurezza; dall’altro, una dimensione meno consueta ma sempre più attuale: l’esplorazione spaziale richiede anche la comprensione dei fattori umani e la riflessione sugli impatti sociali, sull’etica e sulla governance. Non ci fermiamo al risultato scientifico: costruiamo, insieme alle aziende, test, metriche, documentazione e conoscenza di processo che rendono più robusta la proposta, e aiutano a leggere le conseguenze delle scelte. In sintesi, la crescita della filiera aerospaziale a Bergamo è una grande opportunità, e il ruolo dell’Università può essere quello di una piattaforma: formare persone, sostenere l’innovazione, costruire connessioni, ridurre i rischi e aiutare il territorio a parlare il linguaggio di una supply chain globale, senza perdere la forza della prossimità.


