L’eroina di Patricia Cornwell arriva su Prime Video in una versione leggermente isterica: tanta ambizione che genera caos
Ogni volta che c’è da recensire una serie tv tratta da un qualche prodotto precedente (che siano film, romanzi, anime, videogiochi ecc) si riapre il dibattito su quanto spazio dare al confronto con l’originale. In teoria poco o niente, perché una serie tv dovrebbe camminare sulle proprie gambe, e perché non dovrebbe essere obbligatorio aver letto un libro di trent’anni fa (dico per dire) per apprezzare uno show televisivo.
Allo stesso tempo, questa posizione tende a sfumarsi quando il materiale originale è molto famoso e amato, sia perché molta più gente lo conoscerà e farà il confronto, sia perché la produzione stessa della serie si aspetta di intercettare proprio quella gente lì. A quel punto, è inevitabile che se mi attiri sventolandomi sotto il naso Il Signore degli Anelli (sempre per dirne uno a caso), poi io mi aspetto, o addirittura pretendo, Il Signore degli Anelli.
Sono questioni che riguarderebbero anche Scarpetta, la nuova serie di Prime Video tratta dai romanzi di Patricia Cornwell. Vero che io non sono granché esperto dei libri (ne lessi un paio a fine anni Novanta, mi ricordo poco), ma in ottica recensione mi è andata abbastanza bene: la prima stagione si porta dietro alcune criticità che mi paiono evidenti di per sé, e che dopo breve ricerca (e dopo collezione di commenti sotto un mio video su TikTok), mi sembrano sollevate anche da molti/e fan di lungo corso della saga. Quindi via, niente paura.
A inizio anni Novanta, con il personaggio di Kay Scarpetta, Patricia Cornwell diede una robusta spinta al genere “medico legale che risolve crimini”, facendolo entrare in una fase realmente moderna e ponendo le basi per molte incarnazioni successive, comprese quelle televisive alla CSI e Bones. In più, l’idea di rendere protagonista una donna intelligente e battagliera, inserita in un mondo investigativo molto maschile, contribuì a irrobustire un percorso narrativo-femminista che, pure lui, precorreva i tempi, anche se aveva solide basi nella realtà (Scarpetta è dichiaratamente ispirata a una persona reale, pure lei italo-americana, la Virginia Chief Medical Examiner Marcella Farinelli Fierro).
A trentasei anni di distanza dal primo libro (Postmortem, del 1990), Kay Scarpetta arriva dunque in tv dopo aver già contribuito a cambiarla, portandosi dietro il rischio-Dune: come i film di Dune sembrano una versione dark di Star Wars, anche se in realtà è Star Wars a essere una versione light dei romanzi di Dune, così Scarpetta rischiava di sembrare una copia di CSI, quando in realtà è CSI a essere molto debitrice dei libri di Cornwell.
A guardare la prima stagione, creata da Liz Sarnoff (già co-creatrice di Alcatraz) e prodotta dalla stessa Patricia Cornwell, l’impressione è proprio quella di un tentativo di andare oltre, rimasticando i personaggi, le trame e lo stile della saga letteraria, per costruire qualcosa che possa suonare originale e non troppo derivativo. D’altronde si sa che i fan dei gialli e delle saghe letterarie sono persone sempre aperte alla sperimentazione, alla novità, al tradimento della tradizione. Ah, dite di no?
Il peso assunto dalla componente “drama familiare”. Il carattere vagamente melodrammatico di Scarpetta. La centralità del personaggio della sorella della protagonista, figura molto secondaria nei romanzi. Il cambiamento di molte relazioni fra i personaggi. Certe intrusioni della fantascienza (dopo lo spieghiamo meglio). La vera e propria modalità del racconto, scisso su più piani temporali per tenere insieme il primo romanzo della saga e uno degli ultimi. I cambienti sono tanti e sostanziali. E però, se questi cambiamenti funzionassero alla perfezione, se dessero freschezza a un materiale altrimenti troppo invecchiato, nessuno avrebbe da ridire, e forse sarebbero propri i/le fan dei romanzi ad applaudire la novità.
Purtroppo, però, qualcosa non torna, e lo si avverte abbastanza presto. Come detto, Scarpetta (la protagonista è interpretata da Nicole Kidman) unisce più casi, del presente e del passato. Al centro della storia ci sono sempre donne uccise in maniera brutale e perversa, con un assassino misterioso che Scarpetta prova a rintracciare con le sue abilità forensi e con l’aiuto di alcuni importanti alleati, fra cui Pete Marino (Bobby Cannavale), suo collega da decenni e da poco diventato suo cognato, e la nipote Lucy (Ariana DeBose), esperta di informatica fin dalla più tenera età. Accanto alla componente crime, in cui Scarpetta coglie dei collegamenti fra il caso recente e il suo primo successo giovanile, vedendo traballare la sua reputazione, si aggiunge poi una fortissima componente di drama familiare, che gira intorno alla sorella di Kay e madre di Lucy, Dorothy (interpretata da Jamie Lee Curtis), e al marito di Scarpetta, Benton (Simon Baker), che è coniuge ma anche collega e in qualche modo “avversario”, perché profiler dell’FBI mentre Scarpetta non è un federale.

