Verso il referendum , “voto il testo o voto il contesto?”
Giovanni Cominelli, giornalista e professore, interviene in merito all’imminente chiamata alle urne
Bergamo. Lo svolgimento della campagna referendaria, nella quale sono state coinvolte tutte quante le classi dirigenti del Paese, politici, giornalisti, opinion leader, magistrati, avvocati, giudici e pubblici ministeri, vescovi e teologi, parroci e curati, attori e scrittori, comici e soubrette, cantanti e rapper… – ma sono rimaste ai margini le classi dirigenti imprenditoriali! – ha svelato più di mille sondaggi le nervature più profonde dello spirito pubblico del Paese.
Questa anatomia “in corpore vivo” rivela che l’antica e feroce frattura guelfi/ghibellini ha subito molte metamorfosi lungo i secoli, ma pare essere la faglia di Sant’Andrea che tuttora attraversa nel profondo la società italiana. Quali ne sono i segnali? Questa campagna referendaria è stata caratterizzata dal dilemma: voto il “testo” o voto il “contesto”? Per “testo” si intende la proposta di legge costituzionale oggetto di quesito referendario. Per “contesto” si devono intendere molte cose: quale schieramento e quale governo propone il “testo”? È di destra o di sinistra? È sovranista o europeista? È filo-Trump o anti-Trump? Pertanto, a monte si è profilato un pre-dilemma di metodo: votare in base al “merito” delle questioni o in base a giudizi politici e ai relativi schieramenti? A complicare la faccenda, tuttavia, è stato il metodo referendario. Ancorché perfettamente costituzionale, in forza dell’art. 138 della Costituzione, è apparso largamente inadeguato quale metodo decisionale rispetto alla complessità dei nodi, che sono stati messi nelle mani degli elettori. Salvo che per fasce ristrette di addetti, la campagna referendaria ha largamente privilegiato il “contesto” rispetto al “testo”.
Cioè: è diventata una coda molto tardiva della campagna elettorale del 2022 e un anticipo molto precoce di quella prossima, prevista nel 2027. E, pertanto, si sono riprodotti i meccanismi ossessivi delle campagne elettorali degli anni della Seconda repubblica. Il bipolarismo elettorale, che era stato previsto dal Mattarellum come una sorta di igiene della politica, che sradicava fenomeni clientelari e faceva emergere in tutta la sua nettezza le scelte di ciascun elettore, è diventato l’ennesima metamorfosi prima, con Berlusconi, del fattore K e, poi, del fattore “Antifa”. Lungo i decenni i due fattori si sono alternati, in mano ad uno schieramento o all’altro, come oggetti contundenti. Fino, appunto, all’affronto referendario, alla ricerca di vittorie/sconfitte di Pirro. Irrisolto – lo constatiamo da tempo – sta il rifiuto, ieri della Destra, oggi della Sinistra di riconoscere all’avversario politico-ideologico la dignità e la capacità – ovviamente da dimostrare sul campo – di governo del Paese.
La Destra lo faceva in nome della battaglia contro il comunismo. Oggi la Sinistra lo fa nel nome della difesa della Costituzione “più bella del mondo”, dentro la quale la Destra starebbe con malcelato disagio. Secondo la Sinistra, Giorgia Meloni non ha ancora raggiunto il recinto comune della Costituzione. Il “testo” che la maggioranza ha proposto quale quesito referendario – primi firmatari Giorgia Meloni e Carlo Nordio – sarebbe solo l’ennesima prova provata dell’estraneità dell’attuale maggioranza alla lettera e allo spirito della Costituzione. In un Paese “serio” una simile condizione provocherebbe una guerra civile con feroci scontri istituzionali e di piazza. La realtà è assai più prosaica: poiché per progettare e implementare le riforme di cui ha bisogno il Paese servirebbe un concerto di forze sociali, culturali e politiche, la conseguenza più perniciosa è che, al di sotto della permanente ammuina della “politics” sta l’immobilismo delle “policies”. Semplicemente le riforme non si fanno, il Paese galleggia nella palude del giorno per giorno, del rinvio permanente, del compromesso praticato sottobanco e pubblicamente deprecato. Tutto ciò, mentre la guerra che ci lambisce pericolosamente e le sue conseguenze aggrediscono la nostra vita quotidiana.
Non è ora che da Lunedì incominci un universale, pubblico sincero esame di coscienza?

*Giovanni Cominelli si laurea in Filosofia nel 1968, dopo studi all’Università cattolica di Milano, alla Freie Universität di Berlino e all’Università statale di Milano.
Esperto di politiche dell’istruzione. Eletto in Consiglio comunale a Milano e nel Consiglio regionale della Lombardia dal 1980 al 1990.


