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Quando gli opposti si attraggono, Holland & Loueke e Steve Coleman strabilianti alla prima del Bergamo Jazz
Foto Rossetti - Fondazione Donizetti

Da un lato l’intimità raffinata del duo Holland-Loueke, dall’altro l’energia travolgente del quartetto di Coleman. Due visioni diverse, ma ugualmente elettrizzanti. Un inizio più che promettente per questa nuova edizione del Bergamo Jazz Festival

“Setting the pace, striving for peace”.
Dettare il passo, impegnarsi per la pace.

Con queste parole di speranza, Joe Lovano apre la serata iniziale del Bergamo Jazz Festival al Teatro Donizetti, presentando il primo ospite che, con grande affetto e in perfetto italiano, chiama: “Maestro dei maestri, Mr. Dave Holland”.

Il maestro sale sul palco insieme al suo complice Lionel Loueke. Il secondo alla chitarra elettrica e alla voce, il primo al “Czech Ease”, un contrabbasso dalla cassa ridotta, progettato per diminuire l’ingombro senza sacrificare la qualità del suono.

Sul palco i due sembrano anime gemelle musicali. E pensare che il duo è nato solo un paio di anni fa, durante un’improvvisazione in un soundcheck: un’intesa immediata, un seme piantato quasi per caso. Il disco che ne è scaturito, United, è il frutto maturo di quell’incontro fortuito, figlio di una comune apertura verso nuovi orizzonti.

Molto li accomuna: entrambi hanno lasciato i rispettivi paesi d’origine in cerca di nuove opportunità. Loueke, nato in Benin, dopo varie tappe internazionali si è stabilito in Lussemburgo; Holland ha lasciato l’Inghilterra per gli Stati Uniti molti decenni fa. Nelle loro carriere hanno sempre cercato sfide e collaborazioni: giocare sul sicuro non appartiene al loro vocabolario.

Il concerto si apre con il brano che dà il titolo al disco: un tema in 6/4 impostato da Holland, sul quale si innesta il pizzicato di Loueke. I due non sono rivolti verso il pubblico, ma l’uno verso l’altro: si osservano continuamente, come due amici, come un maestro benevolo e il suo allievo prediletto. Più che gli strumenti, dialogano gli sguardi, in un continuo gioco di eye contact.

Loueke sperimenta con la voce: crea ritmi sincopati con l’epiglottide, ansima, schiocca la lingua, scandisce le pause. Alla chitarra alterna fingering e slide, spesso simultaneamente. Raddoppia e triplica le linee vocali con intervalli di terza e di quinta, utilizza la cassa dello strumento come elemento percussivo, picchiettando con le unghie sul corpo semicavo della sua sei-corde.

Holland, dal canto suo, non si ferma un istante: inarrestabile, ma capace anche di grande dolcezza.

Segue Celebration, arricchito da effetti sovrapposti – delay, pitch shifter – e da una stratificazione di voci su terze e quinte, appena sussurrate, che creano un’atmosfera intima e suadente.

Il canto, una personale miscela di scat ispirata allo xhosa, punteggiata da schiocchi di lingua e respiri spezzati, colora quasi ogni brano. Emergono momenti particolarmente suggestivi in “Yaoundé”, dal carattere danzante, e in “Stranger in a Mirror”, che offre uno splendido esempio delle linee chitarristiche ibride di Loueke.

Holland, dal canto suo, non resta mai in secondo piano: il suo contrabbasso costruisce solide architetture ritmiche e armoniche, passando con naturalezza da ostinati potenti a raffinati contrappunti, fino a momenti solistici di grande intensità.

 Holland & Loueke e Steve Coleman strabilianti alla prima del Bergamo Jazz

Dopo un set elegante e avvolgente, il cambio di scena è netto. Con l’ingresso del quartetto Steve Coleman and Five Elements, il ritmo, prima appena accennato, si impone con decisione. È un ribaltamento totale, un ossimoro sonoro che incarna perfettamente l’essenza del jazz.

La band spinge su metriche complesse, controtempi serrati e una pulsazione incessante. I fiati si alternano tra strumenti e percussioni, mentre basso e batteria creano una trama ritmica incalzante e dinamica. Il risultato è un flusso musicale continuo, denso e ipnotico.

Steve Coleman, forte di una carriera quarantennale, dimostra ancora una volta come il palco sia il suo habitat naturale. La sua musica intreccia rigore strutturale e libertà espressiva, mantenendo sempre una componente danzante anche nelle costruzioni più complesse. Il suo linguaggio, riconoscibile e personale, fonde influenze funk – da James Brown a suggestioni afro-asiatiche – in un sistema ritmico di straordinaria precisione.

Ad accompagnarlo, una formazione affiatata: il batterista Sean Rickman e il trombettista Jonathan Finlayson, collaboratori storici, insieme al bassista Rich Brown, il più recente ingresso nel gruppo.

La serata si chiude con la sensazione di aver assistito a due performance opposte ma complementari: da un lato l’intimità raffinata del duo Holland-Loueke, dall’altro l’energia travolgente del quartetto di Coleman. Due visioni diverse, ma ugualmente elettrizzanti. Un inizio più che promettente per questa nuova edizione del Bergamo Jazz Festival.