Con ogni evidenza, la serie vuole tenere insieme tantissimi elementi, piani temporali, storie e sottostorie. La Scarpetta giovane, a inizio carriera negli anni Novanta, porta avanti un’indagine che viene continuamente riflessa e rimandata in quella più recente, con la Kay più anziana che vive nell’ansia di essersi sbagliata in passato. Di tutti i personaggi del presente conosciamo una versione più giovane, ma in molti casi anche una “più giovane ancora”, perché il racconto apre anche almeno un terzo piano temporale più antico, per mostrare traumi e ricordi dei protagonisti ragazzini.
In questa complicata architettura, seguire il caso criminoso è già abbastanza sfidante, e l’elemento drama arriva come una clava a imporci grandi litigate, urla belluine, ripicche, segreti e tradimenti, che in molti casi riescono a prendersi completamente la scena, costringendo il pubblico a chiedersi se, in effetti, del caso poliziesco ci debba davvero interessare qualcosa. Forse la sto mettendo giù troppo dura, ma l’impressione è che Scarpetta abbia un vistoso problema di bulimia narrativa: nel tentativo di costruire una protagonista a tutto tondo, che non sia schiacciata sulla semplice macchietta dell’investigratice eccezionale senza altre sfumature, la sceneggiatura finisce con l’esagerare costruendo un mondo di relazioni disfunzionali che certamente aggiungono spessore e sfaccettature alla storia complessiva, ma arrivano anche come un treno di informazioni e sensazioni poco gestibili.
C’è poi un singolo problema più specifico, magari meno importante, ma a cui vorrei dedicare un paragrafo a parte. Nella serie, Lucy, nipote di Kay, ha appena perso la moglie Janet (Janet Montgomery), un personaggio morto anche nei romanzi di Cornwell, ma solo nei libri più recenti. Ebbene, Lucy-la-brillante-informatica si è tenuta una specie di versione virtuale di Janet, una moglie digitale con cui parla attraverso lo schermo del computer, come se fosse una ChatGPT un po’ più avanzata. L’idea, abbastanza palese, è quella di mostrare le difficoltà di Lucy nel processare il lutto.
Il problema è che questa finta Janet va molto, ma molto oltre qualunque esperienza contemporanea dell’intelligenza artificiale. In termini visivi, linguistici ed emotivi, è davvero un personaggio fantascientifico, completamente inverosimile per chiunque abbia un’esperienza anche solo minima con l’IA.
E il problema, naturalmente, non riguarda il personaggio in sé, visto che negli anni Ottanta guardavamo senza problemi le avventure di un’automobile parlante e senza dubbio intelligente. Il problema è che un personaggio così concepito deve stare in una serie di fantascienza alla Black Mirror, certo non in un prodotto che si suppone essere più rigoroso dal punto di vista scientifico, non fosse altro perché la protagonista con la scienza forense ci lavora tutti i giorni.
Quindi insomma, Scarpetta è troppo. Troppe cose tutte insieme, alcune pure inverosimili, e il rischio concreto è il caos più assoluto. E questo nonostante la consapevolezza che alcune delle novità, prese di per sé, potrebbero anche funzionare. Il rapporto fra Kay e sua sorella, in cui Jamie Lee Curtis porta la stessa energia vista in The Bear (altro posto pieno di relazioni disfunzionali), contribuisce effettivamente ad alzare il livello della tensione e a mettere la protagonista sotto uno stress professionale e personale insostenibile. Il problema sorge solo quando mettiamo questa novità insieme a tutte le altre, in un flusso senza sosta che fa venire la tachicardia, e non in senso buono.
Anche il casting non è affatto male, al netto del fatto che molti fan di Kay Scarpetta non sembrano apprezzare l’algida Nicole Kidman nella parte. Però la scelta delle controparti giovani funziona, sono molto somiglianti, compreso un caso praticamente perfetto: la versione giovane di Pete, il personaggio di Bobby Cannavale, è interpreta da… Jake Cannavale, il figlio di Bobby, e il risultato è ottimo. Ancora una volta, però, il problema si pone quando in una sola serie ci sono tre-quattro versioni dello stesso personaggio: ce la faceva This Is Us, che però era solo un drama, non un drama E un crime E chissà cos’altro.
Per dirla in altre parole, a fregare Scarpetta è l’ambizione. È più che legittimo il tentativo di staccarsi da una semplice trasposizione dei libri che, magari gradita ai fan di lungo corso, avrebbe però rischiato di trasformare la serie in un medical-crime “nato vecchio”.
Allo stesso tempo, qui non stiamo parlando di piccole modifiche, ma di una rivoluzione che disorienta la base di lettori e lettrici, e che arriva come una bomba d’acqua narrativa che allaga completamente gli scantinati del nostro cervello. Troppa roba, tutta intrecciata, tutta urlata a pieni polmoni.
Spesso si dice che “less is more”. Ecco, Scarpetta sceglie invece il “sono tre chili più, cosa faccio, lascio?”.
Perché seguire Scarpetta: è una serie dal cast stellare che prova a distinguersi da altri crime su piazza.

Diego Castelli nasce a Milano nel 1982 e non ha memorie d’infanzia che non siano legate a film, serie tv, romanzi, videogiochi. Da oltre quindici anni costruisce palinsesti a Mediaset in qualità di Channel Manager. Nel 2010 fonda serialminds.com, sito di riferimento per gli appassionati di serie tv.


