Le Paralimpiadi
|Sulle piste della vita, Davide Bendotti e la rinascita nello sport dopo l’incidente
Quinto posto in combinata a Milano-Cortina 2026, lo sciatore colerese dimostra ancora una volta che la determinazione e la passione possono trasformare ogni sfida in una storia di rinascita e resilienza
Bergamo. Quella di Davide Bendotti è una storia di coraggio e passione, che racconta di ostacoli affrontati con tenacia e della forza di non arrendersi mai. Il 32enne di Colere ha portato con orgoglio la bandiera tricolore, per la terza volta, alle Paralimpiadi invernali. Dopo l’incidente, avvenuto nel 2011, ha trovato rifugio nello sci alpino, dimostrando che lo sport può diventare un punto da cui ripartire: una sfida contro sé stessi, ma anche un viaggio fatto di sacrifici e soddisfazioni impresse nel cuore. A Milano-Cortina 2026 ha avuto l’occasione di gareggiare davanti al pubblico di casa, raggiungendo il quinto posto nella combinata, l’ottavo nello slalom e il nono in super G: non solo una prova di talento, ma soprattuto di determinazione e duro allenamento.
Quali erano le aspettative prima di iniziare le gare?
“Prima di tutto, di partecipare – che non è mai scontato – ma anche di non sfigurare. Poi, sicuramente c’era il desiderio di fare delle belle prestazioni, di andare il più forte possibile. I risultati che sono arrivati, non lo nego, sono stati anche un po’ sopra le aspettative. Non perché mi reputo un atleta scarso, ma perché so le difficoltà per gli atleti monogamba di arrivare al vertice”.
Il tuo miglior risultato in questa Paralimpiade l’hai raggiunto con il quinto posto nella combinata. Questo risultato ti ha lasciato più soddisfazione o più fame?
“Un po’ e un po’, nel senso che sono stato contento del quinto posto, ma non lo ero troppo visto che la medaglia l’ho sfiorata per poco più di un secondo. Un risultato dolce e amaro. È stato un po’ assurdo perché dopo la prima gara, in super G, in cui sono arrivato nono, ero molto contento. Il giorno dopo ero felice, sì, ma anche un po’ amareggiato. Sono delle emozioni e delle sensazioni assurde”.
Quanto incide la gestione della pressione in un contesto simile?
“Da atleta italiano vivere un evento del genere in Italia non è semplice da affrontare, nonostante sia soggettivo. Un po’ di pressioni e di aspettative rispetto alle solite gare le hai maggiormente. È anche vero che, per noi atleti paralimpici le, i Giochi sono qualcosa di speciale e particolare: viviamo nel buio per 4 anni, per poi arrivare quei dieci giorni in cui tutto il mondo ci guarda. Quindi, anche questo è un’ulteriore pressione. Poi, ripeto, farlo in casa amplifica tutto quanto. Non volendo sfigurare, ci tenevo a fare bene per me e per tutte le persone che mi hanno guardato e mi hanno seguito”.
C’è stato un momento in cui hai capito che lo sport sarebbe diventato la tua strada?
“No, quando ho iniziato, dopo l’incidente, lo sport era sicuramente una parte che volevo implementare nella mia vita, ma è difficile prevedere quello che poi è avvenuto. Non me lo sarei mai aspettato e tante volte non me ne rendo nemmeno conto. Anzi, nell’ultimo periodo, sono state le persone attorno a me ad avermi aiutato a realizzare quello che stavo vivendo e affrontando. Penso che anche l’età influisca: crescendo e maturando inizi a renderti più conto di quello che effettivamente hai fatto. C’è da dire, però, che io sono uno che vuole sempre di più: non sono mai contento e se mi guardo indietro mi dico ‘non ho fatto ancora a sufficienza’. Son fatto così”.
Hai mai avuto un momento in cui hai pensato di mollare tutto?
“Sì, ce ne sono stati diversi. Non è sempre facile se all’interno della squadra sei quello che si allena e prepara più di tutti, e poi magari ti ritrovi a fare una trasferta e tornare senza medaglia. Di questi momenti ne ho vissuti parecchi, però, un po’ per carattere e un po’ per le persone che mi stanno attorno, non ho mai abbandonato. Sono uno che non molla facilmente. Ho tenuto duro e sono arrivato fino a qui”.

Quali sono, ad oggi, le prospettive future?
“Nel breve termine sicuramente ho intenzione di riprendermi sia fisicamente sia mentalmente, perché è stato un evento e un traguardo bellissimo, ma anche traumatico. L’idea e la voglia di fare un altro ciclo paralimpico c’è. Dopo aver assaporato il profumo della medaglia non me la sento di mollare adesso. Bisogna, chiaramente, vedere anche come starà il mio corpo dal punto di vista fisico, considerato che in quest’ultimo anno ho avuto tanti problemi. Vivendo già una situazione di notevole svantaggio, se ci si mette anche il corpo a non permettermi di esprimere il 100%, le difficoltà aumentano notevolmente”.
Cosa diresti al Davide di 15 anni fa?
“Direi di cambiare sport! Scherzi a parte, lo sci mi ha dato tanto. Da atleta paralimpico, con una disabilita abbastanza importante per quanto riguarda lo sci alpino, mi si richiede tanta fatica. Le preparazioni sono molto impegnative. Oltretutto si tratta di uno sport all’aperto e le condizioni meteorologiche, a volte, rendono tutto ancora più difficoltoso. Però, la bellezza e la gioia che ti regala la montagna e la neve, quando sei sulle piste, è qualcosa di impagabile, rispetto a stare in un palazzetto, ad esempio.
Con Luca Carrara, sportivo che mi ha un po’ aizzato, poco fa ho scherzato dicendogli ‘ti ho sempre ringraziato e lo faccio ancora, però ti ho un po’ anche odiato perché le difficoltà in questo sport, da atleta monogamba, sono parecchie’.
A volte, mi sento penalizzato nel vivere le gare con atleti con disabilità diverse dalla mia: è un aspetto molto frustrante. Infatti, non è sempre facile trovare le motivazioni giuste per uscire dal cancellato quando sai che vincere, o quantomeno arrivare davanti, è pressoché impossibile. A meno che non si allineino i pianeti in un determinato modo. Però, è anche vero che quando questo accade, la soddisfazione è doppia”.

Davide non è mai solo. Al suo fianco c’è sempre Cristian Bendotti, allenatore e amico. Ogni sua sfida diventa condivisa, così come ogni trionfo e gioia. Non solo un supporto sportivo, ma soprattuto umano. Stesso paese, stesso cognome e stessa passione, insieme vivono un percorso di fiducia e complicità che va ben oltre le piste.
Cristian, c’è qualcosa che lui ha insegnato a te?
“Io è un po’ che lo dico: da quando mi sono affacciato al mondo paralimpico, è più quello che loro hanno trasmesso a me, piuttosto che quello che io ho potuto dare a loro e a lui. Sicuramente mi ha trasmesso lo smettere di brontolare per cose futili e superficiali, perché siamo fortunati per quello che abbiamo. Mi ha anche insegnato a essere molto più meticoloso sulle cose perché, vivendo lo svantaggio della categoria di Davide, ho capito che l’essere preciso su un dettaglio è un qualcosa in più: cercare di metterlo nelle condizioni migliori è sempre stato il mio obiettivo. Poi sicuramente mi ha insegnato il ‘mai mollare’, come dice sempre, e il ‘crederci sempre’. Caratterialmente a me sembra sempre di far poco, vorrei fare di più. Quindi, con lui la voglia di continuare a confrontarsi e migliorare è sempre presente”.


